Arts and Culture Magazine

Il Museo di Cipro (parte II) – Lineamenti di Storia dell’Arte di Cipro antica

8 aprile 2012 by Alessio Costarelli
Una panoramica generale sull’evoluzione della Storia dell’Arte cipriota antica, alla scoperta di una produzione fantastica, vasta ed eterogenea, a torto sminuita dal confronto con la grande arte greca.

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Giacché in questa sede non è possibile svolgere una presentazione di ampio respiro e poiché il museo espone, come è logico, reperti con un valore in genere più artistico che archeologico (per quanto queste due categorie, per diversi motivi, si trovino quasi sempre a confondersi nell’arte antica), la nostra trattazione si limiterà ad illustrare caratteristiche e linee evolutive generali di scultura e ceramica, con un occhio di riguardo per alcune arti minori come l’oreficeria e la manifattura di gioielli.

Cipro, “isola verde” (od almeno tale doveva apparire nell’antichità), terza per dimensioni tra le isole mediterranee dopo Sicilia e Sardegna, ubicata al centro del bacino orientale, dappresso ai territori di più antica civilizzazione umana, fu da sempre centro nevralgico di rapporti e commerci per l’intera area, fin da quando, a partire dal VII millennio a.C., l’acquisizione delle prime tecniche di navigazione ne comportò l’immediata colonizzazione. Nel suo volume Cyprus (1982), Vassos Karageorghis[1] osserva assai correttamente che l’isola «rivestì un duplice ruolo: immediata fonte di guadagno e centro ideale per i commerci in tempo di pace, posizione strategica chiave in tempo di guerra. […] le caratteristiche fondamentali delle interrelazioni tra Cipro ed il resto del mondo rimasero sempre le stesse. […] E’ significativo che la sua importanza storica travalichi ogni proporzione con le sue dimensioni fisiche» (Cyprus, op. cit., pp. 11-12). Punto d’incontro tra le rotte navali provenienti da centri nevralgici come le foci del Nilo, le coste siro-palestinesi e sud-anatoliche, Creta ed il Pireo, Cipro fu quindi da sempre tanto viva quanto contesa dagli imperi che si sono susseguiti sulla regione, anche in virtù delle miniere di rame (falsa è con tutta probabilità la notizia circa la presenza di miniere di argento fornitaci da Eratostene, filologo e scienziato greco di III sec. a.C.) e dei due laghi salati (Limassol e Larnaca) presenti sul territorio. E’ storicamente evidente la straordinaria qualità ed eterogeneità che caratterizza da sempre l’arte di centri di vivace scambio commerciale, dalle pòleis ioniche di VI sec. a.C. alla Venezia rinascimentale ed alle Fiandre; e Cipro non venne meno a questa regola: tenere a mente le mirabili influenze culturali egizie, persiane, greche, venete e turche è elemento fondamentale per comprendere l’arte cipriota di ogni epoca.

L’esistenza di insediamenti umani fin dal cosiddetto Neolitico I (VII millennio a.C.)[2] fu dimostrata per la prima volta negli anni ’20 da Gjerstad ed approfondita circa dieci anni più tardi dagli scavi di Dikaios, in particolare con quello che è oggi il più noto e studiato tra i siti inerenti a quest’epoca storica: Choirokoitia, a pochissime miglia all’interno dalla costa meridionale. La pressoché totale assenza di ceramica nel luogo ha reso inizialmente complessa la datazione dei reperti, risolta solo con le analisi al C-14; tuttavia, il sito si presenta come particolarmente prezioso quanto a tipologie abitative e testimonianze sui rituali funebri. I manufatti si limitano a scodelle in pietra lavica locale grigio-verde decorate con linee o punti incisi od a rilievo ed a piccoli idoli d’argilla non cotta quasi certamente funerari, il più interessante dei quali è una testa umana (conservata al Museo di Cipro) ove si può notare un primo sforzo in senso naturalistico nella resa degli elementi facciali incisi a fondo ma soprattutto nella morbidezza dei lineamenti di contorno, mentre i capelli sono ancora rappresentati solo con linee verticali parallele. I gioielli sono assemblati prevalentemente con pietra verde o conchiglie.

La ceramica, che abbiamo già notato essere assente al principio dell’età neolitica, è invece abbondante e già stilisticamente differenziata all’inizio del Neolitico II (4500 – 3900/3800 a.C.). Ne sono riconoscibili tre tipologie: la ceramica rossa polita[3] (Red Polished Ware, talvolta con semplici decorazioni incise e poi riempite con pasta di gesso, modo questo in seguito comune anche a Creta), qualche raro esempio di ceramica nera polita, quella bianca senza ornati (Plain White Ware) e quella bianca sovradipinta in rosso (Red-on-White Ware, ulteriormente distinguibile in stile a linee e fasce ed in stile ornato), che raggiunse la sua miglior produzione nel successivo Calcolitico (3900/3800 – 2900/2500 a.C.), con motivi geometrici o vegetali dipinti in rosso o marrone; le forme sono ancora limitate alle scodelle ed ai pìthoi (vasi cilindrico-ellissoidi talvolta dotati di manici). Si ipotizza che la ceramica dipinta sia sorta per influsso esterno, il che spiegherebbe la sua somiglianza con la ceramica neolitica tessalica. E’ curioso il fatto che nell’Età del Bronzo si abbia una sorta di primitivismo nel ritorno ad una diffusa produzione di ceramica rossa polita, anche se affinata nella fattura: più che con decorazioni grafiche, questi vasi prevalentemente a punta sono ornati con teste di toro o di serpente (simbolo delle divinità ctonie ed assai diffuse nelle decorazioni di quest’epoca) affisse con tecnica à la barbotine[4] oppure elementi plastici quali figurine a tutto tondo (spesso raggruppate in gruppi complessi intenti ad attività rituali, eseguiti con vivace immediatezza), in modo non troppo dissimile dagli askoì con decorazioni plastiche prodotti a Canosa (Magna Grecia) un millennio più tardi. Ai coroplasti ciprioti la creatività non manca: uno dei migliori esempi è il recipiente allungato in terracotta conservato al Louvre, attorno al quale sono apposte figurine di donne molto probabilmente intente a lavare i panni; ma questa ceramica precorre i tempi e così troviamo già vasi teriomorfi od antropomorfi, per ora decorati ancora solo con incisioni lineari e motivi proto-geometrici: un esempio per tutti, il delizioso askòs a forma di camoscio risalente alla Media Età del Bronzo (1900-1650 a.C.) e conservato anch’esso al Louvre.

La scultura tardo neolitica e calcolitica è ancora molto stilizzata e fatica ad unire tendenza al naturalismo e plasticizzazione autonoma degli arti dal blocco del corpo; talvolta sono riscontrabili anche decorazioni (sorta di tatuaggi) sul corpo di piccoli idoli, specie femminili.

L’inizio dell’Età del Bronzo (2500 a.C.) è un capitolo fondamentale, al pari della colonizzazione greca, per la storia e l’arte di Cipro. Secondo l’ipotesi di Gjerstad, formulata sulla base delle nette somiglianze tra la ceramica cipriota e quella caria, panfilica e nord-siriana a quest’altezza cronologica, si ebbe in quest’epoca un massiccia immigrazione di genti anatoliche che diede a tutti gli effetti inizio a quel processo di eterogeneizzazione della cultura cipriota che sempre in futuro l’avrebbe caratterizzata. La coesistenza tra i nuovi coloni, stanziatisi nella parte montana sud-occidentale, ed i precedenti abitanti, occupanti la pianura nord-orientale, si rivelò ricca di scambi ma anche spesso assai tesa per via del controllo delle miniere di rame, fino a comportare la costruzione di una linea fortificata che divise e protesse il nord dell’isola: è evidente che la storia si ripete e che l’uomo non è destinato ad apprendere da essa. Tuttavia, come osserva Karageorghis, nonostante la tensione si mantenesse sempre alta, una vera e propria guerra non scoppiò mai e questo permise «la univoca evoluzione culturale su tutto il territorio di Cipro» (Cyprus, op. cit., p. 51), promossa dai sempre più intensi scambi con tutta l’area orientale (specialmente l’Egitto e l’Egeo) resi possibili dall’esportazione del rame, oramai divenuto la maggiore risorsa economica dell’isola.

In quest’epoca la scultura stenta ad evolversi e, tranne alcune eccezioni di matrice colonica achea, bisogna attendere il VII sec. a.C. per riscontrare i primi effettivi e diffusi passi avanti in senso naturalistico veicolati dall’affermarsi delle influenze sia greche sia, soprattutto, orientali, portate in particolare dai Fenici, che a partire dal IX sec. a.C. si stanziarono sull’isola (Kition). La produzione ceramica invece si dimostra assai vitale e come sempre a suo modo quasi all’avanguardia da un punto di vista stilistico, tendendo ad un progressivo arricchimento delle decorazioni, talvolta a scapito della loro generale eleganza. Le due principali tipologie nella Tarda Età del Bronzo sono i vasi lisci con base ad anello (Base Ring Ware) e decorazione incisa o più spesso a rilievo e quelli dipinti su ingobbio[5] bianco (White Slip Ware) con decorazione dipinta in nero a volte tendente al rosso; questi ultimi presentano piede nettamente distinto dal corpo bulboso, la cui forma ha suggerito a più d’uno studioso l’ipotesi che la somiglianza col bulbo dei papaveri indicasse il loro contenuto (oppiacei). Insieme con la ceramica bianca raschiata (White Shaved Ware), queste sono tipologie di origine prettamente cipriota, mentre di origine straniera sembra essere la ceramica rossa lucida al tornio (Red Lustrous Wheel-Made Ware), strumento che in quella stessa epoca si stava diffondendo in Grecia e che invece non è mai attestato prima d’allora a Cipro. Sono stati rinvenuti anche vasi antropomorfi con visi dai contorni assai più naturalistici, che possono ricordare gli unguentari a testa muliebre del Protocorinzio Medio (690 – 650 a.C.).

Nella Tarda Età del Bronzo la maggiore influenza culturale sull’isola era quella cretese, che portò anche alla codificazione di un sistema di scrittura sillabica misto detto per questo cipro-minoico. I Minoici infatti intrattenevano forti legami con Cipro sia per l’acquisto di rame, per loro assai prezioso, sia perché l’isola era un ottimo porto d’attracco intermedio sulla rotta per la città siriaca di Ugarith (emporio di grande importanza per tutto il Mediterraneo orientale), con cui Creta aveva strettissimi rapporti. Ma notevole è anche la presenza micenea, la cui produzione ceramica (spesso detta Levanto-Elladica) è attestata a partire da quest’epoca: si discute a tutt’oggi se tali ceramiche fossero importate o prodotte da una manifattura micenea stabile sull’isola (giacché recenti studi hanno dimostrato che l’argilla impiegata per molti di questi vasi è isolana); certo è che il passato stilistico non viene mai soppiantato e col tempo riaffiora in ogni nuova tendenza andando a fondersi con essa; possediamo anzi ceramiche micenee che sono copie evidenti delle forme cipriote: d’altro canto la produzione micenea, con i suoi fantasiosi disegni, non poteva non subire il fascino del gusto prettamente cipriota per il tratto pittorico e l’esuberanza decorativa. Durante il XIV sec. a.C. le decorazioni più comuni presentano carri e tori spesso accostati ad uomini che progressivamente vengono affiancati da sempre più abbondanti motivi ornamentali astratti e floreali che quasi li soppiantano. Nel XII-XI sec. a.C., mentre a Creta la ceramica raggiunge la propria miglior espressione qualitativa con le fitte decorazioni arabesche e vegetali del close style e la produzione micenea perde vigore richiudendosi in decorazioni lineari prive di ispirazione, a Cipro riprende slancio, anche se su argilla di fattura meno pregiata, la rappresentazione di animali (come per il cosiddetto stile pastorale o rude style, inizialmente di grande successo ma esauritosi in appena un quarto di secolo e caratterizzato da un tentativo grafico assai più libero in senso naturalistico, con particolare cura per i dettagli) e si afferma anche la produzione di ciotole emisferiche in rame e, talvolta, argento con ageminature; sono stati rinvenuti piatti che presentano decorazioni geometrizzanti con spirali tipiche della minoica e di poco precedente ceramica di Kamàres (che pure è attestata sull’isola). Ci è testimoniata quindi una straordinaria tendenza stilistica egeo-orientale che, alla vigilia della catastrofica invasione dei misteriosi “Popoli del Mare”, pervade con la sua ricchezza ogni manifattura, compresa la gioiellistica: assai frequenti sono infatti diademi ed anelli d’oro decorati a rilievo con motivi animali di ispirazione sia micenea (leone) sia egizia.

Questa però fu anche un’epoca tumultuosa, piena di invasioni, che da una lato comporta la definitiva integrazione socio-culturale tra i vari abitanti dell’isola, dall’altro è causa di distruzioni, che taluni imputano a quegli stessi Hyksos provenienti dalla Siria che intorno al 1780 a.C. invasero l’Egitto dominandolo fino al 1570 a.C.; talaltri ipotizzano invece una prevaricazione degli isolani occidentali su quelli orientali. I secoli tra l’XI e l’VIII, che nella storia greca sono spesso identificati come Medioevo Ellenico, furono profondamente bellicosi e politicamente e culturalmente magmatici per tutto il Mediterraneo orientale, Cipro compresa (in quanto intersezione obbligatoria delle differenti rotte navali), segnati da grandi migrazioni di popoli di cui è rimasta memoria nei confusi ed ambigui miti degli abitanti della regione ed in quel che ci è pervenuto di manufatti, specialmente ceramici.

La metallurgia assunse frattanto un ruolo sempre più preponderante, al punto da essere posta sotto il patrocinio delle divinità e l’effettivo controllo delle autorità religiose. Sulla scorta delle importazioni orientali, si sviluppò anche la lavorazione di nuovi materiali: in particolare, i manufatti in avorio raggiunsero notevolissimi apici di qualità artistica in placche rappresentanti divinità (non necessariamente cipriote e spesso accompagnate da iscrizioni in cipro-minoico) od in oggetti più complessi come il meraviglioso manico di specchio (XIII sec. a.C.; da Evreti, tomba 8, nos. 7, 26, 34) lavorato sul retro con una lotta tra un uomo armato di spada ed un leone, conservato al Museo di Cipro: l’abito dell’uomo insieme con la scelta e la resa stilistica della scena mostrano un pregevolissimo punto d’incontro tra la cultura micenea e quella mesopotamica. Le statuine votive in terracotta si presentano invece sostanzialmente di due tipi: figure di animali oppure rappresentanti uomini con tratti facciali abbastanza naturalistici o con teste d’uccello (evidente l’influenza egizia); si ricordino anche piccoli gruppi in argilla o bronzo rappresentanti uomini che conducono animali in sacrificio; inoltre sono state ritrovate maschere in terracotta dai volti umani o di toro, probabilmente impiegate durante esibizioni rituali. La gioiellistica perseverò nell’ispirazione eclettica ed apparve, con grande successo, la tecnica a cloisonné, in particolare con intersezioni di smalti in oro: uno degli esempi più raffinati a tal proposito è lo scettro con globo e falchi (no. J.99) risalente all’inizio del XI sec. a.C. e conservato al Museo di Cipro. Nella glittica[6] fu particolarmente diffusa la produzione di sigilli, quasi sempre con decorazioni ad animali singoli (tori, leoni e cervi) od in gruppi. Tale abbondanza di decorazione teriomorfa, di chiara derivazione orientale, fu dominante anche nella ceramica, tanto da ricordare da vicino quello che nel VII sec. a.C. in Grecia sarebbe stato lo stile orientalizzante e che non è da escludere possa esser stato introdotto nella penisola ellenica anche a partire dalla colonizzazione di Cipro; la tendenza animale è tanto affermata che non riuscirà a sparire totalmente nemmeno nella successiva Età del Ferro, caratterizzata da uno stile geometrico contemporaneo a quello greco eppure alquanto differente.

Per l’isola, l’Età del Ferro (o Cipro-Geometrico, cronologicamente diviso in I, II e III) si estende tra il 1050 ed il 750 a.C. e corrisponde all’inizio della vera e propria colonizzazione greca, che fino ad allora si era limitata ad influenzare la società e l’arte cipriota attraverso gli scambi commerciali. Lo scarto con l’epoca precedente fu netto e marcato, mentre continue innovazioni culturali si diffusero nelle numerose nuove città (tra cui Salamina e Kourion) che sorsero sotto il dominio miceneo. Almeno nella sua fase iniziale, la nuova epoca fu senza dubbio un periodo di pace e prosperità, che permise l’intensificarsi degli scambi commerciali col Vicino Oriente (notevoli in questi decenni le influenze siro-palestinesi) e soprattutto con l’Egeo, ove è probabile che l’influenza cipriota abbia fatto sorgere lo Stile Geometrico nella produzione ceramica di Atene e dell’Eubea. Cipro è addirittura menzionata da Eusebio di Cesarea come una delle talassocrazie d’VIII sec. a.C.

La ceramica cipro-geometrica si caratterizza come evoluzione di quella ad ingobbiatura bianca dipinta (Proto-White Painted) con una parziale modificazione dell’apparato figurativo; anche se importante, non subì l’evoluzione che ebbe in Attica, attestandosi sostanzialmente sul Proto-Geometrico, sia per l’uso del fondo opaco, tipicamente orientale, sia per la decorazione limitata più che altro al collo o al bordo del vaso. Le decorazioni sono eseguite in nero e per lo più costituite di motivi geometrici strettamente simmetrici, benché occasionalmente inframmezzati da pesci, uccelli e quadrupedi; rarissime le decorazioni unicamente figurative e narrative. Nel Cipro-Geometrico II si diffonde una produzione a bande nere su fondo rosso, orizzontali sulle spalle dei vasi (e tipiche del meridione e dell’est) e concentriche sui fianchi (più frequenti a nord ed ovest), che talvolta attesta anche l’impiego del bianco, mentre nel Cipro-Geometrico III questa si affina parallelamente all’affermarsi dell’altra importante tipologia, la Black Slip or Bucchero Ware, impiegata soprattutto per caraffe ed occasionalmente per piccole anfore.

Tale produzione, sostanzialmente assai simile per circa tre secoli, poteva apparire oramai stantia. «Ma nel VII secolo, i vasai ciprioti della parte orientale dell’isola riservarono una di quelle sorprese nella storia dell’arte che sembrerebbero in un certo senso assai poco probabili nel loro campo» (J. Boardman, op. cit., p. 25): all’alba del periodo Arcaico, infatti, fiorì improvvisa una produzione figurativa totalmente nuova, ricca e caratterizzata da un fantasioso decorativismo di altissima qualità e di gusto prettamente orientalizzante che rende questi vasi «tra i più decorativamente appaganti di tutta l’antichità classica» (J. Boardman, op. cit., p. 25). Animali dipinti con cura straordinaria si espandono liberamente per dimensioni sull’intero fianco dei vasi, accostati o meno a decorazioni tanto fantasiose ed eterogenee che in alcuni casi (cfr. Brocca di terracotta con decorazione dipinta. Ceramica Bicroma IV, no. AM 974, 700 a.C. ca., conservata a Parigi, Louvre) le si potrebbe definire di gusto precolombiano. Uccelli acquatici o di rapina, tipici sulle oinochòai a corpo rotondo, sono gli animali più rappresentati: un esempio straordinario per pregio ed eleganza, in leggero contrasto con le non finissime fattura e forma del vaso, è una oinochòe orientalizzante conservata al Metropolitan Museum of Art di New York ad ingobbiatura opaca con un unico grande uccello esotico sulla parte opposta al manico, solitario e stilizzato con un unico ramo fiorito ad equilibrarne la composizione; le sue curve armoniose e regolari sembrano unire sensibilità naïf, giapponismo e decorativismo Art Nouveau che avrebbe certo fatto impazzire tanti artisti europei di fine Ottocento: l’elementarità è la chiave della sua ricchezza. Tuttavia, una simile produzione non si diffuse sull’intera isola e mentre nella parte sud-est si confezionavano simili capolavori altrove, soprattutto ad ovest, il geometrismo persistette tenacemente. La vigorosa industria ceramica cipriota era assolutamente polimorfa e così, oltre ai vasi, produsse anche magnifici esemplari di statuette animali e soprattutto umane i cui corpi cilindrici erano plasmati al tornio, secondo una tecnica che in Grecia scomparve quasi subito ma che «conobbe uno sviluppo trionfale a Cipro, dove certi santuari sono popolati da schiere di grandi figure di terracotta dai vivaci colori» (J. Boardman, op. cit., p. 25).

Dopo l’ellenizzazione nel Cipro-Geometrico, il periodo Arcaico (750 – 475 a.C.) assistette al grande ritorno di una forte influenza orientale ed in particolare assira, egizia e persiana, che trasformò profondamente la cultura, non solo artistica, dell’isola. Il re assiro Sargon II sottomise Cipro nel 707 a.C. ed impose un tributo, assicurando tuttavia una certa autonomia politica; la sottomissione ad un sovrano-sacerdote assoluto risvegliò memorie di uno storico-mitico passato acheo-omerico che ebbe come principale conseguenza la fioritura di una vivace poesia epica ed il probabile recupero di alcune antiche tradizioni (soprattutto festività, culti e modi funerari) cadute in disuso; la dominazione assira produsse un notevole incremento nella lavorazione di piccoli oggetti in avorio, bronzo ed argento in uno stile misto detto Cipro-Fenicio, che molto ereditava dalla decorazione animale a “campo libero” del Cipro-Geometrico. Il crollo dell’impero assiro intorno al 669 a.C. portò ad una sempre maggiore presenza egizia nel Mediterraneo orientale, che nel 570 a.C. permise ai faraoni di controllare di fatto l’isola del rame per circa venticinque anni; l’influenza egizia, che dovette convivere con una forte infiltrazione culturale ionica (tra cui l’introduzione del Pantheon greco nella religione insulare), si avverte soprattutto nella scultura, tanto che Gjerstad classificò uno specifico Stile Cipro-Egiziano (560 – 545 a.C.). Nel 545 a.C. il faraone fece atto di sottomissione a Ciro il Grande, Gran Re dei Persiani, ed anche la sempre più internazionale Cipro passò sotto l’egida meda; con il dominio persiano furono le città a subire le maggiori riorganizzazioni (soprattutto per l’erezione di numerose fortificazioni), mentre il nuovo sfarzo orientale fu assimilato soprattutto dalla gioiellistica, che con ori pregiati e particolarmente ben lavorati risentì dell’opulenza della corte persiana, mentre le arti “maggiori” continuarono la loro sempre più spiccata ellenizzazione.

Tra le tante innovazioni apportate da quest’epoca culturalmente eterogenea, vi fu in particolare la nascita di una scultura più evoluta che si emancipò finalmente dagli idoletti plastici e dalle figurine in terracotta a prevalente carattere anatematico, sì da reggere il confronto con la nascente grande scultura ellenica. Tuttavia, la datazione della nascita della scultura cipriota è controversa. L’archeologo Myres la colloca nella prima metà del VII sec. a.C. e la pone sotto l’influenza assira; Gjerstad la data alla fine del VII sec. a.C. e la accomuna a quella etrusca, civiltà che più di uno studioso ha ipotizzato avere le sue origini in Anatolia; infine, Lawrence ne abbassa la nascita fino al 560 a.C., indagandone le comunanze con l’arte siriaca. In ogni caso, le prime sculture degne di nota sono le diverse centinaia di statue in terracotta di differenti misure (tra le più notevoli sono quelle di grandi dimensioni) dal sito di Haghìa Irini (oggi conservate circa metà nel Museo di Cipro e metà nel Medelhavs-museet di Stoccolma), sulla costa nord-est dell’isola, vestite di corta tunica e lungo chitone ed evidentemente connesse a quella produzione plastica in argilla cui si è precedentemente fatto riferimento ma di forte influenza nilotica, sia per i tratti somatici vagamente etiopici[7], sia per abiti e simboli indubbiamente egiziani: la forma del corpo è volutamente trascurata, mentre grande cura è riservata ai tratti del volto con occhi larghi e labbra strette.

La grande scultura litica si impose con la metà del VI sec. a.C., sotto la forte influenza egizia che, presto assimilata, lasciò spazio ad una sua reinterpretazione regionale che Gjerstad definì Stile Neo-Cipriota (560 – 520 a.C.) e che annovera, in piena concordanza con lo stile Tardo Orientalizzante greco, statue dalle dimensioni spesso colossali; questo interessò soprattutto la parte sud-est dell’isola, mentre nell’altra l’influenza ionica fu decisamente più forte. Un bell’esempio d’epoca è la Statuetta di calcare databile a circa la metà del VI sec. a.C. ed oggi conservata a Copenaghen, alla Ny Carlsberg Glyptothek: ancora fortemente “chiusa nel blocco” secondo una compattezza più egizia che arcaico-greca, la statua mostra però un volto assai vicino, per stile e dettagli (quali barba, naso e “sorriso arcaico”), a statue elleniche di VI sec. quali il celebre Moskòphoros, indossando un elmetto che molto ha in comune con quello del guerriero sciita del frontone ovest del tempio di Athena Aphaia ad Egina, oggi conservato alla Gliptoteca di Monaco. Stupende e di anche più pregevole fattura sono la Testa di Kouros (no.1968/V-30/696) e la testa della Kore da Vouni, databili a circa il 500 a.C., conservate al Museo di Cipro e riconoscibili, secondo la classificazione di Gjerstad, come in Stile Cipro-Greco (540 – 450 a.C.), sulle quali sono in particolare da notare le pettinature di origine greca con i riccioli fermati da diademi a rosette, tipici delle statue votive. Si rileva quindi l’introduzione di nuovi canoni di bellezza femminile (di origine smaccatamente greca) nelle statue, più sobri, che oltre a modificare abiti e pettinature, riduce anche la profusione di gioielli. In generale, comunque, si può osservare che per quanto l’arte cipriota, ed in special modo la scultura, tenda sempre lungo la sua evoluzione ad avvicinarsi al gusto greco, tuttavia essa non approfondì mai né mostrò troppo interesse, se non sporadicamente, per la naturalizzazione di corpi e panneggi, prediligendo di gran lunga il progressivo ingentilimento dei volti.

Infine, se si eccettuano le stele funerarie, si può affermare che il rilievo a Cipro fu praticamente ignorato ed i due migliori esempi in proposito risalgono proprio a quest’epoca: due sarcofagi oggi conservati al Metropolitan Museum di New York ed un fregio raffigurante Eracle con i buoi di Gerione, probabili opere di scultori strettamente legati alla sfera greca. Unico altro rilievo degno di nota è una Amazzonomachia di Età Ellenistica.

A partire dall’età classica (V – IV sec. a.C.), l’influenza greca sull’isola – e specialmente sull’arte cipriota – fu di fatto totalizzante. Durante questi due secoli – ed in particolare nella seconda metà del V sec a.C. – Cipro fu al centro di gran parte delle contese tra Persiani e Greci, con alterne vicende per entrambi, contese che portarono infine ad un parziale trionfo politico dei primi ma ad un assoluto predominio culturale dei secondi, anche in virtù della generale ostilità che i Ciprioti mostravano per i Medi (cfr. Erodoto Hist. VIII 68,γ; tuttavia, alcuni dei “Dieci Regni Cipri” erano simpatizzanti per la potenza asiatica). D’altro canto i Greci stessi, e non solo per ragioni strategiche, percepivano Cipro come parte integrante, pur se periferica, dell’universo ellenico. Come attestatoci dalle stele funerarie (in stile prettamente attico, nelle quali i lapicidi «tentavano di infondere alle espressioni facciali quel senso di mestizia ed indifferenza così tipico delle stele funerarie greche» [Cyprus, op. cit., p. 159]), le donne avevano adottato la moda vestiaria della penisola ellenica; facevano inoltre uso di arýballoi[8] e soprattutto lékythoi[9] per contenere i loro profumi. Anche l’architettura ellenica – ed in special modo quella sacra (di cui però praticamente non ci sono pervenute testimonianze per quest’epoca, se si eccettuano alcuni akrotèroi[10]) – fu introdotta, probabilmente con maggior diffusione dei principi ionici. Molti furono gli artisti greci che si trasferirono sull’isola, cosa che diede grande impulso anche a diverse produzioni locali ispirate a questi modelli importati ma riprodotti in modo solitamente abbastanza rozzo.

«La scultura cipriota presenta un’evoluzione alquanto differente, una progressione verso i modelli greci ben più lenta e moderata che negli altri Paesi d’Oriente» (Athènes et Chypre, op. cit., p. 59). La scultura, che Gjerstad classificò come Stile Sub-Arcaico Cipro-Greco e che tra tutte le arti è, stando alle nostre conoscenze, quella che produsse migliori risultati, seguì quindi abbastanza da vicino l’evoluzione di quella greca – come ci testimonia la Testa di Kouros in calcare (V sec. a.C.) rinvenuta a Salamina e conservata al Museo di Cipro di Nicosia – senza però mai perdere di vista le altre influenze continentali, parti integranti della loro cultura. Alla fine dell’Età Classica, però, l’esito fu comunque la produzione di forme puramente greche. Non mancano anche in quest’ambito massicce importazioni, specialmente, com’è ovvio, dalla regione ionica. Ottimi esempi in proposito sono la Testa di Afrodite (o Afrodite Hygeia) in marmo (forse inizio IV sec. a.C., conservata al Museo di Cipro) e soprattutto la cosiddetta Chatsworth Head (appartenente ad una scultura bronzea di Apollo i cui altri frammenti in nostro possesso sono abbastanza ben conservati), rinvenuta nel 1836 nel sito di Tamassos presso il santuario di Apollo ed oggi esposta al British Museum di Londra. La testa, abbastanza ben conservata nella parte rimastaci, fusa a cera persa in un unico blocco tranne che per i capelli (aggiunti in seguito), è a grandezza naturale; i dettagli sono resi mediante incisioni, in particolare il contorno degli occhi ed i capelli nella parte alta del cranio, mentre il viso si presenta come generalmente squadrato. L’opera è assolutamente unica e non solo per la qualità della sua fattura (v’è tra gli studiosi chi propende per considerarla come opera locale ma di scultori greci immigrati sull’isola), ma anche perché uno dei rarissimi bronzi antichi mai ritrovati sul suolo di Cipro e quindi «costituisce una testimonianza eccezionale della vitalità economica ed artistica della città che, in epoca classica, possedeva i mezzi che permettevano la realizzazione di grandi opere monumentali. […] possiamo pensare che si trattasse di una dedica reale offerta alla divinità protettrice della città, forse in seguito ad un avvenimento importante di cui noi abbiamo perso ogni testimonianza» (Athènes et Chypre, op. cit., p. 72)[11]. Particolare rilevanza infine ebbe, fin dal VI sec. a.C. e specialmente nella parte orientale, la figura di Eracle, ampiamente e variamente raffigurata in sculture (più o meno legate a templi), tazze bronzee e gemme. Marion, sulla costa occidentale, è il sito che ha restituito maggiori reperti artistici di quest’epoca, sia importati sia prodotti in loco, ma è nella parte orientale dell’isola che si ebbe la maggior fioritura in scultura dello stile Sub-Arcaico Cipro-Greco, la cui produzione tuttavia «spesso appare monotona e ripetitiva» (Cyprus, op. cit., p. 159).

Per quanto riguarda la produzione e soprattutto la decorazione ceramica, Karageorghis osserva che gli artigiani si sforzarono di sviluppare manufatti che potessero attrarre i clienti locali distogliendoli dalle importazioni, in generale di più pregevole fattura: «il risultato, comunque, è piuttosto approssimativo» (Cyprus, op. cit., p. 159) e tende per lo più, anche per quanto riguarda le statuine funerarie in terracotta, a prolungare stancamente stilemi del periodo arcaico. Dal canto loro, i ceramisti attici non erano rari a produrre le loro decorazioni (a figure nere) su vasi che ricalcassero od imitassero le forme ceramiche tradizionali cipriote (come le piccole anfore a doppio manico e corpo ovoide tipiche di Amathunte), arrivando talvolta finanche ad imitare la tecnica e lo stile figurativo dei meno capaci pittori[12] isolani. L’importazione di ceramica attica era infatti assai vivace e notiamo una spiccata predilezione per i vasi a figure nere. Il maggior porto di arrivo e vendita di questi manufatti fu Amathunte (specialmente nel VI sec. a.C., ma anche per il resto dell’Età Classica), ma ovviamente anche Marion, che come già accennato era il principale porto di attracco per gli Ioni. Ovviamente, anche gli artigiani ciprioti imitarono a più riprese la ceramica attica e specialmente apparati e tecniche decorative applicati alle forme tradizionali dell’isola; tale produzione mimetica ebbe tra l’altro il suo momento di maggior importanza proprio in quest’epoca ed i suoi due maggiori centri produttivi non a caso in Amathunte e Marion: tale produzione tuttavia non superò quasi mai i confini delle due rispettive regioni. E’ chiaro quindi che a partire da quest’epoca lo studio delle importazioni acquista una rilevanza del tutto eccezionale a scapito dell’interesse per le produzioni autoctone; ma non è questa la sede opportuna per approfondire una strepitosa manifattura che con Cipro condivide, di fatto, unicamente il suolo di impiego: ci limiteremo quindi ad esortare il lettore a tener sempre presente l’importanza di questa ceramica come modello artistico, ma anche culturale, per gli isolani.

Un’ultima nota merita la cesellatura di manufatti metallici e specialmente la lavorazione di gemme preziose, attività a quanto pare assai prolifica sull’isola giacché simili oggetti di lusso erano molto apprezzati e richiesti dai Persiani e dai Ciprioti stessi su influsso (come già osservato) ddei primi. Boardman in particolare ha raccolto e studiato l’opera di uno dei migliori artigiani in questo campo, il cosiddetto Maestro di Semone.

«L’esaurirsi delle guerre e degli intrighi politici non interruppe l’evoluzione culturale di Cipro, ora fermamente fondata sulla cultura greca» (Cyprus, op. cit., p. 167). L’isola accrebbe costantemente il proprio benessere materiale, prima con i diversi sovrani del cosiddetto “Regno di Cipro” (IV sec. a.C.), tra cui spiccano Evagora I e Pintagora, poi sotto il breve impero di Alessandro Magno ed infine nei duecentocinquanta anni circa di pace sotto il regno dei Tolomei d’Egitto, regno al quale l’isola fu annessa nel 294 a.C. da Tolomeo I Sotere. I contatti con la Grecia non diminuirono per frequenza e, tra gli altri, si rivelarono particolarmente duraturi quelli con Atene ed Argo.

Al solito, l’ambito che raggiunse i migliori risultati fu la scultura, con maestri ciprioti attivi anche al di fuori dell’isola. E’ da notare però che quell’antica tendenza a sviluppare una compresenza eterogenea di stili ed influenze diverse, tutte – presto o tardi – assimilate e reinterpretate secondo canoni e gusto locali, con il III sec. a.C. tese invece ad attestarsi su di una koiné figurativa ellenistica assai diffusa. Mentre Gjerstad incluse l’intera Età Ellenistica nel Sub-Arcaico Cipro-Greco, l’archeologo Vessberg operò una più rigorosa distinzione in Primo Ellenismo (325 – 150 a.C.) e Secondo Ellenismo (150 – 50 a.C.), in modo maggiormente attinente a quella che è la più frequente suddivisione dell’arte ellenistica; è bene tuttavia notare che la rarità di opere di effettiva alta qualità artistica (per lo più dovute a maestri greci o ciprioti di scuola greca), insieme con la grandissima quantità di statuette votive di scarso valore ma guardanti a più illustri modelli scultorei, ostacola una classificazione sistematica della produzione, la quale si rivela per l’appunto troppo disomogenea e soprattutto non sufficientemente indipendente dai modelli continentali. Caratteristiche dell’arte ellenistica cipriota di inizio III sec. a.C. furono la riproposizione di prototipi attici di IV sec. a.C. ed un sobrio e fresco realismo: gli esempi più interessanti e pregiati sono la statua marmorea di Artemide (II sec. a.C.) trovata a Kition e la Testa di donna rinvenuta ad Arsos (III sec. a.C.), straordinariamente naturalistica ma dai tratti ancora idealizzati, per una tendenza che la scultura ellenistica perderà progressivamente ma che a Cipro rimarrà sempre solida. Specialmente nel Primo Ellenismo, l’influenza sulla scultura cipriota delle scuole alessandrina e pergamena fu forte: splendidi esempi in proposito sono da un lato la statua del Giovane di Mersinaki, il cui pàthos diffuso nell’espressione facciale è caratteristico del cosiddetto “barocco pergameno”, dall’altro le stele funerarie ed i ritratti, che subiscono chiara influenza alessandrina. Gli déi sono in genere raffigurati secondo il tradizionale uso greco, ed in particolare spiccano, per qualità e ricorsività, le raffigurazioni di Athena Pròmachos. Frequenti sono anche le statue dedicate a sovrani e a divinità egizie come Serapide (nuova ed oramai diffusa in tutto il Medio Oriente ed in Egitto), Iside ed Osiride, le quali davano occasione per un ampio utilizzo del trapano, assai diffuso in epoca ellenistica ed a quanto pare ben noto anche a Cipro.

Infine, anche le arti minori quali la gioiellistica e la terracotta persero molto delle loro precedenti caratterizzazioni autoctone per uniformarsi alla koiné artistica, mentre per quanto riguarda la ceramica, estremamente rari sono stati sull’isola i ritrovamenti risalenti a quest’epoca, sì che si è soliti rifarsi ai reperti di fattura cipriota ritrovati a Tarso, Antiochia ed in Palestina, al punto da definire di volta in volta pergamena o samia la ceramica rossa cipriota del tardo ellenismo.

Nel I sec. a.C. Cipro era una delle regioni più ricche dell’intero Mediterraneo, grazie anche a più di due secoli di pace che sotto i Tolomei avevano fatto enormemente prosperare i traffici, pace che i Ciprioti fecero sempre in modo di mantenere salda e duratura. Non è quindi un caso che l’allora oramai preponderante potenza romana già da lungo tempo guardasse all’isola come ad una conquista necessaria; né tantomeno è casuale, come ci riporta lo storico Cassio Dione (Hist. Rom., in Xil. Epit. 12), che i Ciprioti, trovatisi i Romani ai porti in seguito al disfacimento del Regno d’Egitto, li abbiano accolti di buon grado, ricevendo in cambio una inusuale accondiscendenza da parte del nuovo dominatore. Tanto per rendere l’idea del benessere vigente sull’isola, il solo tesoro reale (dei Tolomei), ivi custodito e condotto a Roma grazie all’opera di Catone l’Uticense (che nel 58 a.C. rafforzò gli effetti di una lex Clodia de Cypro di meno di dieci anni prima), fruttò ai Romani, per la parte venduta, oltre 7000 talenti, mentre quella restante era – secondo Plutarco – maggiore di tutte le ricchezze riportate da Pompeo nelle sue numerose guerre di conquista nelle più ricche regioni dell’Asia (quale il Ponto). Annessa alla provincia di Cilicia nel 58 a.C., Cipro fu formalmente restituita da Cesare ai Tolomei nel 48/47 a.C. per essere definitivamente sottomessa nel 30 a.C. con la caduta di Cleopatra e dell’Egitto.

I Romani nominarono Salamina capitale dell’isola al posto di Paphos (che lo era stata sotto i Tolomei), la quale fu distrutta da un terremoto nel 15 a.C. ed in seguito ricostruita (Nea Paphos) da Augusto col nome di Sebaste Augusta. Nea Paphos è forse il sito archeologico più interessante per quest’epoca, soprattutto per quanto riguarda i reperti artistici. Nota già in antico per i suoi bei santuari ed in special modo per quello di Afrodite (cfr. Erodoto Hist. I 105,3), secondo la mitologia nata proprio al largo delle sue coste ed infatti talvolta appellata come Paphia [cfr. Aristof. Lisistr. v. 556; Pausan. 8.53.7], la città antica ci ha restituito alcuni splendidi mosaici pavimentali, per lo più raffiguranti scene mitologiche, tanto più preziosi se si pensa che sono per noi gli unici esempi figurativi non scultorei attestati sull’isola; i più interessanti e meglio conservati sono quelli di due villae databili al III sec. d.C. che proprio dai loro cicli figurativi prendono il nome: la “Casa di Dioniso” e la “Casa di Teseo”; in quest’ultima è anche presente un altrettanto ben conservato mosaico di V sec. d.C. raffigurante il primo bagno del piccolo Achille, che ci attesta la lunga vita di questa dimora.

Per quanto riguarda la scultura, questa si attesta, come l’intera produzione romana, su di una sostanziale riproduzione ed imitazione dei prototipi della grecità classica rivisitati attraverso il filtro della scuola scultorea pergamena; assai attiva è la produzione di ritratti, specialmente imperiali. I templi del sito di Soli sono quelli che ci hanno restituito i reperti qualitativamente più interessanti, tra cui la delicatissima Afrodite nuda (no. e510), conservata al Museo di Cipro, che ricalca il modello della Afrodite di Cirene. Grande impulso alla scultura venne dopo il 77 d.C., quando Traiano e Adriano fecero ricostruire molti edifici pubblici in seguito ai disastrosi terremoti verificatisi quell’anno, decorandoli soprattutto con statue. Il maggior nucleo delle sculture rinvenute a Soli sono invece di età severiana (193 – 211 d.C.) ed a questi anni risale anche una notevolissima produzione bronzea di statue raffiguranti l’imperatore rinvenuta presso l’antica Khytroi. Dopo il 250 d.C. le sculture pervenuteci sono assai scarse, ma interessanti per via delle evidenti associazioni egiziane e le reminiscenze copte. Le opere più tarde in nostro possesso sono una probabile statua di Elena, madre di Costantino I il Grande, ed una testa di filosofo barbato da Salamina.

Quanto a gioiellistica e produzione di vetro, quella cipriota fu sostanzialmente uniforme ai più diffusi canoni stilistici romano-imperiali, senza rilevanti innovazioni, mentre la ceramica è assai grossolana.

In conclusione a questo breve percorso ricostruttivo, ci sentiamo di citare ancora una volta il prof. Karageorghis, le cui seguenti parole valgono come massima sintesi e senso di un percorso storico-artistico estesosi per oltre 7000 anni e che, se non ha cambiato le sorti della Storia dell’Arte, certo però può essere meritatamente annoverato tra le sue espressioni più interessanti ed educative.

«Cipro è sempre stata soggetta ad influenze da parte dei suoi più potenti vicini, ma non è mai venuta meno in originalità e vitalità. Posta al crocevia tra l’Egeo ed il Vicino Oriente, l’isola sviluppò una cultura del tutto a sé stante, lo studio della quale ci può aiutare a comprendere le interrelazioni tra entrambe queste grandiose regioni del mondo antico. Il suolo di Cipro sempre fu luogo d’incontro per la produzione di innovazioni culturali. Al contempo, però, l’isola esercitò un’influenza sia sull’Oriente sia sull’Occidente che condusse a risultati sorprendenti, contribuendo così in modo sostanziale allo sviluppo della cultura mediterranea» (Cyprus, op. cit., p. 189)

di Alessio Costarelli


[1] Studioso nativo di Cipro, è ad oggi il massimo esperto al mondo di archeologia e ceramica cipriota, professore emerito di Archeologia presso l’Università di Cipro, direttore del Dipartimento delle Antichità e insignito lo scorso 3 novembre dell’Archaeology Award 2011.

[2] Per questa come per tutte le altre datazioni, mi attengo alla scansione cronologica proposta da V. Karageorghis in Cyprus, op. cit., p. 9

[3] La politura consiste nella lisciatura della superficie ceramica mediante uno stecco od un bastoncino ligneo sì da uniformare le molte irregolarità causate dalla sovrapposizione delle unità argillose oblunghe con cui si formava il vaso; l’introduzione del tornio nella Tarda Età del Bronzo rese inutile la politura

[4] Tecnica di decorazione ceramica a rilievo che prevede l’applicazione di barbotine (miscela collosa di argilla) con una siringa non molto dissimile da quelle impiegate in pasticceria; le decorazioni realizzabili sono piuttosto semplici e vertono soprattutto su motivi vegetali

[5] L’ingobbiatura (o ingubbiatura) consiste nel cospargere la superficie del vaso non ancora cotto con un impasto semi-liquido di argilla di diversa qualità, impasto che al momento della cottura assumerà colorazioni differenti (dal rosso vivo al crema al bianco) a seconda della composizione chimica dell’argilla di cui è costituito. Nella ceramica cipriota l’ingobbiatura non è attestata prima della Media Età del Bronzo

[6] Arte di intagliare o incidere gemme o pietre dure per ricavarne oggetti artistici per impiego più o meno quotidiano

[7] Del tutto errata è l’interpretazione suggerita da Karageorghis [in Cyprus] del passo Hist. VII, 90 di Erodoto, nel quale lo storico ci informerebbe che una colonia di Etiopi fu stanziata a Cipro come base di collegamento per il dominio faraonico: Erodoto non accenna mai a colonie etiopiche sull’isola

[8] E’ un piccolo contenitore di unguenti ed olii profumati prodotto per lo più dai ceramisti protocorinzi (VII sec. a.C.) e corinzi (VI sec. a.C.), raramente in seguito. Nell’ambito della ceramica protocorinzia nacque di forma globulare per evolversi rapidamente nelle forme conica, ovoide e piriforme. Tornò ad essere un vasetto globulare, con ampio bocchello ed unica ansa a largo nastro verticale, allorché alla ceramica protocorinzia successe quella corinzia (da Arte Greca, op. cit., p. 435)

[9] E’ un’ampolla per olii e sostanze profumate dotata di un’unica ansa a nastro verticale. Fu elaborata dai ceramisti attici nella seconda metà del VI sec. a.C. In principio aveva corpo globulare allungato a profilo continuo; in seguito si impose la forma con bocchello triconico, spalla a spigolo vivo e corpo cilindrico che conobbe grande fortuna per tutto il V sec. a.C. (da Arte Greca, op. cit., p. 435)

[10] Decorazione posta sulla sommità delle due sìmata inclinate, ossia sulla punta del tetto in corrispondenza delle facciate e rappresentante una divinità od un motivo vegetale/a conchiglia

[11] Rinvio chiunque sia particolarmente interessato a quest’opera a E. Gjerstad – “The Story of Chatsworth Head”, Eranos 43, pp. 236-242

[12] Nello studio della ceramica antica si è soliti definire “pittori” anche i decoratori di vasi, i quali erano soliti firmarsi col loro nome + égrapse (“tratteggiò/dipinse”), a differenza dei vasai che si firmavano col nome + epòiese (“fece”)

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Un Commento a “Il Museo di Cipro (parte II) – Lineamenti di Storia dell’Arte di Cipro antica”

  1. […] Arte a leggere l’ultimo post dell’OP, diviso in tre parti, I sulla storia del museo, II sull’arte cipriota in generale e III sulla collezione del museo. Se avete in programma un […]

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