Arts and Culture Magazine

Il Fienile Protestante

26 agosto 2012 by Alessio Costarelli
Oggi, 26 agosto, ha termine presso il Museo Civico di Villa Colloredo-Mels a Recanati l’esposizione de Il Fienile Protestante, straordinaria opera di Vincent Van Gogh recentemente scoperta. Un grande quadro che forse può contribuire a svelare il mistero sulla controversa morte del pittore olandese.

La scoperta di una nuova opera di un gigante dell’arte è sempre un momento emozionante, ma anche fertile terreno di confronto per i dibattiti più accesi; gli eventuali abbagli, il timore di falsi, sono nutrimento per le analisi e le accuse più sottili; ed a simile legge non è venuta meno neppure la recente scoperta di questa bellissima tela, dai più attribuita a Vincent Van Gogh. Non è nostra intenzione, in questa sede, esprimere una posizione in merito alla disputa attributiva, ritenendo – differentemente da molti altri – che sia opportuno tacere quando non si sia supportati dalle necessarie conoscenze per inserirsi in un dibattito tecnico ad alto livello; oltretutto, le numerose acquisizioni ed argomentazioni esaurientemente riportate dalle due recenti pubblicazioni1 ad opera degli studiosi italiani coinvolti – alle quali rimando per tutti gli approfondimenti cui qui non potremmo fare che fugaci accenni – su cui si esprimerà un convegno internazionale organizzato a Torino per l’anno venturo, paiono al nostro inesperto giudizio notevolmente convincenti, pur rammentando che mantenere un lecito dubbio alla base di ogni affermazione scientifica è il dato più oggettivo che si possa detenere.

Nel 2009 padre Floriano Grimaldi, Direttore dell’Archivio Storico presso il Santuario della Santa Casa di Loreto ed eminente studioso dell’opera vangoghiana, cominciò a studiare questa magnifica tela, opera che, priva di firma, egli subito ritenne di poter attribuire alla mano del celebre pittore olandese. Una prima campagna di studi ed analisi scientifiche nel 2011, cui è seguita quella intrapresa nell’aprile di quest’anno, sembrano aver confermato la sua opinione.

Il Fienile Protestante, in modo forse un po’ troppo propagandistico, è definito da tutti i manifesti “l’ultimo dipinto” di Van Gogh, ma è subito necessario fare delle precisazioni che gli studiosi non hanno tardato ad esporre: è evidente che, per stile, quest’opera non può certamente essere stata composta ad Auvers-sur-Oise, negli ultimi mesi di vita dell’infelice artista, in quanto nient’affatto assimilabile allo stile di opere come quella che la tradizione vorrebbe essere l’ultima tela dipinta tre giorni prima del suicidio, nel luglio 1890, Campo di grano con corvi. Eppure il Fienile Protestante, quasi certamente cominciato intorno al 1881 (le lettere 167 del maggio 1881 e 402 del novembre 1883, in cui l’artista descrive ambienti assai simili al soggetto del quadro, sono documenti fondamentali nello studio storico-stilistico di quest’opera) quando Van Gogh ancora viveva in Olanda, potrebbe forse essere l’ultima tela cui Van Gogh lavorava prima della sua morte.

Le analisi XRF e riflettologiche hanno evidenziato senza ombra di dubbio una triplice stesura dell’opera, più volte rimaneggiata e profondamente modificata nell’arco di diversi anni, testimoniando un reiterato e tormentato processo creativo. La modifica forse maggiore alla stesura originale si è avuta nell’alta guglia al centro del quadro, sostituta di una precedente torre campanaria semi diroccata. Le medesime analisi scientifiche hanno anche scorto le evidenti tracce di ben due firme, una nella porta di destra del fienile (grattata via e seguita da un numero il cui significato è assai dubbio) ed una seconda, più recente, nell’angolo in basso a sinistra (di cui sarebbero visibili le lettere VIN; fu coperta da uno strato di colore); entrambe sono state riconosciute autentiche dalla perizia calligrafica. Un’ulteriore scritta, a stento visibile agli strumenti (analisi al multilayer) ed ubicata sulla trave riflessa nella fossa piena d’acqua, riporta un à Millet, forse omaggio all’ammirato pittore francese.

Ripetute analisi chimiche hanno poi confermato che i materiali impiegati (tela, colori, ecc.) risalgono tutti all’ultimo ventennio dell’Ottocento; in special modo colori come il bianco di zinco, il bianco di piombo ed il giallo di cromo, variamente tolti dal commercio al più tardi entro la fine degli anni Dieci del Novecento, sono stati ampiamente impiegati: questo fatto, legato ad evidenze storiche nel successo collezionistico dell’opera di Van Gogh, dovrebbe fugare la maggior parte dei dubbi circa una eventuale contraffazione della tela. Oltretutto, l’abbondante impiego del bianco di zinco, mal sopportato dagli Impressionisti e dai pittori in genere perché poco coprente, è indizio della paternità vangoghiana del quadro, giacché invece il pittore olandese era tra i pochi artisti ad usarne in abbondanza per rendere velature di colore e, mischiato al bianco di piombo, per attenuarne l’impatto coloristico.

Rammentando sempre che lo stile vangoghiano si modificò notevolmente nel corso della breve vita dell’artista e che negli anni giovanili era assai differente da quello dei più noti dei suoi quadri, in quanto più vicino prima alla corrente realista (necessariamente condizionato dalle sue fallimentari esperienze di evangelizzazione, prima fra tutte quella tra i minatori del Borinage) poi a quella impressionista (cui il Fienile Protestante può, a nostro avviso, essere ricondotto, benché teoricamente precedente al soggiorno parigino ed al vero e proprio incontro con gli Impressionisti), la quale però, dopo un iniziale fascino, presto gli risultò inadeguata (più negli intenti che nella tecnica), volto com’era ad una pittura dell’interiorità già in odore di espressionismo, è pur evidente in questa tela il tratto caratteristico della sua mano: nelle pennellate cariche e distinte del tetto dell’ovile (sulla sinistra), nella resa del terreno e soprattutto nella rappresentazione degli strumenti del lavoro agricolo sotto la tettoia sulla destra, accanto alla quale un capannello di galline beccano indisturbate semi e mangime vario. Estremamente notevole, a tal proposito, ci sembra il tetto del fienile, con le sue regolari e quadrate toccate eseguite con un pennello a punta piatta che distribuisce diligentemente quei grigi venati di verde e giallo, macchiati di bianco e dal centrale bagliore azzurro-violaceo, col suo lucernaio della soffitta e, in cima al campanile, il galletto segna-vento.

L’opera, tra l’altro, si presta particolarmente bene ad una critica psicologica – sempre appropriata in un autore come Van Gogh – che ne evidenzi i luoghi di maggiore tensione emotiva. Senza eccessivamente dilungarci in questa sede, possiamo ricordare come i critici si siano concentrati maggiormente su tre punti. Il primo è la questione dell’ombra, centrale qui come in diverse altre tele, ma che si è messo in relazione in particolare con La chiesa di Auvers (1890): quasi tutta la parte in basso a destra del quadro è oscurata da un’ombra continua che, causata dalla chiara luce di un sole aurorale ancora basso sull’orizzonte, è proiettata da un edificio collocato però oltre l’inquadratura della scena; quest’ombra, che nella prima versione aveva assunto la forma di un mulino a vento, simbolo forse della ciclicità della semplice vita campestre così come della transitorietà dell’effimera vita umana, è pertanto l’indizio, evidente per lo spettatore, della presenza del Rimosso, ossia della figura, dell’essenza estranea alla composizione e, quindi, alla vita civile, l’Emarginato, specchio del pittore stesso, così frequente nei suoi quadri.

Questo primo punto si lega direttamente al secondo elemento psicologico su cui i critici hanno voluto porre l’accento: l’ovile sulla sinistra del quadro, quasi sullo sfondo rispetto al soggetto principale. In questo piccolo edificio, dalle dimensioni contenute e dall’aspetto trasandato, fulvo e misero rispetto al candido e svettante corpo del fienile, si è voluto vedere un autoritratto trasfigurato del pittore, usus cui tra l’altro egli non era nuovo; per di più, a sottolineare il senso di vacuità ed estraneità dell’artista rispetto al mondo ed alla società in cui viveva, si noti come, stranamente e di certo non erroneamente dato l’alto livello del quadro, l’edificio non si rifletta nello specchio d’acqua antistante come invece accade al fienile: ricordando al lettore come sia fondamentale non lasciarsi prendere la mano in analisi necessariamente astratte come le critiche psicologiche, riportiamo l’ipotesi dei critici, i quali hanno voluto mettere in connessione il fatto con la tragica figura del fratello maggiore di Vincent, omonimo e nato morto: il portare lo stesso nome del fratello scomparso dovrebbe aver creato un notevole scompenso nel già labile equilibrio psicologico dell’artista, che identificandosi nel proprio malessere col defunto e nel contempo come opposizione complementare al vitale fratello minore Theo, per lui saldo punto di riferimento, si sarebbe sentito quale spettro sulla terra, che pertanto non si riflette nello stagno così come è invisibile agli occhi della società. «La Presenza/Assenza del fratello morto e la sua conseguente rimozione, spingono l’artista ad assolutizzare in età matura il suo Super Ego, fino a neutralizzare l’Ombra, ignaro dei propri limiti mentali e fisici generati dalla dissoluzione della presenza inconscia del fratello morto. Dal 1888 in poi l’equilibrio psichico dell’artista si spezza ed è in pittura chiaro il disagio mentale» (Vincent Van Gogh. L’ultimo dipinto, op. cit., p. 79).

Così come l’ovile rappresenterebbe l’artista stesso, il fienile, in realtà una chiesa attenuata nei suoi tratti caratteristici e nei suoi simboli cristiani, incarnerebbe la figura paterna di Dio; la riduzione della chiesa a fattoria sarebbe anche segno evidente delle posizioni di Van Gogh in tema di religione, lui così critico verso l’opera ed i modi di tutte le confessioni cristiane e così legato ad un’idea pura ed evangelica della Fede e, quindi, della Chiesa, che dovrebbe essere veramente caritatevole ed accogliere i bisognosi come la stalla accolse la Sacra Famiglia e Gesù nascente. Ma il suo candore avrebbe anche un risvolto opposto, essendo spesso per Van Gogh il bianco colore dalle connotazioni negative. Ai piedi del portone centrale e, quindi, ai piedi del Padre, il terreno cela, qui sì in modo evidente ed incontestabile, la pareidolia (ossia “figurazione apparente”) di Cristo in croce, con capo e mano sinistra fasciati, a sottolineare il messaggio fortemente spirituale di questo altissimo capolavoro. «Il destinatario cui l’artista si rivolge con il dipinto è l’uomo disposto a riconoscere nella natura uno spazio saturo di presenza divina. Cosa sono del resto il celebre dipinto della Chiesa di Auvers e il Fienile Protestante se non dei veri inni sacri, declinati nelle forme dimesse e dissimulate dell’ambiente contadino? La campagna intrisa di sudore umano […] viene a richiamare l’inesausto dialogo tra l’Uomo e Dio» (Vincent Van Gogh. L’ultimo dipinto, op. cit., p. 80).

Infine, dedichiamo la nota di chiusura di questa che in fondo è stata una incompleta sintesi dei più recenti ed autorevoli studi condotti sull’opera, all’ultimo – e forse più avvincente – scenario che il ritrovamento del quadro ha aperto, in seguito al rinvenimento sulla tela, tra i diversi residui organici come peli fulvi ed impronte digitali, di quelle che con tutta probabilità sono da riconoscersi come tracce ematiche.

La tradizione corrente circa la morte di Vincent Van Gogh è quella che fu riportata da un settimanale successivamente alla tragedia, sulla base di poche testimonianze raccolte, ma con evidenti omissioni e soprattutto senza tener conto dei verbali della polizia (ben presto andati perduti e mai più ritrovati): il 27 luglio, tre giorni dopo aver dipinto Campo di grano con corvi, Van Gogh sarebbe uscito, diretto verso quello stesso campo, con l’intenzione di dipingere, ma ivi si sarebbe sparato con una pistola prestatagli dal suo padrone di casa per scacciare i corvi che infastidivano il suo lavoro e, rientrato sanguinante nella sua stanza, sarebbe morto dopo tre giorni di agonia, assistito dal sempre fido dottor Gachet e dall’amorevole fratello Theo. Ma una tradizione parallela e meno nota vorrebbe che il suo ferimento, volontario o accidentale, fosse avvenuto in una fattoria in Rue Boucher a Chaponval-Auvers e ad una prima analisi risulta evidente che questa ipotesi è assai più coerente con svariati altri indizi e testimonianze in nostro possesso.

Non è nostra intenzione dilungarci nei dettagli di un’indagine complessa, per i quali rimandiamo una volta di più agli esaurienti testi già citati. Limitandoci a pochi elementi essenziali, diremo che aspetto tutt’altro che irrilevante nelle testimonianze raccolte è che nessuna di esse, affermando che Van Gogh quel giorno si stava recando a dipingere, accenna al fatto che fosse gravato del carico di tutto il suo materiale, che pure doveva essere alquanto ingombrante: ciò porta a supporre che questo fosse già da giorni collocato in loco, un luogo necessariamente protetto che certo non poteva essere un campo aperto, ma forse un’accogliente fattoria. E’ altrettanto vero che Van Gogh era inviso a molti concittadini (i quali avevano depositato presso le autorità una petizione affinché egli fosse allontanato o nuovamente internato), a causa dei suoi disturbi depressivi che spesso sfociavano in atti aggressivi di aperta ostilità (pochi giorni prima della tragedia, lo stesso dottor Gachet era stato minacciato dal pittore) ed autolesionismo; quest’ultimo in particolare ricorreva in casi di cocenti delusioni affettive: per il rifiuto della sua proposta di matrimonio da parte della cugina Cornelia egli si bruciò la mano sinistra, mentre un violento alterco con l’amico Gauguin lo spinse alla nota recisione di un orecchio. Si è quindi supposto che l’eventuale nuovo istinto suicida sia stato causato da un amore non ammesso, ma forse ben evidente, per qualche ragazza, forse legata a coloro che più gli erano vicini in quei mesi: il dottor Gachet e gli albergatori Ravoux, i quali avevano una figlia, Adeline. Un simile scenario ha quindi recentemente indotto due studiosi inglesi, S. Naifeh e G. W. Smith (Van Gogh. The life, London, 2011), ad ipotizzare addirittura un omicidio, avvenuto nella fattoria di Chaponval con la complicità dei Ravoux e forse, perfino, del dottor Gachet.

Tuttavia, lo scenario più probabile agli occhi degli studiosi italiani del Fienile Protestante è quello di un Vincent che come ogni giorno si recò nella fattoria sopracitata a dipingere, attività durante la quale si intratteneva chiacchierando con i proprietari. A questo punto, se si trattò di omicidio involontario, qualcosa dovette scatenare una furibonda lite tra il pittore ed uno dei proprietari e nel tentativo di sedare la colluttazione, forse da parte di un terzo, Van Gogh dovette rimanere ferito a morte; altrimenti, nel caso di un suicidio, i proprietari potrebbero aver sorpreso il pittore già ferito o che stava per spararsi ed avrebbero cercato di fermarlo. Sta di fatto che, ferito, svenuto ma creduto morto, con tutta probabilità Van Gogh fu gettato in una fossa di letame, dalla quale sarebbe uscito a sera una volta ripresosi, rincasando in albergo, ove i Ravoux l’avrebbero trovato nelle pietose condizioni che già conosciamo e, alla domanda su cosa era successo, Van Gogh avrebbe risposto: «mi sono tirato… speriamo di non essermi mancato!». Il resto della storia è noto e ben documentato.

Nulla si sa delle ultime opere di Van Gogh successive al Campo di grano con corvi ed in effetti nessuno, già allora, si preoccupò di recuperarle, nemmeno il fratello Theo, il quale ripartì per Parigi a mani vuote subito dopo la morte di Vincent, per poi morire a sua volta pochi mesi più tardi. E’ però lecito, se non probabile, supporre che sia proprio il Fienile Protestante l’ultima, perduta tela di Van Gogh, alla quale per la terza volta egli aveva rimesso mano, traendo ispirazione da una fattoria dell’Ile-de-France come ultimo modello per il suo originale fienile/chiesa olandese. E non è poi così improbabile che le tracce ematiche ritrovatevi sopra, se veramente sono tali, possano essere la prova di ciò, schizzi testimonianti lo sparo a bruciapelo che in tre giorni avrebbe posto fine alla vita di uno dei grandi geni della pittura moderna. Sta di fatto che l’angoscia ed il desiderio di pace nella fine che Van Gogh dovette provare è inquietantemente testimoniato da quella paraidolia già osservata nel Fienile Protestante, raffigurante simbolicamente Cristo, ma più propriamente un uomo impiccato con capo e mano sinistra fasciati, proprio come Van Gogh per via della mano ustionata e dell’orecchio mutilato.

In conclusione, ci sentiamo solo di auspicare che queste ultime scoperte e la sempre più intricata ed affascinante ricerca della verità sulla vita e la morte di Van Gogh non si trasformino in una nuova occasione bassamente commerciale da narrativa da quattro soldi o speculazione pubblicitaria, più che mai offensiva della memoria di un uomo da cui tutti dovremmo prendere esempio per l’amore incondizionato che portava verso il prossimo e per il sollievo che la carità dava al suo stesso dolore. Ci auguriamo quindi con tutto il cuore che un nuovo Dan Brown o qualche pseudo-studioso in cerca di facile fama non sorga all’orizzonte, violentando la figura di Van Gogh come già fin troppo si è fatto con quella di Leonardo da Vinci. Ci si concentri piuttosto sulla bellezza, sul valore e sul significato delle grandi opere d’arte, dei grandi manufatti dell’umanità, seguendo il prezioso consiglio del saggio ed infelice pittore olandese: «Cercate di comprendere l’ultima parola di quel che dicono nei loro capolavori i grandi artisti, là dentro sarà Dio» (Lettera 195).

di Alessio Costarelli

[Questo articolo si riferisce ovviamente a studi che, ad oggi, si sono arricchiti di nuovi contributi, cui si rimanda il lettore per ogni correzione od approfondimento ai presenti contenuti N.d.R. 2014]


1 F. Grimaldi, M. Mascii, M. Seroni, “Vincent Van Gogh. Il Fienile Protestante”, Figline Valdarno, 2011; M. Mascii, C. R. Romeo (a cura di), “Vincent Van Gogh. L’ultimo dipinto. Il fienile protestante” (cat. mostra), Recanati, 2012

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Posted in: Arte, Opere |

4 Commenti a “Il Fienile Protestante”

  1. […] Venite a leggere il resto su […]

  2. LadyLindy scrive:

    è commovente, bellissimo.

    • alessiocostarelli scrive:

      Hai ragione! Anche io ne sono rimasto oltremodo colpito. Questo quadro riunisce in sé la sensibilità di Van Gogh con la serenità di un Monet. Meraviglioso!!

  3. Gisella scrive:

    Quanto è affascinante questo quadro e quanto fa pensare, grazie Alessio di avercelo spiegato.

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