Arts and Culture Magazine

Il Diavolo e le sue incarnazioni letterarie

18 gennaio 2012 by Giacomo Teti
Un’indagine di alcune fra le più importanti rappresentazioni letterarie, non solo italiane, della figura del Demonio, alla ricerca di angoli d’osservazione inediti che ce lo facciano apparire sotto una luce non sempre così sinistra.

______________________________

C’è qualcosa di buono nel Diavolo? Domanda curiosa, si dirà, e non poco provocatoria. Nondimeno sono tanti gli uomini che se la sono posta nel corso del tempo, e parecchi, almeno fra i più grandi, si sono dati (e ci hanno dato) una risposta. In questo articolo vogliamo analizzare le più importanti rappresentazioni letterarie del Diavolo, le metamorfosi da lui subìte, e sforzarci di mostrare come anche nei suoi ritratti più orribili e spaventosi si nasconda sempre almeno un elemento che lo riscatta, attribuendogli una funzione positiva.

È necessaria anzitutto una breve premessa. L’idea di Diavolo come avversario del Dio supremo, e quasi come sua controparte negativa, non nasce con l’avvento del Cristianesimo, e non è esclusiva nemmeno della religione ebraica. Quasi tutti i grandi politeismi del mondo antico contemplavano infatti la figura di un dio del Male, a cui ricondurre tutti gli aspetti negativi dell’universo; nelle culture che arrivarono a sviluppare un sistema di pensiero più raffinato, come quella egizia, la divinità malvagia (Seth, in questo caso) assunse ben presto i connotati non di un qualunque essere superiore accidentalmente dedito al Male, ma di vera e propria antitesi dialettica, e quasi direi nemesi, della deità positiva reggitrice dell’universo. Il termine nemesi non si è scelto a caso: tale parola vale “la parte che spetta a ciascuno”, ed indica perciò, in senso metafisico, l’opposto di cui non si può fare a meno, perché da esso e in contrapposizione con esso si determina l’identità stessa del soggetto; il dio del Male si scopre così naturale complemento e quasi condizione di esistenza del dio del Bene, e ne viene in certo qual modo associato al governo come uno dei due principî dal cui diuturno rincorrersi e compenetrarsi nasce la sempre rinnovata vicenda del mondo. Per questo rispetto tuttavia una tradizione si ritaglia uno spazio a parte, stagliandosi con profilo anomalo contro il panorama delle religioni antiche: ai Greci e alla loro mitologia, infatti, la nozione di dio del Male era estranea. Questo non vuol dire che essi ignorassero questo binomio dialettico, bensì che ponevano l’opposizione in termini già più complessi ed evoluti, evitando di attribuire connotazioni troppo negative a uno dei due dei in campo, riconoscendo in entrambi l’asse portante del mondo, e addirittura facendo loro condividere lo stesso santuario (quello di Delfi: le divinità, è chiaro, sono Apollo e Dioniso).

Nella tradizione cristiana, che condanna ogni forma di dualismo, il Diavolo può essere invece soltanto il Male assoluto, da combattere e contrastare. Ed è in questa forma che lo recepisce la nostra letteratura ai suoi albori, a partire da Dante. Il sommo poeta non aberra punto dalla via additata dalla dottrina nell’attribuire al Demonio e ai suoi seguaci ed accoliti tutta l’abiezione e la perversione possibili, nel relegarli nell’imo del creato e nel segnarli a dito come ciò che massimamente è da fuggire. Nella polimorfa narrazione dantesca, il diavolo veste tutti i possibili abiti del peccato e della malignità, nulla risparmia e nulla gli è risparmiato: ora essere meschino e incattivito, unicamente votato alla distruzione e alla perdizione; ora caricatura di un soldato inetto e fanfarone, rissoso, bilioso, prepotente e ridanciano; ora subdolo e menzognero campione di una logica degenerata, sottratta al suo fine primario, la ricerca del vero, e volta soltanto a portare sofferenza e a perdere l’uomo contro la buona volontà e i nobili sentimenti.

Ma, si dice, il fistolo non è nero come lo si dipinge, e anche nella Commedia affiorano, a tratti, tracce di una visione un po’ diversa, che riconosce la necessità di quello che Dante stesso, molto a proposito, definisce “l’Antico Avversario”. È una tesi azzardata, ma potremmo dire che per Dante niente è negativo in assoluto, perché ogni azione, pur se compiuta da agenti dotati di individualità (ivi compreso Lucifero) per loro libera scelta, risulta tuttavia sovradeterminata, in quanto rientra nel progetto divino e in esso trova un posto e una giustificazione ben precisi; così la ribellione degli angeli, che pure nel VII dell’Inferno è detta “superbo strupo”, cioè tracotante violenza contro l’ordine delle cose, era stata cionondimeno prevista da Dio e ricompresa nel suo disegno, se è vero che la creazione dell’inferno, diretta conseguenza della cacciata degli angeli ribelli, è in pari tempo espressione del divino desiderio di giustizia. Così infatti suonano i vv. 4-6 del canto III, corrispondenti alla terzina mediana dell’iscrizione che campeggia sopra la porta dell’inferno: «Giustizia mosse il mio alto fattore;/ fecemi la divina potestate,/ la somma sapïenza e’l primo amore». Dunque il Diavolo e la sua sede hanno in primo luogo qualcosa di positivo per il fatto di essere necessarî strumenti della giustizia cosmica, e quindi parte integrante e imprescindibile di un ordine universale; non diversamente, in fondo, dalla crocifissione di Cristo, che, se pure fu in sé un orribile misfatto, era nondimeno ineluttabile e, anzi, la ragione stessa per cui Dio si era fatto uomo: per condurlo, attraverso il proprio sacrificio, alla salvazione.

Questo ci porta al secondo punto della questione. La redenzione dell’umanità da parte del Messia non fu indolore, perché richiese il suo martirio; Gesù dovette morire per poter rinascere e assurgere così al Cielo. Così è del Dante-personaggio (che, come è noto, sta per l’umanità intera, proprio come Cristo espia le colpe di tutti gli uomini), al quale, per uscire dalla selva del peccato in cui si è smarrito, non è dato salire subito il “dilettoso monte”, il Colle della Grazia, ma è invece prospettato, come unica via di salvezza, un periglioso viaggio attraverso tutti e tre i regni ultraterreni, a cominciare proprio dall’inferno: perché per risorgere bisogna cadere, e la riconquista del Bene, il quale altro non è che la primeva perfezione dell’universo, passa necessariamente per la trasformazione nel suo opposto: un passaggio doloroso ma che completa e arricchisce.

Nonostante queste considerazioni, è innegabile che i demoni non abbiano una buona fama (il che non stupisce), e in ogni tempo essi sono stati dipinti, anche fisicamente, in modo poco lusinghiero. Nell’immaginario comune il diavolo è sempre brutto. È vero che esistono, fin dal Medioevo, tradizioni dotte parallele a quella popolare, che ce ne restituiscono immagini diverse (arrivando a descriverlo, talvolta, come essere incorporeo, quasi fosse uno spettro o uno spirito malevolo), ma la sua rappresentazione tradizionale è un’altra. L’immagine che tutti conosciamo, di un mostro con corna e barba caprine, piede forcuto, coda aguzza, ali membranose e un forcone nel pugno, è in parte costruita assemblando elementi dell’iconografia di varî dei pagani, che venivano in tal modo demonizzati (letteralmente); ma l’accentuata caratterizzazione, nella sua fisionomia, dell’abnorme, del mostruoso, del grottesco risponde soprattutto all’esigenza di bollarlo di un’indelebile taccia d’infamia, marchiandolo come “altro”, “diverso”, e perciò da temere. Il Nemico per antonomasia assolve così egregiamente la sua funzione primaria, cementando l’interna coesione della cristianità, unita contro la comune minaccia. Lo ha ricordato non molto tempo fa Umberto Eco, durante l’intervento che tenne a Bologna, nell’aula absidale di santa Lucia, il 15 maggio 2008: senza qualcuno a cui contrapporsi, qualcuno da odiare con tutte le proprie forze, non esiste identità di gruppo, o, se esiste, ha scarsissima consistenza; solo l’esigenza di far fronte comune contro un pericolo esterno, e il sentirsi affratellati da questa lotta, crea l’unità sociale. Il corpo del Diavolo è stato così, nel corso dei secoli, sempre più scontraffatto e sconciato dalla penna degli scrittori, approdando a deformazioni ridicole e assolutamente improponibili (vien fatto di domandarsi come possa quello che una volta era l’angelo prediletto da Dio avere questo aspetto): pelame lurido e incolto, flatulenze violente e fragorose, occhi distrambi e di colori discordi (“Guardate bene, forse è fra voi”, disse Eco al suo uditorio al termine dell’elenco).

Si pongono nel solco di questa tradizione i poemi cavallereschi, dove i diavoli, quando fanno la loro comparsa, sono spesso poco più che macchiette, mostriciattoli ripugnanti, e fanno una ben grama figura. Non mancano però illustri eccezioni; caso esemplare è l’Astarotte del Pulci, diavolo gentile, soccorrevole e vagamente malinconico. Non posso vantare conoscenze approfondite su questo personaggio, ma mi si consenta di descrivere l’impressione che ne ho ricevuto: a me piace pensarlo come un personaggio un po’ tormentato, dotato di una compassata saggezza, confinato dalla vita in una condizione ingrata, che cerchi, ma senza troppa fiducia, di riscattare sé stesso e gli altri attraverso piccoli atti di cortesia e generosità, pur conscio dell’irredimibilità dell’esistenza. Astarotte vuole comunque simboleggiare, nel poema che lo ospita (il Morgante), la labilità del confine tra Bene e Male, tema caro ai principali esponenti di questo genere poetico. Adombrato dall’Ariosto, con l’irriverente ironia che mette in discussione i valori tradizionali dell’epica cavalleresca, e col decentramento narrativo che disorienta il lettore, come a minarne i punti fermi, è poi ripreso e compiutamente sviluppato dal Tasso, che della fragilità di ogni certezza si farà una bandiera (fino ad esserne sopraffatto), e che, organizzando per coppie oppositive la materia del suo poema (pagani e cristiani, inferno e paradiso, eroismo ed erotismo, città e selva) mostrerà come la distinzione fra i due corni delle varie alternative sia talora molto sfumata, e come i giudizî di valore sull’uno e sull’altro non possano mai essere espressi una volta per sempre.

C’è però un altro filone ugualmente importante, che ha il suo primo rappresentante di rilievo nell’inglese John Milton. Nel suo Paradiso perduto, egli dà una lettura del personaggio di Satana in chiave completamente diversa, che ribalta la prospettiva sopra descritta, facendo di lui, se è lecito dirlo, l’eroe epico: interpretazione, questa, che risente dell’anticlericalismo dell’autore e della sua avversione per la monarchia, e che in Lucifero riconosce il prototipo del ribelle che alza la testa contro la tirannia, contro l’iniqua costrizione, contro i dogmi e le verità imposte. Tale rappresentazione diverrà in seguito un vero tópos letterario, molto sfruttato soprattutto dagli autori romantici, poiché ben si sposa con il mito del titanismo, dell’eroe bramoso di infinito, costretto entro gli angusti limiti di una società meschina, che cerca di elevarsi ad una dimensione superiore. Anche Mary Shelley se ne ricorderà, quando nel Frankenstein, per bocca della stessa Creatura, introdurrà un paragone fra essa e Satana: entrambi creati per essere belli e divenuti un’aberrazione della bellezza, entrambi reietti, schivati e odiati da tutti. Estrema filiazione di questo motivo sarà il carducciano “Inno a Satana”, dove l’Anticristo simboleggia e riassume in sé tutti gli ideali del poeta, dal rifiuto della coercizione autoritaria e della morale corrente allo scetticismo, all’esaltazione dell’individuo e dell’essere umano, alla fede nella Ragione e nella Natura, uniche divinità dell’ateo Carducci.

Per concludere la nostra rassegna, ci resta da esaminare un’ultima concezione del Demonio, apparentemente millenaria, che sembra affondare le radici negli antichi culti orfici, che solca non vista i secoli, affiorando di quando in quando, con andamento carsico, e sfocia nell’opera di uno delle nostre più grandi personalità letterarie: Giacomo Leopardi. Nel Ciclo di Aspasia, il poeta di Recanati dà sfogo a tutta la sua frustrazione, a tutta la sua rabbia per le sofferenze patite, e si riduce a invocare l’onnipossente Arimane perché gli conceda almeno la morte. Con questo nome, mutuato dal mazdeismo, nel quale indica l’avversario del dio creatore Ahura Mazda, egli vuole riferirsi a un Dio malvagio che ha ogni cosa in suo potere; e questo Dio altro non è che l’ultima incarnazione della natura matrigna – definitivamente sostituitasi a quella benigna e consolatrice della prima giovinezza -, espressione di un disincanto e di uno scoramento ormai quasi immedicabili, di una visione del mondo totalmente negativa, in cui il Diavolo è l’unico Dio, l’universo è interamente ordinato al male, e non c’è spazio per alcun tipo di provvidenza o di misericordia. Il genio maligno ingannatore degli uomini che siede sul soglio universale in luogo di Dio, postulato da Cartesio per finalità meramente argomentative, poi recisamente negato, assume ora, spaventosamente, consistenza reale. Già nell’Orfismo, come si accennava sopra, il mondo materiale era creduto un parto del Male, nato dalle ossa dei Titani folgorati da Zeus; in molte tradizioni filosofiche la realtà terrena è considerata una corruzione di quella divina, e perciò qualcosa di sostanzialmente misero, se non negativo; anche alcuni movimenti ereticali nati in seno al Cristianesimo, come quello dei Bogomili, vedevano il mondo degli uomini come una creazione dello stesso Satana (Satanael). Ma ora, nell’opera di Leopardi, la luce che investe il creato è molto più cupa e angosciosa: se l’infinito è il nulla, perché non può darsi il caso di un essere individuo illimitato, allora non c’è alcun Dio, solo il Diavolo è responsabile della nostra esistenza e delle nostre sciagure, ed è a lui che dobbiamo rivolgere le nostre preghiere. Eppure, in questo quadro a tinte così fosche, si apre tuttavia uno spiraglio di luce: è la fratellanza degli uomini, la costituzione dell’umano consorzio come una lega, una “grande alleanza degli esseri intelligenti contro la natura”. Ecco che dunque, pur nel più irriducibile pessimismo cosmico, il nostro Antico Avversario torna a rivestirsi di quella valenza positiva che tante volte gli è stata riservata: quella dell’antagonista dialettico, l’“altro” che ci serve per sentire con più forza la nostra identità.

di Giacomo Teti

3

Tags: , , , , , , , , , , , , , , ,

Posted in: Percorsi tematici, Personaggi e figure |

13 Commenti a “Il Diavolo e le sue incarnazioni letterarie”

  1. “Vien fatto di domandarsi come possa quello che una volta era l’angelo prediletto da Dio avere questo aspetto”. E’ una domanda che mi sono posta anche io, e se non ricordo male Dante in qualche punto dell’Inferno – perdonami, non mi ricordo assolutamente dove – dà una sorta di spiegazione: dovrebbe essere il peccato ad averlo abbrutito e imbruttito, dandogli i connotati disgustosi con i quali è ricordato.
    D’altronde avrebbe un senso, se pensiamo che la letteratura è piena di esempi di come il peccato deteriori una persona, oltre che nell’animo, anche fisicamente (Dorian Gray è il primo che mi viene in mente, ma penso anche a Mr.Hyde, e sicuramente ce ne sono altri che ora non rammento).
    Che ne pensi?

  2. Giacomo Teti scrive:

    Neanch’io mi ricordo quel passo, ma hai assolutamente ragione. Infatti poi ho anche accennato come per Milton e per la Shelley Satana sia il prodotto dell’aberrazione da un’originaria bellezza. La corrispondenza fra abiezione morale e aspetto laido e sozzo era poi un motivo topico nel Medioevo, specie nella ritrattistica. Anche l’Umanesimo non abbandona questa concezione (basta guardare alcuni quadri di Bosch per vedere come rappresenta gli individui corrotti). Si tratta comunque di un modo di pensare che appare un po’ ingenuo agli occhi di noi moderni; ma soprattutto, quando viene inteso alla lettera ed esagerato, dà luogo a risultati grotteschi.

    • Nella ritrattistica non solo nel Medioevo e Umanesimo, mi vengono in mente i ritratti dei vari alienati con monomanie di Géricault: invidia, gioco d’azzardo, cleptomania, assassinio hanno condotto questi personaggi alla follia e all’alienazione (e peraltro non sono proprio degli amorini e piacevoli da guardare!).

  3. LadyLindy scrive:

    il mio “diavolo preferito” è il giustiziere Woland nel romanzo “il maestro e Margherita” ^-^

  4. Silvana scrive:

    Non è tanto strano associare la “mostruosità” fisica o la bruttezza al male.
    Potrebbe avere anche una spiegazione di tipo sanitario considerando come alcune patologie virali o batteriche (particolarmente presenti nelle epoche antiche) deformino anche l’aspetto esterno di una persona.
    Quindi se la malattia fisica corrompe ed imbruttisce il corpo altrettanto la malattia morale viene rappresentata in una corrispondente degenerazione dell’aspetto esteriore.

    • Infatti, a ben pensarci, un medico e antropologo come Lombroso non ha fatto altro che codificare questa concezione proprio in campo medico e anatomico! Tutti i cosiddetti “atavismi”, che nelle sue teorie dovevano indicare la tendenza più o meno spiccata di una persona alla malvagità e quindi al crimine, sono tratti somatici che richiamano quelli delle scimmie.

  5. Giacomo Teti scrive:

    Ottimi interventi, mi avete decisamente convinto. Dopotutto anche per i Greci il Bello era specchio del Bene; perché non dovrebbe valere il contrario? C’è sempre una corrispondenza tra mondo spirituale e mondo fisico.

  6. Alessio Costarelli scrive:

    Forse non sempre, quanto meno in ambito classico. Certo rammenti quando al ginnasio io e te insieme andammo dalla professoressa a porle un quesito che l’avrebbe, anche se per poco, messa in crisi: perché Efesto, un dio, tanto operoso (e quindi indubbiamente caro soprattutto ad Esiodo) e che già Omero nel I canto dell’Iliade mostra anche colmo d’affetto e premure verso la madre, quasi un anticipatore in chiave matriarcale (non a caso tipicamente egea) dell’idea tutta romana di “pietas”, è sempre rappresentato brutto, di una bruttezza che travalica il suo semplice esser sciancato per ira paterna? Eppure, è da ricordare come in effetti nel suo stesso aspetto grottesco siano contenute le giustificazioni per le sue umiliazioni, un po’ come nello stereotipico teatro menandreo e terenziano il giovane innamorato trionfa sempre, mentre il vecchio lenone accusa una sconfitta necessaria proprio e soprattutto in virtù della sua vecchiezza. La kalokagathìa è un ideale sepolto con Achille ed i Greci ma la cui memoria, tra mille eccezioni, si è spinta fino a noi sotto forma di utopismo e strumento fraudolento, tanto più valido ora in questa nostra epoca di immagini ed inganni.

  7. Gisella scrive:

    Complimenti per la trattazione, soprattutto perché, nonostante un argomento così usuale eppure a tratti insidioso, non scade mai nella retorica né sconfina in una trita religiosità.

  8. Giacomo Teti scrive:

    Grazie mille, Gisella, per il giudizio positivo; spero davvero di essere riuscito a dire qualcosa di minimamente originale. Per Costa: non ti dimenticare che Efesto è una divinità della terra e del fuoco sotterraneo, concepito da Era senza padre, con l’aiuto della stessa Gea, in spregio a Zeus e alla sua infedeltà coniugale; è dunque ascrivibile a quel mondo femminile e ctonio che si contrappone al regno del dio dei cieli e lo controbilancia. La partenogenesi da Era lo apparenta poi al mostro Tifone, generato allo stesso modo dall’ira della dea; la mostruosità e la deformità sono i connotati tipici della stirpe terrigena, e rappresentano la mobilità, l’incertezza, la mutevolezza. Alla kalokagathia mi sono richiamato solo a titolo d’esempio; quello che nell’articolo ho cercato di comunicare è anzi come anche quello che correntemente è detto il Male abbia una sua dignità e una necessità nell’architettura dell’universo, e perciò anche il brutto, che lo simboleggia, è in questa chiave riscattato e nobilitato. L’ultima cosa che voglio è sciogliere un inno al culto della bellezza di plastica dei nostri tempi.

  9. Alessio Costarelli scrive:

    Non ti preoccupare, in questo non ti avevo affatto frainteso, anche perché sai bene, come me, che la pensiamo allo stesso modo. Solo volevo citare un’eccezione a questa “kakokechthìa”: ma a quanto pare ho sbagliato esempio…

  10. Giacomo Teti scrive:

    Non hai affatto sbagliato, è solo che in un orizzonte così fittamente tramato di sottintesi allegorici, qual è l’immaginario mitico, non c’è mai un solo livello di lettura, e si possono sempre ravvisare degli archetipi.

  11. Giovanni scrive:

    Ottimo pezzo, veramente interessante con angolature di lettura particolari.
    Veramente sono tutti post molti belli, anche quelli delle altre sezioni.
    Siete bravi sul serio!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Follow

Get every new post on this blog delivered to your Inbox.

Join other followers:

%d blogger cliccano Mi Piace per questo: