Arts and Culture Magazine

Il barbiere di Seul

24 maggio 2014 by Redazione
Breve racconto di una giornata al teatro La Fenice, tra opera e storia, nella cornice del Carnevale di Venezia.

Qual è la prima cosa che vi viene in mente quando dico “Carnevale”? Ovvio, maschere! E poi subito nella vostra testa farà capolino il pensiero della Serenissima. Chiedete a grandi e piccini, tutti vi diranno la stessa cosa: sono secoli ormai che il nome “Venezia” è associato alla grandiosità e alla magnificenza del suo Carnevale, famoso in tutto il mondo (e alla portata di tutti, se non si ha proprio la possibilità di volare fino in Brasile). I più scettici a questo punto vi faranno notare che al giorno d’oggi ormai anche il Carnevale veneziano si è trasformato in un’altra trovata commerciale, da vendere ai turisti assieme alle gondole in miniatura e ai ventagli ricamati. Io ero una di quelli; poi mi sono trasferita a Venezia e ho dovuto rimangiarmi tutto.

Se durante questo periodo dell’anno la laguna è letteralmente invasa da turisti, scolaresche e compagnie di amici, un motivo c’è, eccome: è l’aria che si respira, è la sensazione di festa e divertimento, irrequietezza e voglia di fare, sono i colori sgargianti dei coriandoli che inondano le strade e delle maschere che appaiono ovunque si posi lo sguardo, sono i ricami dei vestiti d’epoca che i più fedeli frequentatori sfoggiano per le calli. L’intera città si veste a festa, stelle filanti e costumi sono solo una parte di quello che è veramente il Carnevale a Venezia: offrendo la città un programma di eventi culturali davvero notevole, il visitatore si ritrova in un turbinio di regate, stand gastronomici, sfilate di abiti, conferenze, laboratori a cui difficilmente riesce a resistere. Tra le tante offerte spiccano certamente i “fuori abbonamento” del Teatro La Fenice, che per l’occasione propone ogni anno due opere liriche molto conosciute, richiamando così un vasto pubblico. Quest’anno è toccato alla Traviata di Verdi e al Barbiere di Siviglia di Rossini, davvero due evergreen da non perdere.

Tutti gli attori sul palco, foto © Michele Crosera

Dopo averne sentito parlare a lezione e da amici, io e alcune compagne di corso abbiamo deciso di cogliere l’occasione. Così ci siamo presentate puntali come orologi svizzeri esattamente un’ora prima dell’inizio dello spettacolo per poterci accaparrare i migliori posti possibili riservati ai biglietti low-cost (per chi fosse interessato costano 10 euro e vengono venduti circa una ventina di minuti prima dell’inizio dello spettacolo). Il timore reverenziale e un vago senso di inadeguatezza assalgono subito il visitatore occasionale, soprattutto se, come noi, giovane ed inesperto: vedersi passare davanti donne impettite nei loro costosi abiti ed eleganti signori vestiti di tutto punto non migliora di certo la sensazione di essere un po’ fuori luogo.

Purtroppo in Italia il problema del teatro lirico sembra essere questo: l’età media degli spettatori si aggira intorno ai 50/60 anni, e le stesse fondazioni solo da pochissimi anni hanno cominciato ad organizzare iniziative specifiche per un target di consumatori più giovane. Non dimentichiamo poi i prezzi dei biglietti, accessibili ma non di certo a buon mercato rispetto ad altri tipi di svago (nonostante i numerosi sconti): si parte dai 25 euro per il Loggione, con scarsa visibilità, fino ad arrivare ai 190 euro per la Platea e il Palco Centrale. La prosa fa da padrona nelle statistiche1, lasciando alla lirica ben poco spazio e contribuendo a rafforzare nell’immaginario comune l’idea dello spettacolo lirico come un “noiosetto intrattenimento d’élite, per pochi spettatori facoltosi”2.

Confermati quindi tutti i cliché, il mio buon umore cominciava a dare segnali di cedimento. A correre in mio soccorso, se così possiamo dire, è stato il teatro stesso. Il momento più emozionante forse è stato quando ho potuto avere la panoramica completa della sala, una vista magnifica da mozzare il fiato: la luce calda e accogliente abbraccia una cascata d’oro su fondo rosso cupo, ogni singolo dettaglio è studiato e rifinito nei minimi particolari, dalle appliques al soffitto affrescato fino ad arrivare al maestoso palco reale, un “rigoglio dorato”3.  La sala è “decorata nelle pareti con pilastri corintii a stucco, fra i quali sono infisse otto specchiere di nove lastre con foglia per ciascuna, e con riquadratura di legno all’intorno indorata”3.

Gran Teatro La Fenice

In sottofondo aleggia un brusio di parole e risate che avvolge e rende l’atmosfera assolutamente familiare e intima; è come se il tempo si fermasse: sembra quasi di intravedere nei palchetti qualche dama ottocentesca, che nasconde un sorriso dietro a un ventaglio di pizzo. Inaugurato nel 1792, il Gran Teatro La Fenice ha subito diversi restauri e due complete ricostruzioni dovute a due terribili incendi (il primo nel 1836 e il secondo, molto più recente, nel 1996), l’ultimo dei quali ha costretto il teatro a rimanere chiuso fino al 2003. Il restauro è stato ispirato al motto “com’era, dov’era”: sono stati quindi mantenuti i cinque ordini di palchi e, grazie a fotografie, si è potuto ricostruire l’apparato decorativo in cartapesta e legno, cercando quanto più possibile di ricreare l’ambiente originale.

Gran Teatro La Fenice, dettaglio dei palchi

Emozionate come bambine, abbiamo continuato ad osservare la sala, affascinate, segnalando l’una all’altra le parti più elaborate della struttura, oppure i movimenti degli spettatori e dell’orchestra, nel golfo mistico4 sotto di noi. Ecco dunque che le luci si spengono, e l’orchestra inizia a suonare: lo spettacolo comincia. Per chi non conoscesse la trama nel dettaglio, Il Barbiere di Siviglia (il cui titolo originale è Almaviva, o sia l’inutile precauzione) è una commedia tratta da una commedia di Beaumarchais, drammaturgo francese del Settecento, e racconta la storia d’amore tra il conte di Almaviva e la bella Rosina, ostacolata dal di lei tutore Don Bartolo. Personaggio centrale, brillante e astuto, è però Figaro, barbiere della città, che aiuta il conte a conquistare il cuore della ragazza e permette ai due giovani di coronare il loro sogno, non senza usare sotterfugi ed espedienti (alcuni meno riusciti di altri). Posso affermare con assoluta certezza che la comparsa del personaggio di Figaro è stata avvertita da tutto il pubblico come una vera e propria entrata ad effetto: sbucato da una botola con una chitarra, si è presentato sul palco il baritono Julian Kim, di origini coreane, come se fosse arrivato direttamente dall’altro capo del mondo, pronto a soccorrere chi cercava il suo aiuto.

Julian Kim nella parte di Figaro, foto © Michele Crosera

Ho sentito un luminare ed esperto di teatro storcere il naso per questa scelta artistica («un qualche asiatico si è accaparrato il ruolo di Figaro»), opinione che non condivido affatto e credo neanche gli spettatori che hanno assistito e che hanno mostrato in modo inequivocabile la loro approvazione al termine dell’opera: non mi posso considerare un’esperta di lirica, ma sono convinta che, oltre a sfoggiare una pronuncia italiana a dir poco perfetta, l’attore ha dimostrato tutta la sua abilità sul palco, entrando perfettamente nel personaggio. L’intero cast non è stato da meno e ha reso possibile una rappresentazione veramente emozionante, apprezzata appieno anche da chi, come me, a causa del posto assegnato (che aveva “scarsa visibilità”, per l’appunto), non ha potuto vedere direttamente alcune scene, ma solo udirle.

La commedia risulta per alcuni aspetti incredibilmente moderna: mi riferisco in particolar modo al personaggio di Rosina, donna decisa e intelligente, che mostra il suo lato mansueto, riuscendo però infine ad ottenere ciò che vuole. Se gli espedienti del conte e di Figaro sembrano a volte goffi e sbadati, al contrario Rosina, grazie alla sua furbizia, mantiene sempre la sua grazia e la sua integrità. L’esibizione di attori, coro e orchestra è stata dunque promossa a pieni voti, uno spettacolo tutt’altro che noioso e antiquato.

Julian Kim sul palco, foto © Michele Crosera

Una scena dell'opera, foto © Michele Crosera

Questa esperienza mi ha dimostrato ancora una volta come dobbiamo essere orgogliosi della nostra cultura in tutte le sue forme, soprattutto quando diventa talmente importante da superare i confini nazionali e quando artisti da tutto il mondo decidono di dedicare a queste antiche tradizioni la loro carriera. Compito di noi giovani è superare gli stereotipi e i cliché e riappropriarci di quelle che sono le tante forme del nostro patrimonio artistico e musicale; solo così potremo tenere vive queste passioni e trasmetterle a chi verrà dopo di noi: dobbiamo essere i primi custodi della nostra cultura.

Il mio breve articolo vuole essere un invito a riscoprire e a valorizzare le nostre tradizioni, e magari a scegliere per una sera un’opera lirica anziché un film: potrete godervi un’esibizione dal vivo difficilmente scadente (come spesso invece accade nelle sale cinematografiche) e, chissà, rimediare qualche occhiata galante con un bel violinista… una mia compagna ha quasi combinato un appuntamento tra un atto e l’altro.

di Irene Capponcelli


1 Rapporto semestrale S.I.A.E. per il primo semestre 2013: http://bit.ly/1gSUxH0

“Quanto è popolare il teatro in Italia”, Foglio di Sala, 2012, http://bit.ly/1k7S5vM

3 Dalla sezione “Storia” del sito ufficiale del Teatro La Fenice, http://bit.ly/RWYcrG, con probabile riferimento a Karyl Zietz LynnBreve Storia dei teatri d’opera italiani, Gremese Ed., Roma 2001, p. 76 e ss., http://bit.ly/RcSEbI

«g. mistico, espressione che traduce liberamente il ted. mystisches Abgrund, propr. «abisso mistico» […] passata poi nell’uso corrente a designare lo spazio riservato all’orchestra nelle moderne sistemazioni teatrali, posto a un livello più basso della platea e non visibile da questa». Il vocabolario della lingua italiana Treccani, Ist. Enciclopedia Italiana, s.v. “gólfo”.

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