Arts and Culture Magazine

Idrica e canalizzazioni nell’Età del Bronzo alpina

7 novembre 2013 by Redazione
L’età del Bronzo fu un’epoca di grandi rivoluzioni culturali, specialmente tecniche e artistiche, per tutto il bacino mediterraneo, ma anche l’arco alpino non fu da meno. In questo articolo, il nostro collaboratore Enrico Marchesi avanza una personale ipotesi ricostruttiva sullo sfruttamento e sullo smaltimento dell’acqua nel sito preistorico di Ganglegg nell’Alta Val Venosta (1500 -1000 a.C.).

Il sito preistorico di Ganglegg si trova su di un colle, presso la cittadina tirolese di Sluderno, nell’alta Val Venosta, ad un’altezza di 1142 m e sovrasta di quasi 200 m l’abitato moderno. Il nome del luogo deriva dalla presenza, nelle strette vicinanze, di un “Gangl” tardo medioevale, ovvero un recinto murato per animali. Le prime tracce di presenza umana risalgono all’età del rame (3500-2200 a.C.), ma lo sviluppo vero e proprio del villaggio del Ganglegg avvenne all’incirca  dal 1500 a.C. fino al 1000 a.C. Le dimensioni dell’insediamento e gli ampi interventi di terrazzamento dimostrano che ci fu una precisa volontà di pianificazione degli interventi antropici nel sito; successivamente l’abitato fu abbandonato per poi essere in parte rioccupato nel IV sec a.C.

Il clima attuale della valle è caratterizzato da forte vento e una particolare irregolarità delle precipitazioni, che tendono ad essere poco frequenti soprattutto nel tardo inverno e durante la primavera, poiché le catene montuose a sud e a nord frenano le nubi cariche di pioggia. Il massimo delle precipitazioni invece si registra durante l’estate. Ma il vero tesoro idrico di questa regione è rappresentato dalla presenza di numerosi ghiacciai, che con il loro lento scioglimento irrorano di acqua l’intera zona.

Con molta probabilità anche gli antichi abitanti del Ganglegg dovettero misurarsi con il problema della gestione dell’acqua, per affrontarne la carenza durante i periodi di siccità e per evitare che, nei periodi di abbondanti precipitazioni, l’acqua tracimasse dai torrenti e andasse a rovinare le coltivazioni o addirittura minacciasse lo stesso abitato. Inoltre risultava importante anche controllare l’afflusso proveniente dalle acque di scioglimento dei ghiacciai, che in caso di aumento improvviso delle temperature, potevano risultare fin troppo abbondanti e dannose.

Nel sito gli archeologi Hubert Steiner e Peter Gamper hanno compiuto scavi dal 1997 al 2001, ma sfortunatamente non si è riusciti a riscontrare tracce di canali per il controllo delle acque. In alcuni siti dell’Oztal, valle austriaca che sembra sia stata fortemente influenzata dagli abitanti della Val Venosta, si è riusciti a riconoscere l’esistenza di particolari sistemi di canalizzazione in muratura (detti Toul), la cui presenza sembra riscontrabile anche nel sito del Ganglegg in relazione ad attività artigianali come la lavorazione del rame. Gli archeologi sostengono che questo centro abitato fosse il più importante dell’alta Val Venosta per dimensioni e varietà di ritrovamenti e che da quest’ultimo si siano sviluppati gli altri insediamenti della zona, pertanto si può probabilmente supporre che un qualche sistema di canalizzazione delle acque fosse qui presente. Indizio di una preminenza di questo sito sugli altri della regione è dato dal rinvenimento, su di un piccolo rilievo a 100 m dal Ganglegg, di un luogo di culto. Sono state infatti ritrovate ossa carbonizzate di animali che nel corso del tempo avevano formato un cumolo di ben 1,4 m d’altezza e del diametro di 10 m: tutto ciò ha permesso agli studiosi di ipotizzare che tale luogo fosse frequentato dagli abitanti di un territorio molto vasto e non solo da quelli residenti nelle più strette vicinanze.

È opportuno comunque specificare che queste significative premesse altro non sono se non congetture, ipotesi “sperimentali” e, per quanto siano verosimili, non rispecchiano sfortunatamente il dato archeologico finora rinvenuto. L’immagine della fotografia rappresenta una moderna ricostruzione di un “Waal” (termine tedesco per indicare un canale artificiale costruito per controllare ed ottimizzare il deflusso delle acque, siano queste derivanti da precipitazioni o scioglimento delle nevi), scavato nel terreno nei pressi del sito di nostro interesse ed è proprio da quest’opera attuale che è nata l’ipotesi dell’esistenza, già durante l’età del bronzo, di un sistema complesso di canalizzazioni, la cui presenza, ad ogni modo, è testimoniata anche durante il periodo medievale. A seconda della disponibilità di materiali, risorse e manodopera, questi canali potevano essere foderati di ciottoli per favorire il deflusso idrico, potevano essere interamente edificati con lastre di pietra, oppure l’acqua poteva scorrere sul terreno, opportunamente pressato e battuto per renderlo impermeabile. Sicuramente il diverso sistema costruttivo rispecchiava un diverso utilizzo dell’acqua condotta forzatamente nel canale: per fini artigianali, agricoli o di semplice deflusso.

Presupposto presumibilmente necessario per la creazione di un sistema di gestione delle acque doveva essere l’esistenza di un potere centrale in grado di guidare l’intera comunità verso un progetto unitario. La presenza di una fortificazione lungo il lato settentrionale costituita da due muri, uno esterno ed uno interno, distanti circa 5 m e riempiti all’interno di terra e pietre per creare un bastione, ci suggerisce la presenza di una casta “aristocratica” o “religiosa” capace di unire il villaggio per opere comuni. Inoltre, gli stessi ritrovamenti archeologici ci danno notizia di importanti materiali che ponevano il sito del Ganglegg sulle rotte commerciali dell’epoca, le quali univano la pianura padana ed il mediterraneo al mondo del nord Europa.

La canalizzazione del territorio consente all’uomo di convogliare l’acqua verso le coltivazioni ed inoltre l’irrigazione permette di riscaldare il terreno in primavera e favorire una migliore produzione agricola: esiti, questi, fondamentali per chi vive in un territorio di montagna, caratterizzato da inverni lunghi, freddi e nevosi ed estati piuttosto brevi. Qualunque idea che permettesse una migliore resa agricola dei campi era sfruttata e molto probabilmente esportata di villaggio in villaggio. Durante lo scavo del sito sono stati rinvenuti semi carbonizzati di farro, miglio, orzo, fave, avena, frumento nano e piselli. In un territorio ostile come quello alpino solo un alto livello di conoscenze ed esperienze potevano permettere una così ampia serie di colture, sicuramente favorite dell’irrigazione dei campi e dalla rete di canali artificiali. L’irrigazione del terreno dedito alla pastorizia permetteva poi una ricrescita sicuramente più veloce dell’erba per gli animali allevati, tra i quali grande importanza avevano ovini, caprini, bovini e suini. Infine, anche le attività di carattere artigianale, come la lavorazione della ceramica o la metallurgia, necessitavano di un apporto idrico costante e continuo, disponibile solo tramite la creazione e la manutenzione di canali che potessero rifornire di acqua i centri di produzione dell’abitato.

A questo punto, si potrebbe sostenere che il villaggio, essendo già importante, ricco e sviluppato, raggiunse un grado di coesione e di prosperità tale da indurne gli abitanti a creare un sistema di canali artificiali per poter gestire meglio il territorio e l’ambiente. D’altro canto si potrebbe anche asserire che solo grazie all’esistenza di un ordito di canalizzazioni che potessero incrementare la resa agricola, il villaggio poté esser stato in grado di prosperare e di estendere sensibilmente la propria influenza tecnica e culturale. È però molto più probabile che con lo sviluppo del sito dal punto di vista economico e demografico sia cresciuto anche il bisogno di modificare la natura ed adattarla alle proprie esigenze. E questi canali cos’altro sono se non l’ennesima conferma della ricerca e della necessità di controllare la natura e piegarla ai bisogni umani?

di Enrico Marchesi

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Posted in: Archeologia, Storia |

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