Arts and Culture Magazine

I Rusteghi, nemici della civiltà: con Goldoni analizziamo l’essere donna

8 marzo 2012 by Lady Lindy
Una delle ultime commedie scritte a Venezia da Carlo Goldoni come spunto per un’analisi del genere femminile e dei limiti che esso stesso si pone.

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Una riflessione sulla donna nel mondo occidentale, e sulla sua situazione al giorno d’oggi, può sembrare inutile e scontata. Non esistono più le condizioni per parlare di femminismo estremo o di suffragette: anche le donne hanno diritto al voto, al lavoro, alla realizzazione personale, insomma la parità fra i sessi è data naturalmente per ovvia. Anzi, molti occidentali guardano con il sopracciglio alzato, o anche con aperto disprezzo, alla situazione delle donne in altre aree del mondo, costrette ad essere e sentirsi inferiori per imposizioni di varia natura, ad esempio religiosa. Molto spesso viene citato il velo islamico, anche se a dire la verità è un esempio non del tutto corretto (questo tema è particolarmente complesso, e meriterebbe un ulteriore articolo dedicato). Ma siamo sicuri che non esista anche un velo meno fisico, in un certo senso più psicologico, che chiude le nostre menti quando si parla di uomini-donne e sessualità? O ancora, piuttosto che discutere di post-femminismo come un rigurgito degli anni ’70 e dei reggiseni bruciati in piazza, non dovrebbe nascere il dubbio che siano proprio le donne stesse a cucirsi questo velo, come tanti ragnetti?

Queste domande se le poneva anche Carlo Goldoni: attenzione, stiamo parlando di un esponente del sesso maschile, e per di più vissuto nel Settecento… quando si dice essere avanti coi tempi. Lo spunto di riflessione, per l’appunto, ce lo regala il drammaturgo veneziano (sempre bravissimo nel ritrarre i personaggi femminili, cfr.  La Locandiera) con una delle sue commedie più famose, I Rusteghi, riadattata in quest’ultima stagione teatrale dal regista Gabriele Vacis e trasformata in Rusteghi – I nemici della civiltà.

La trama è in sé molto semplice, ma nasconde diversi aspetti da approfondire. Troviamo quattro protagonisti (Lunardo, Maurizio, Simon e Canciano), i rusteghi per l’appunto, uomini maleducati, ottusi, maschilisti al punto da impedire alle donne della famiglia di affacciarsi al balcone, uscire anche se accompagnate, divertirsi. Lunardo, marito in seconde nozze di Margherita, dà in sposa la figlia diciottenne Lucietta a Filippetto, figlio del suo amico Maurizio. Nessuno dei due promessi sposi sa dell’affare, soprattutto perché i padri non vogliono che i due si vedano prima del matrimonio, ma anche perché, secondo loro, se l’uomo della famiglia prende una decisione non deve certo renderne conto alle donne. Dal canto loro le donne, cioè Marina, zia di Filippetto e moglie di Simon, e Felice, moglie di Canciano, vengono a conoscenza della decisione e studiano un piano per far incontrare i due futuri sposi.

Quattro protagonisti, abbiamo detto, ma in realtà sfaccettature di un’unica persona, suddivisa nei personaggi di Lunardo, Maurizio, Simon e Canciano in modo da cogliere meglio ogni minima sfumatura del cosiddetto rustego. Se gli uomini della commedia sono tutti simili, le donne al contrario si differenziano notevolmente fra loro, e non senza un motivo. Accomunate dall’insofferenza verso la rusticità del cosiddetto sesso forte, hanno però tutte un modo diverso di affrontare le imposizioni di cui sono vittime. Perché se donna Felice è l’unica consapevole dell’importanza del suo genere, e utilizza intelligenza e forza di carattere per “mettere al loro posto” i mariti con quelle loro ridicole convinzioni, non possiamo dire lo stesso delle altre. Marina ogni tanto ci prova, ma finisce col lamentarsi senza combinare nulla di concreto (sarà solo grazie all’idea di Felice, con la situazione in pugno, che lei passerà all’azione). Il rapporto fra Margherita e la figliastra Lucietta, poi, è emblematico: le due si vogliono bene, ma quando dovrebbero fare fronte comune contro il rustego Lunardo, finiscono col perdersi in bisticci e ripicche fra di loro, perché una è invidiosa della gioventù e bellezza dell’altra, oltre che del matrimonio vantaggioso, mentre la più piccola non riesce a vedere la matrigna come una vera madre.

Nella bellissima versione moderna, coi dialoghi tradotti dal dialetto veneto all’italiano, un supporto di video e musica e continui rimandi fra passato e presente, rimane tuttavia riconoscibile l’intento, l’ironia e il pensiero di Goldoni alla base stessa della commedia. L’espediente del metateatro, già molto utilizzato dall’autore, è portato ai massimi termini grazie ai cambi di costume in scena (entrate e uscite continue dalle varie identità) e gli attori già sul palco, a sipario aperto, quando inizia lo spettacolo. Tutti i personaggi, sia maschili che femminili, sono interpretati da uomini: un modo per mettersi “nei panni degli altri”, e far capire che in fondo non siamo poi così diversi. Importante il simbolismo degli oggetti: i violini avvolti dal cellophane, strumenti musicali dalle meravigliose possibilità ma impossibilitati a suonare proprio come le donne, e rappresentazione anche dello status quo che fa comodo a tanti. Il rinoceronte, animale che Lucietta non ha mai visto perché è costretta a stare in casa anche a Carnevale, diventa simbolo dell’ottusità e della lotta: prima rivolto verso le donne, poi verso gli uomini, infine a terra, in un lieto fine volutamente forzato… come a dare un certo senso di claustrofobia, a metterci in guardia dall’ignoranza mascherata da morale comune.

Fra le varie tematiche tuttora attuali (lo scontro generazionale, il moralismo, l’ipocrisia e la falsità osservate con occhio ironico e disincantato), rimane in particolare la rappresentazione sottile ma tagliente dell’errore che molto spesso commettono le donne –  e qui sta il fulcro del discorso (o il velo auto-imposto, se vogliamo): il pretendere maggiore dignità, nel Settecento come adesso, e il non voler essere viste come mero oggetto dai media e dalla società, quando forse il peggior nemico della donna è proprio l’altra donna. Margherita e Lucietta che, invece di allearsi, si danno la colpa a vicenda davanti al marito/padre, sono semplicemente come le peggiori esponenti del sesso femminile. Ricordiamoci che, per ogni rustego, c’è stata una madre ad educarlo così.

di LadyLindy

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Posted in: Recensioni Spettacoli Teatrali |

2 Commenti a “I Rusteghi, nemici della civiltà: con Goldoni analizziamo l’essere donna”

  1. Temo che Goldoni non sarebbe stato d’accordo con l’analisi, ma io invece sì e la trovo molto interessante. L’idea di prendere la storia come spunto ed estenderla ad emblema del rapporto fra donne e donne nella società è davvero arguto. Meno male che c’è donna Felice che, perfettamente conscia del proprio ruolo di donna (ossia di sottile persuasione nei confronti dell’uomo atta a fargli fare quello che pare a lei – cfr. “Il mio grosso grasso matrimonio greco” «L’uomo sarà anche il capo, ma la donna è il collo, e può far muovere il capo come e quando lo dice lei») riesce a rimettere tutti al loro posto 😀

    • LadyLindy scrive:

      In effetti ho utilizzato la trama per collegare un punto di vista un po’ diverso, che non sempre viene analizzato quando si parla di donne e “femminismo”. Sono contenta che ti sia piaciuto!

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