Arts and Culture Magazine

I portici di Bologna – parte III

29 luglio 2014 by Alessio Costarelli

I portici di Bologna tra Europa ed autoctonia (XVII-XX sec.)

Nonostante le sempre maggiori reticenze che – si è visto – le famiglie nobili mostravano verso questa particolare tipologia architettonica, la rubrica 52 e più ancora l’inveterato uso popolare garantirono a lungo la sopravvivenza del portico, oramai vero monumento cittadino non meno delle torri in età basso-medievale. Paradossalmente, il XVII sec. vide nello stesso tempo da un lato un declino nell’apprezzamento del portico da parte delle classi più abbienti e degli intellettuali di tutta Europa, dall’altro il suo acmè nella considerazione popolare, sempre più simbolo di esso, suo rappresentante pratico e visivo. Ne è un illustre esempio il celebre portico di San Luca.

Fin dall’XI sec. sorgeva, sulla sommità del Colle della Guardia, immediatamente a sud-ovest di Bologna, una chiesetta dedicata a San Luca, nella quale era conservata una veneratissima icona bizantina1. Si dice che nel 1433, per fare cessare le piogge battenti che da tre mesi oramai mettevano a serio rischio le coltivazioni, si decise di condurre in città la santa effigie: non appena l’immagine della Madonna fu presso Porta Saragozza, la pioggia cessò e brillò il sole; da allora, per gratitudine, si stabilì che ogni anno a maggio fosse ripetuta la solenne processione, che ancora oggi la porta in città per una settimana, esposta nella cattedrale di S. Pietro.

La crescente venerazione e pellegrinaggio verso la piccola chiesa montana spinse il Comune a voler erigere una qualche opera architettonica che, da porta Saragozza, agevolasse il cammino verso il romitorio, difficile e faticoso a raggiungersi specie in inverno2. Progettato nel 1647, la prima pietra del portico di San Luca fu posta il 28 giugno 1674 ove sta l’arco che immette in via Filippo Turati, ad ugual distanza tra Porta Saragozza e l’arco del Meloncello (quest’ultimo costruito solo 1718 da Francesco Bibbiena): insieme ad essa, fu murata una medaglia di bronzo raffigurante da un lato Papa Clemente X e dall’altro lo stemma di Bologna; il grande ingresso al portico, di fronte a porta Saragozza, fu costruito già nel 1675 su progetto di Giovanni Giacomo Monti ed a spese del cardinal legato Buonaccorsi. Nonostante l’ampia partecipazione da parte dell’intera città, si impiegarono però ben 65 anni (fino al 1739) per ultimarne la costruzione, che presentava (e mostra tutt’oggi) un’interessante sintesi tra elementi più moderni (bicromia, colonne binate) ed altri più antichi (muretti frangi-fango negli intercolunni). Solo al termine di questa grandiosa opera, a partire dal 1723, fu eretto su progetto di Carlo Francesco Dotti l’attuale Santuario della Beata Vergine di S. Luca e, dal 1740, il piccolo Oratorio di S. Sofia presso l’arco del Meloncello, in memoria della grande chiesa costantinopolitana donde, secondo la leggenda, venne a Bologna la veneratissima immagine sacra della Madonna.

Portico di San Luca

Arco del Meloncello

Nonostante grandi opere come il cantiere di San Luca ed il Portico degli Alemanni3, rimane evidente che proprio con il XVII sec. l’apprezzamento nei confronti del portico quale – mi si conceda il termine – “architettura popolare” fu sempre più incrinato, specialmente a livello europeo. Nella prima metà del Seicento, il sorgere delle monarchie assolute in Stati Nazionali estremamente accentrati e l’avvento del Barocco (che ben sapeva interpretare le esigenze di magnificenza di queste nuove realtà politiche) comportò spesso, in Europa come in Italia, un radicale ripensamento dell’urbanistica di molte città e dell’architettura chiamata ad integrarla. Bologna, centro culturalmente di grande spicco ma politicamente annullato sotto il dominio spagnolo, cominciò a veder criticata la propria cultura architettonica più tradizionale così come il suo tessuto urbano, fino ad allora unanimemente apprezzato perfino in un’epoca come quella rinascimentale, la cui visione razionalistica non poteva trovare particolare riscontro nella forma urbis cittadina, longobarda e medievale, quindi sostanzialmente “barbarica”4.

Bisogna infatti rammentare che, anche se oggi, in seguito al diffuso neo-medievalismo di fine Ottocento, l’aspetto urbano non lo lascerebbe sospettare, Bologna vide invero il proprio aspetto estetico-architettonico assai mutato tra Seicento e Settecento, giungendo a sfoggiare alcuni dei più splendidi monumenti barocchetti e rococò d’Italia: l’alta facciata oggi spoglia che svetta rientrante sopra l’ingresso alla chiesa di Santo Stefano era un tempo un magnifico scrigno barocco; la chiesa di Santa Lucia in Strada Castiglione, eretta dalla fine del Cinquecento con lo sguardo fisso all’opera vignolesca della chiesa romana del Gesù, avrebbe dovuto fregiarsi di un’elegante facciata tardo manierista ideata da Girolamo Rainaldi, mai realizzata per mancanza di fondi; ancora visibile è invece la splendida cappella Aldrovandi in San Petronio, opera di Alfonso Torregiani, capolavoro del rococò bolognese. Una simile tendenza ai modi decorativi barocchi (in parte promossa anche dalla dominazione spagnola) permette quindi di non sorprendersi, ad esempio, davanti all’evidenza storica dell’abbattimento del portico rinascimentale un tempo addossato alla cattedrale cittadina di San Pietro5 (e ritenuto tra i più splendidi in città), salvatosi dal parziale crollo della basilica del 1599 ma non dal sentimento settecentesco, che in sede di ricostruzione avvertì imprescindibile la necessità di rinnovare con gusto più aggiornato anche la facciata. I portici, che alla fine del Cinquecento ancora venivano inclusi in importanti pale d’altare (come l’Elemosina di Sant’Alessio di Prospero Fontana in San Giacomo Maggiore) quali simbolo caritatevole e popolare della pietà dovuta agli indigenti secondo i dettami della Controriforma, nel Seicento – eccezion fatta per gli Alemanni e per San Luca – ricevevano il loro tributo estetico oramai solo in alcuni grandiosi fondali prospettici dei Bibbiena.

D’altro canto, era la mentalità architettonica di tutta Europa ad essere radicalmente mutata. Già con la fine del XVII secolo i commenti dei viaggiatori rivelavano infatti un sempre maggior riserbo, esprimendosi spesso in termini non propriamente elogiativi che all’inizio del Settecento si mutarono in aperte e spesso mordaci critiche: e nel loro netto rifiuto dell’età medievale e, per certi versi, anche di molti aspetti del Rinascimento, si accanivano in particolar modo sui portici. Se gli unici, cauti elogi continuavano a venire dagli italiani (oltre che, in età romantica, da qualche anglosassone), la sensibilità europea si dimostrò invece fondamentalmente sprezzante, o tutt’al più espresse un gusto divertito nell’osservare, talvolta con una certa sorpresa, il maggior prodotto di un’arte e di una cultura ai suoi occhi inevitabilmente primitiva, di cui riusciva a cogliere e talvolta apprezzare unicamente la praticità: ancora nell’Ottocento, nelle sue memorie Tolstoj non seppe elogiare altro dei portici se non il fatto che ci si potesse camminare mantenendo le scarpe pulite.

Principali “inquisitori” furono in questo senso i francesi nei numerosi resoconti di peregrinazioni italiane pubblicati lungo tutto il XVIII secolo. Ecco cosa pensava Jean-Baptiste Labat, missionario e scrittore francese, dei portici bolognesi:

«E’ un vantaggio per coloro che vanno a piedi; a me pare tuttavia che essi guastino di molto le case e rendano i corridoi d’accesso molto scuri […]. I portici delle vie di Bologna non sono tutti ugualmente alti né ugualmente belli […]; in qualche luogo ne ho visti di legno e facevano cattivo effetto».

Non diverso è il giudizio dell’abate Coyer, viaggiatore francese del tardo Settecento:

«Le strade sono, per la maggior parte, molto strette e non diritte, e i portici dai quali sono fiancheggiate, invece di abbellirle le strozzano».

Esistono ovviamente delle illustri eccezioni, tra cui Stendhal, il quale invece scriveva ammirato:

«Sovente, alle due di notte, rientrando nel mio alloggio a Bologna, attraverso questi lunghi portici […], passando davanti a quei palazzi di cui, con le sue grandi ombre, la luna disegnava le masse, mi succedeva di fermarmi, oppresso dalla felicità, per dirmi: Com’è bello!»

Simili frequenti osservazioni negative finirono col dar adito a luoghi comuni come quello già ricordato secondo cui i portici sorsero per ripararsi dalla pioggia; ma ne nacquero anche veri e propri screditamenti come l’idea che i mercanti sfruttassero l’ombra creata dai loggiati per celare all’occhio dell’acquirente i difetti della propria merce, voci che non potevano far altro che rafforzare il cattivo giudizio, di per sé puramente estetico, che se ne aveva. D’altra parte, i termini di confronto non erano più le antiche città medievali, ma le grandi capitali rinnovate, rispetto alle quali Bologna era testimone anacronistica di una fase storica oramai scomparsa: in essa, da un lato la tradizione culturale cittadina, dall’altro la stagnazione economica avevano impedito una profonda rivisitazione urbana che solo l’età post-unitaria e poi il Fascismo tentarono e in parte riuscirono ad attuare.

Portico degli Alemanni

Tanto freddo ed anzi nullo fu l’apprezzamento dei portici nel Settecento e nel primo Ottocento6, quanto nella seconda metà del XIX secolo – come si è detto – la riscoperta del passato medievale divenne invece per Bologna un vero e proprio punto d’onore, anche se, rifiutando gli stili precedenti al punto di giungere in qualche caso ad eliminare gli edifici e gli elementi più marcatamente denotativi delle epoche successive (è il caso della già citata facciata della chiesa di Santo Stefano), si dimostrò per molti versi storicamente cieca ed ottusa, non meno dei “moti riformatori” barocchi. E viene da chiedersi se la scomparsa del grande Palazzo Bentivoglio e del suo leggiadro porticato non abbia inciso in questa scelta, contribuendo a far dimenticare l’epoca rinascimentale che pure, a Bologna, dovette avere una delle proprie declinazioni più originali e raffinate.

Ovviamente, se il recupero del Medioevo doveva passare attraverso il restauro e la costruzione ex novo di edifici in stile, è facile immaginare la seconda metà dell’Ottocento quale nuova epoca d’oro per il portico a Bologna, come peraltro vorrebbero testimoniarci gli scritti dello stesso Alfonso Rubbiani. Molti in effetti furono i restauri, interessati specialmente a preservare quei pochi portici lignei che il tempo aveva risparmiato; decisamente meno numerose ma storicamente ben più significative furono poi le nuove costruzioni. Particolarmente interessante è in proposito il lungo portico della Certosa, costruito dallo stesso Rubbiani, che testimonia l’attenzione – potremmo dire quasi “filologica” – nell’imitazione del passato: esso infatti, che corre lungo via de’ Coubertin dall’arco del Meloncello fin quasi a viale Gandhi costeggiando prima lo stadio poi la Certosa, è stato evidentemente progettato affinché sembrasse una continuazione del seicentesco portico di San Luca, come se risalisse alla stessa epoca: in realtà la ricostruzione, benché fedele, presenta piccoli elementi che lo differenziano chiaramente, lasciando ipotizzare un consapevole (e molto moderno!) desiderio di Rubbiani di integrare costruzioni che non stonassero con l’architettura più antica, senza tuttavia simularla passivamente. Sulle sue strutture fu poi magistralmente impostata su quattro arcate nel 1928 da Ulisse Arata la cosiddetta Torre di Maratona del Littoriale Costanzini (oggi stadio Dall’Ara).

Torre di Maratona

D’altro canto, un esame più attento della periferia storica bolognese potrà facilmente rilevare il totale abbandono del principio di erezione sistematica sempre strenuamente difeso nel centro storico: paradossalmente, è più facile camminare sotto dei portici in zone di ben più recente edificazione come la Barca o le estreme propaggini (verso San Lazzaro) del quartiere San Vitale. In buona sostanza, nonostante Rubbiani ed il neo-medievalismo imperante, alla fine del XIX sec. non si verificò mai quell’atteso “Rinascimento” medievale del portico facilmente immaginabile.

Tra il 1884 ed il 1889 Bologna fu interessata dal primo e più importante piano regolatore di ampliamento dell’area urbana dell’epoca post-unitaria, quello stesso piano che, realizzato con non poche modifiche nell’arco di quarant’anni, portò tra le altre cose al già ricordato abbattimento delle mura nel 1902.

Prevedendo nei successivi quattro decenni una sensibile crescita demografica di poco meno di 50.000 persone (al ritmo di circa 1.200 nati ogni anno) cui destinare lotti per una media di 35 m2 edificabili per abitante, il Comune allestì dunque un grande progetto urbanistico che rispondesse a queste esigenze ambendo ad aggiornare l’aspetto urbano sul modello haussamaniano allora più illustre7, avendo cura di includere in una nuova semicirconferenza concentrica a quella delle mura anche gli unici tre complessi architettonici sorti negli anni precedenti al di fuori del centro ed ancora oggi visibili: a nord la nuova Stazione Centrale (1871-76), a sud l’Arsenale militare (ORMEC) ed il complesso espositivo dei Giardini Margherita (1875-79). Fulcri fondamentali di questi ampliamenti sarebbero stati l’attuale Bolognina (quartiere Navile a ridosso della Stazione Centrale) per i ceti operai (la cui costruzione fu però avviata solo nel 1907-08) e la zona di via Audinot, “città-giardino” per il ceto borghese che negli anni Venti del secolo successivo avrebbe visto per merito di Paolo Sironi una raffinatissima fioritura di architettura Liberty che la rende ancora oggi la via di gran lunga più elegante del tessuto periferico8. Emerge in questi ampliamenti «il buon dato formale della periferia storica, il giusto rapporto fra la scala urbana dei viali e la tipologia del lotto, la qualità delle tecniche di realizzazione, l’uso coordinato e corretto di materiali tradizionali»9, ma in questo generale rispetto per gli elementi cardine dell’architettura tradizionale il portico non trovava spazio.

Case in stile Liberty di via Audinot

Il Ventennio fascista fu periodo di fervore architettonico, anche in risposta al sempre maggior inurbamento da campagne sempre più disagiate. Il progressivo formarsi di una seconda e più estesa “città-giardino” ad est (attuale quartiere Murri) speculare alla zona Costa-Saragozza è quasi una parentesi ritardataria dello spirito della Belle Époque, allorquando sorse invece con ben altro rilievo sociale la zona ancora oggi detta Cirenaica in parallelo all’estendersi della Bolognina nelle zone dell’Arcoveggio e della Corticella, grandi contenitori del proletariato prodotto dalla forte spinta industriale degli anni 1931-36.

A ben vedere, dunque, sia il sempre aggiornato gusto alto borghese sia l’essenziale, uniforme e lineare architettura popolare a cavallo tra i due secoli non trovarono nel portico un elemento distintivo: la sua funzione di fondamentale sostrato democratico comune a tutte le classi sembrava perduta per sempre. Permaneva unicamente quel ruolo onorario e monumentale già riconosciutogli dai due eminenti portici seicenteschi e che – direi non a caso – fu ripreso proprio dal Fascismo nei suoi «interventi settoriali di carattere chiaramente demagogico»10 (tra cui un nuovo piano regolatore) del 1936-40 sul piano urbano del centro storico: a giudicare dalla loro altezza e talora dalla mole delle parti che li costituiscono, i portici di via Roma (oggi via Marconi), di via Ugo Bassi dopo via Nazario Sauro, il breve ma altissimo portico di facciata della sede della Casa Editrice Zanichelli in via Irnerio (realizzato da Luigi Veronesi nel 1938) e quello oggi molto annerito all’angolo tra via Rizzoli e via Castiglione tradiscono nel loro essere spesso porticati fuori misura e con uno sguardo alla monumentalità classica (si pensi al magniloquente neo-dorico fascista di via Ugo Bassi e di via Marconi angolo via Lame, con tanto di fregio figurato) quell’inscindibile misto di ideologia imperiale e cultura popolare che sempre del Fascismo fu elemento caratterizzante e distintivo. Ad avvalorare questa nostra lettura, si osservi che l’idea del loggiato monumentale fu perfino inserita in uno dei progetti di completamento della facciata di San Petronio presentati al concorso nazionale indetto alla metà degli anni Trenta, quasi una rilettura moderna delle perdute arcate pseudo-bramantesche.

Portici di via Marconi

Portico all'angolo tra via Rizzoli e via Castiglione

Dal Secondo Dopoguerra ad oggi, la periferia bolognese come quella di tutte le città è ancora saldamente proiettata verso la contemporaneità, mentre la memoria della rubrica 52 continua a preservare l’esistenza, l’aspetto e l’importanza sociale del portico nel centro storico, specie a seguito del piano regolatore del 1969, particolarmente orientato alla rivalorizzazione abitativa ed estetica del tessuto urbano più antico e caratteristico. Bologna non è mai stata né mai sarà una città monumentale, ma è ricca di monumenti che dell’etimologia latina del loro nome mantengono il ruolo di ammonimenti: ammonimenti alla tutela ed alla collaborazione, ammonimenti all’accoglienza ed alla comunione, alla preservazione della memoria storica e, quindi, identitaria di una città che al proprio passato dovrebbe, oggi giorno, guardare più di altre. La storia dei portici che abbiamo sin qui tentato di ripercorrere calandola attivamente nella mutevole realtà storica e culturale che li ha plasmati ci restituisce l’immagine del più fortunato ed altruistico abuso edilizio della storia, quanto meno italiana, simboli di adattamento e democrazia, la cui regolamentazione e vivibilità segnò l’inizio di quella Bologna che per più di otto secoli, fino a vent’anni fa, rimase per tutti in Italia un modello imprescindibile di ottima amministrazione comunale e di esemplare convivenza civica. Rispettandoli ed imparando a conoscerne la lunga tradizione, potremmo forse recuperare il senso ultimo della loro esistenza e, con esso, un nuovo amore per questa città invisa ai marmi, ma composta di tanti, umili e resistenti mattoni di terracotta pronti a sostenersi gli uni con gli altri.

di Alessio Costarelli
foto di La Ragazza con la Valigia

N.d.A. Desidero dedicare questo lungo articolo a due persone: al prof. Fabio Martelli, docente di Storia Moderna presso l’Università di Bologna, che molti anni fa mi aiutò in una ricerca di cui questo testo è una tarda, meditata e più completa rielaborazione; ed a Francesca Ferraresi, carissima amica, che ancora oggi non sa perdonarmi il lungo studio cui la costrinsi in quella lontana occasione.


1 Narra la leggenda che nel XII sec. il pellegrino greco Teocle Kmnia (o Kmynia) entrò nella Chiesa di S. Sofia e vide un mirabile quadro che rappresentava la Madonna con il piccolo Gesù. Sotto la pittura era scritto: «Questa è l’opera fatta da S. Luca, cancelliere di Cristo, che deve esser portata nella Chiesa di S.Luca, sul Monte della Guardia». Ricevuto il permesso dai sacerdoti del Tempio, Teocle si mise in viaggio cercando ovunque ove si trovasse quel monte ma, attraversati senza fortuna molti Paesi, decise infine di recarsi a Roma. Lì, passando per le strade, fu notato dall’ambasciatore bolognese Passipoveri affacciato alla finestra che, incuriosito dal suo strano aspetto, lo interrogò: come seppe della sua ricerca, commosso e ammirato, gli rivelò che il Colle della Guardia era presso Bologna e che lassù vi era stata edificata un’umile chiesetta dedicata a S. Luca. A Bologna, Teocle fu ricevuto dalle autorità comunali con tutti gli onori e dopo tre giorni di grandi festeggiamenti e solenni processioni, l’8 maggio del 1160 la sacra immagine fu portata nella sua nuova collocazione.

2 La motivazione raccontata dalla leggenda sulla decisione di costruire il portico di San Luca è assai più fantasiosa. Si narra che dopo una delle annuali visite a Bologna, l’immagine non poteva essere riportata al Santuario a causa del mal tempo ed era quindi tenuta rinchiusa nella Cattedrale. Il mattino dopo, però, era scomparsa: aveva preso il volo risalendo alla propria casa sotto l’imperversare della bufera, protetta dagli alberi che avevano piegato le chiome, formando una lunga e verde galleria. Allora fu decisa la costruzione del porticato, che partendo da Porta Saragozza giunge fino al Meloncello e da qui sale con scale, pendii e ripiani fino al Santuario.

3 Il portico degli Alemanni corre fuori porta Maggiore lungo il lato orientale dell’odierna via Mazzini ed è il più antico mai eretto fuori del limitare della terza cerchia di mura: fu costruito tra il 1619 ed il 1631 per volontà dell’ordine dei Carmelitani Scalzi, insediati nel santuario di Santa Maria Lacrimosa degli Alemanni e si estende continuativamente (con una sola interruzione) per 650 m.

4 Tutte queste critiche cadevano in realtà non solo sull’aspetto medievale, il più disapprovato nel Seicento, ma anche sulle numerosissime evidenze barocche che il dominio spagnolo aveva introdotto in città e che parvero abominevoli al successivo gusto neoclassico, il quale vedeva dunque estesamente sintetizzate a Bologna le due culture architettoniche (medievale e barocca) verso cui più di altre mostrava un rifiuto senza appello.

5 Il portico fu a lungo ritenuto, senza alcun fondamento, opera del grande architetto Donato Bramante, effettivamente in città all’epoca della sua erezione ma che non prese mai parte neppure alla sua progettazione. L’aspetto del loggiato ci è fortunosamente testimoniato da un disegno a colori seicentesco: accoglieva sotto le proprie arcate una grandiosa Crocifissione ad affresco (forse opera di Guido Aspertini) di cui rimangono tre soli ridottissimi lacerti, oggi conservati presso il museo dell’Opera della cattedrale.

6 Periodi nei quali ci si limitò al più a restaurare – o meglio – ad aggiornare lo stile di qualche portico in posizione di particolare visibilità: si pensi al cosiddetto portico della Gabella, all’angolo tra via Rizzoli e via Ugo Bassi, edificato da Domenico Tibaldi nel 1573-75 per l’allora Palazzo della Dogana (oggi Banco di Roma) e quasi totalmente rifatto nel 1815 da Adolfo Venturoli.

7 «A Bologna nella seconda metà del XIX secolo, con l’accordo politico-economico tra governo amministrativo e nuova proprietà immobiliare borghese, nata con il regno d’Italia napoleonico e consolidatosi come tipica struttura economica portante con l’unità d’Italia, si demoliscono e ricostruiscono ampie parti della città e si dà avvia agli ampliamenti oltre le mura abbattute, secondo criteri urbanistici tesi a distruggere la città antica da di dentro e dal di fuori, salvandone solo i principali organismi ‘monumentali’. Questo nuovo modello urbano, nella sua visione culturale, doveva portare al superamento del contrasto fra la città antica, in continua scomparsa, e quella emergente costruita al suo posto, in continua crescita indiscriminata, dove i nuovi lotti dell’espansione esterna e le rilottizzazioni interne al centro storico vengono utilizzati nei limiti imposti dalla nuova rete viaria […] e dai regolamenti urbanistici ed edilizi» (R. Scannavini, R. Palmieri, M. Marchesini, Nascita della città post-unitaria (1889-1939). La formazione della prima periferia storica di Bologna, Nuova Alfa Editoriale, Bologna 1988, p. 34). Per un approfondimento sulla storia e l’architettura della città post-unitaria, si veda anche: Giancarlo Bernabei, Glauco Gresleri, Stefano Zagnoni, Bologna moderna 1860-1980, Pàtron, Bologna 1984. Un valido ed interessantissimo archivio di foto storiche per quest’epoca è il sito www.bolognachecambia.it.

8 Il Liberty di via Audinot (che trova un’interessante parallelo urbanistico nelle abitazioni private di medesimo gusto ma di più composta decorazione architettonica erette circa negli stessi anni nei viali della primissima periferia ferrarese) è espressione stilisticamente già matura e fiorita. Graziosa anticipazione di esso è invece rappresentata dal portico di Casa Sanguinetti in via Irnerio, importante arteria viaria aperta nella prima decade del secolo: le sue colonne e capitelli e le incorniciature delle porte di accesso al palazzo mostrano decorazioni ispirate alla contemporanea Sezession viennese ed allo stile dell’architetto milanese Giuseppe Sommaruga, e la loro severa linearità – un tempo sottolineata da un oramai perduto cromatismo – spiccava nel più accademico contesto architettonico circostante (poi in gran parte alterato dagli interventi di età fascista).

9 R. Scannavini, R. Palmieri, M. Marchesini, op. cit., p. 26.

10 R. Scannavini, R. Palmieri, M. Marchesini, op. cit., p. 34.

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Posted in: Architettura, Arte |

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