Arts and Culture Magazine

I portici di Bologna – parte II

24 aprile 2014 by Alessio Costarelli

I portici in politica tra popolo e aristocrazia (XIV-XVIII sec.)

Verso la fine del Duecento, quando si era oramai consolidata la consuetudine di erigere portici, gli organi di governo bolognesi si fecero ancora più attenti alla difesa del suolo pubblico ed al rispetto di altre normative urbanistiche, tanto che nel 1288 vennero realizzati nuovi, importantissimi statuti1. Il decimo libro, suddiviso in 72 rubriche, è interamente dedicato al controllo igienico-sanitario della città, all’attività di manutenzione ed a provvedimenti che potremmo definire “antinquinamento” e di prevenzione degli incendi. La rubrica 52 è fondamentale nella storia del portico poiché, dopo il secolare uso dell’erezione in deroga, ne rese ora obbligatoria la costruzione:

«Ordiniamo che tutti coloro che sono sotto la giurisdizione del Comune di Bologna, aventi case e aree fabbricabili senza portici in città e nei borghi suburbani in luoghi in cui è consueto che vi siano, sono obbligati a far costruire il portico se non c’è, ciascuno nel proprio fronte strada; […] se il portico già esiste in perpetuo devono fare la manutenzione a loro spese»2

La forza di questa normativa risiedeva nel fatto che l’abitudine era oramai ben consolidata, andando semplicemente a sancire un usus già avito.

Intanto, nella parte di città tra la Cerchia dei Torresotti e la Circla i monasteri di S. Stefano e S. Procolo continuavano a lottizzare ed a vendere terreni edificabili: i lotti erano stretti in testata ma assai profondi, tanto che le case non ne occupavano tutto lo spazio e il rimanente era spesso usato come cortile od orto; la rubrica sanciva che la costruzione del portico non poteva in alcun modo estendersi sulle vie di circolazione, ma con questo spazio retrostante a disposizione per le famiglie non era una gran perdita retrocedere la facciata del piano terra per sostituirla con un colonnato, anche perché la restrizione era ampiamente ripagata dalla comodità del porticato.

Ciò che si espresse nella rubrica 52 fu inoltre caldamente accolto anche perché la costruzione di tanti chilometri di porticati diede lavoro a molte persone, dando forza ad un’economia già in crescita e distribuendo nuova ricchezza e benessere. Inoltre, le famiglie nobili della città cominciarono a finanziare progetti di restauro e costruzione di portici per il benessere dei cittadini, facendo quindi, in fin dei conti, di questo uso architettonico, popolare per antonomasia, il cardine di una politica evergetica di apprezzabile eco propagandistica.

Come sempre accade, tuttavia, benché il decreto fosse ben accetto non sempre fu rispettato, soprattutto da parte dei mercanti che persistevano nell’intralciare il suolo pubblico con le merci in vendita. A causa di ciò ed anche del fatto che numerosi rimanevano i portici abusivi, il passaggio, soprattutto per i mezzi di locomozione, divenne presto praticamente impossibile. Si costruirono così, alimentati dal fiume Reno e dal torrente Aposa, numerosi nuovi canali (poi sotterrati nell’Ottocento) all’interno della città in aggiunta ai molti già presenti, in particolare per via del fiorente artigianato tessile, al fine di consentire via acqua i normali transiti di persone o cose: Bologna divenne una vera città d’acqua, costellata di porti e chiuse, la cui rete di canali uscì dalle mura estendendosi fino a Ferrara e, di lì, a tutta la Romagna ed a parte della bassa valle padana, ancora oggi percorsa da canali navigabili non più utilizzati.

Alla fine del Duecento Bologna, prospera e già famosa nel mondo per l’Università, aveva assunto quella configurazione urbana di base che rimase immutata nei secoli e che ancora oggi la caratterizza, anche in virtù di precise scelte urbanistiche successive cui avremo modo di accennare in seguito. Tuttavia, la cura per la regolamentazione dei portici non venne mai abbandonata, anche nei difficili anni del secondo Trecento e delle sanguinose guerre che la videro al centro delle contese tra papato ed impero nel Cinquecento. Lo stabile benessere raggiunto nel XVI sec., soprattutto in virtù del suo essere già da tempo la seconda città per importanza dello Stato Pontificio, permise ulteriori provvedimenti urbanistici su ampia scala e della più varia natura.

Incisione del 1882 raffigurante il portico ligneo di Corte Isolani a Bologna

Per quello che riguarda l’ambito di nostro interesse, si noti come fin dal Quattrocento nei portici si fosse cominciato a sostituire il mattone alle poderose colonne di quercia e di castagno, mentre gli asenari (le travi trasversali che sostengono solai e tetti) venivano rivestiti d’intonaco, procedimento costoso il cui scopo principale era quello di prevenire il più possibile gli incendi a cui il legno vivo offriva facile esca. Tutto ciò divenne legge quando, il 26 Marzo 1568, il cardinal legato Camillo Paleotti ed il Gonfaloniere di Giustizia Giovanni Battista Doria promulgarono un bando che imponeva ad ogni cittadino (senza distinzione di censo) di sostituire entro tre mesi i poderosi pilastri lignei del portico di cui era responsabile con colonne di pietra, esplicitando che tale decisione era al fine «non solo di mantenere e conservare detti portici, ma ancora per ampliarli, e ornarli maggiormente per decoro della città e universale giovamento». Anche in questo caso, però, non tutti si attennero alla legge: e se molti pilastri lignei non furono sostituiti da colonne di pietra, anzi rimasero a loro posto fino all’Ottocento e, in qualche caso, ancora oggi3, recenti sopralluoghi hanno dimostrato che molto spesso le precedenti colonne lignee non furono sostituite, bensì semplicemente inglobate in una struttura in mattoni, poi intonacata, che tutt’oggi le conserva pressoché intatte dopo tanti secoli.

L’inizio dell’Età Moderna e specialmente le idee rinascimentali mutarono sensibilmente la facies politica e culturale della nostra penisola e di tutta l’Europa: nuove idee, nuovi assetti politici e nuovi stili artistici si affermarono, opponendo all’ancor opprimente religiosità duecentesca ed alla crisi economica trecentesca uno sfavillio intellettuale, un’opulenza di corte che segnarono fortemente il passo. Fu l’architettura quella che per prima accolse e si lasciò plasmare con più entusiasmo dalla nuova temperie, giungendo all’inizio del Quattrocento a farsi in un certo senso traino delle altre arti: gli splendidi palazzi e ville fiorentine, le ristrutturazioni papaline e soprattutto i profondi ampliamenti urbanistici solo vagheggiati da Alfonso II d’Aragona a Napoli e materialmente realizzati da Borso ed Ercole I d’Este a Ferrara ben rendono l’idea di quanto l’umanesimo ed il razionalismo matematico da una parte e le nuove esigenze politiche dall’altra conversero nel trasformare, talvolta in profondità, l’aspetto di varie città, specie se sedi di corti.

Anche Bologna, che sorgeva al convergere della cultura e dell’autorità politica emanata da Milano, Ferrara, Rimini, Roma e Firenze, non poteva rimanere insensibile a questa rivoluzione; ma in una città dai tanto gloriosi trascorsi comunali e nella quale, nonostante il dominio dei Pepoli, di Giovanni da Oleggio ed infine dei Bentivoglio, una vera, manifesta signoria non si era ancora potuta impiantare, i rinnovamenti artistici della nuova epoca furono recepiti in ritardo e con non eccessivo slancio, tentando in un certo senso di aggiornare il passato o, meglio, di temperare il presente4.

In questo senso, gli aspetti più caratteristici della cultura locale, tra cui anche il portico, assunsero un ruolo fondamentale di preservazione e tutela dell’identità cittadina e, soprattutto, della democratica libertà felsinea. Fu così che le norme contenute nella rubrica 52, da provvedimento atto a regolarizzare una consuetudine, si mutarono in strumento di controllo politico ed il già osservato evergetismo delle famiglie abbienti da semplice propaganda si trasformò in simbolo tangibile di virtù estetica e civica.

Un esempio positivo, ossia di interessato adeguamento a queste norme, è rappresentato dalla costruzione di Palazzo Bentivoglio per volontà di Giovanni II Bentivoglio – «il più bel palazzo privato esistente in Italia» come lo definì Leandro Alberti – che sorgeva sul retro dell’odierno Teatro Comunale. Non ci è noto con sicurezza l’aspetto esterno ed interno del palazzo, né l’esatto pregio e quantità dei tesori d’arte in esso contenuti, e solo ce ne restituiscono un’idea alcune cronache e testimonianze documentarie, prime fra tutte lo schizzo della facciata per mano di Fileno delle Tuate e la minuta descrizione che ne dà Cherubino Ghirardacci nella sua Historia di Bologna (1596-1605). Tra gli aspetti certi di questo palazzo – che la descrizione di Ghirardacci ci spinge a ritenere non troppo dissimile nell’idea originaria dall’odierno Palazzo degli Strazzaroli, di cui fu certamente modello non superato5 – possiamo annotare la presenza del portico sulla facciata (Ghirardacci ce ne fornisce persino le misure) e questo non è dettaglio di poco conto su cui riflettere.

Ricostruzione ottocentesca dell'ipotetico aspetto di Palazzo Bentivoglio (stampa conservata presso la Biblioteca dell'Archiginnasio in Bologna)

A Firenze, nel 1446 il mercante Giovanni Rucellai commissionò a Leon Battista Alberti, geniale architetto di ispirazione brunelleschiana, la costruzione del proprio palazzo (esecutore del progetto fu però Bernardo Rossellino), squisitamente rinascimentale, un edificio che per le assolute novità estetiche sfoggiate entrava in contrasto con l’aspetto ancora largamente duecentesco della città. Alcuni anni più tardi, tra il 1444 ed il 1464, Cosimo il Vecchio de’ Medici fece progettare all’architetto Michelozzo un palazzo nell’odierna via Cavour (a quel tempo via Larga, sita nei quartieri settentrionali costruiti da non più di un secolo) che, pur adeguandosi ai nuovi canoni estetici introdotti da Brunelleschi, risultasse almeno esternamente più tradizionale: Cosimo infatti, signore in ombra di una città che molto teneva alle proprie istituzioni repubblicane e sfoggiava in quella che è oggi Piazza della Signoria e nel palazzo comunale rispettivamente le statue donatelliane di David e Giuditta (personaggi biblici percepiti come allegorici del trionfo della Repubblica sulla Tirannide), non poteva imporre all’attenzione dei suoi riottosi concittadini un edificio che, con la sua notevole mole, ostentasse senza pudori la sua condizione di signore de facto; una facciata che si uniformasse il più possibile all’estetica architettonica tradizionale temperava l’evidenza della sua condizione ed anzi lo poneva in positiva contrapposizione a quanti, come i Rucellai, facevano del proprio peso politico un troppo fiero motivo di vanto.

Non dissimile negli intenti, pur con alcune importanti differenze, fu l’operazione attuata da Giovanni II Bentivoglio quando commissionò all’architetto e scultore fiorentino Pagno di Lapo Portigiani l’erezione del proprio palazzo. In questo caso, la signoria mascherata di Giovanni II, defilata in politica, aveva bisogno però di mostrare la propria potenza economica (e quindi il proprio peso politico) costruendo un palazzo che ne magnificasse il rango: per non turbare tuttavia i bolognesi, non meno sensibili dei fiorentini sull’argomento, vi aggiunse il portico in stretta osservanza alle leggi comunali. E non dovette davvero essere un elemento di secondaria importanza, ma un vero e proprio elemento programmatico, un simbolo ricorrente della sua lealtà al Comune, se Giovanni lo impiegò a più riprese nel proprio evergetismo.

Portico di San Giacomo Maggiore - Bologna

Dettaglio di testina laureata

Un primo esempio, che ancora si colloca perfettamente nell’alveo di quella consuetudine basso medievale di finanziamento da parte dei nobili nella pietrificazione dei portici, fu la costruzione in pietra dello splendido portico costeggiante la chiesa S. Giacomo Maggiore, caldeggiata da Giovanni II e da Virgilio Malvezzi (esponente di un’altra importantissima famiglia bolognese) ma ad opera del Comune con finanziamenti pubblici. L’opera, realizzata tra il 1477 ed il 1481 in sostituzione di un più antico porticato ligneo risalente al XIII sec. forse sotto la direzione di Tommaso Filippi, lapicida sicuramente scultore delle colonne e dei capitelli, fu voluta dai due mecenati in memoria della pace generale stipulata fra i principi italiani da Ferdinando I d’Aragona, la cui effige sarebbe stata inclusa tra le teste laureate in conchiglia visibili sul lungo fregio in terracotta un tempo policromo e dorato, forse opera di Sperandio da Mantova. Commissione parimenti evergetica è riconoscibile anche nel portico del Baraccano (a quel tempo Ospedale dei Pellegrini, costruito nel 1416), voluto nel 1491 da Giovanni II, il cui stemma fu apposto (e tutt’oggi visibile) su alcuni capitelli.

Opera tuttavia ben più interessante e curiosa è però l’inserimento, sul fondo della cappella Bentivoglio nel peribolo della medesima chiesa di S. Giacomo (costruita del 1463-68 forse dallo stesso Pagno di Lapo), di una specie di portico a tre arcate su colonne: non si può certo considerare questa originale scelta architettonica come una variazione più autenticamente “tridimensionale” della Crocifissione di Altichiero o dell’altare di Donatello, entrambe nella chiesa del Santo a Padova, poiché la pur splendida Sacra Conversazione (1494) di Francesco Raibolini non ambisce primieramente ad illusionistici sfondamenti prospettici: Giovanni II la volle letteralmente incorniciata dalle arcate di quello che, a questo punto, non può essere confuso con una loggia (quale ad esempio compare nei teleri di Lorenzo Costa sulle pareti laterali della stessa cappella) od una terrazza, ma è necessariamente un portico, quello del suo palazzo e che egli volle inserire anche nella erezione della chiesa del Baraccano (per il culto popolare della Madonna del Baraccano, un affresco trecentesco restaurato nel 1472 da Francesco del Cossa), quasi come evidente strumento politico personale non meno dei suoi molteplici ritratti.

È evidente infine che l’importante ma delicata posizione politica dei Bentivoglio li obbligava a scelte di mediazione di cui famiglie meno potenti, sia ostili sia soprattutto alleate e quindi protette, potevano non curarsi: è il caso di Palazzo Sanuti-Bevilacqua degli Ariosti in via d’Azeglio, uno dei rari palazzi bolognesi quattrocenteschi prevenutici, anch’esso in bugnato ma privo di portico e che, peraltro, riproduce alcuni per noi interessanti elementi architettonico-decorativi del palazzo bentivogliesco.

Lo splendido palazzo di Giovanni II Bentivoglio ebbe vita breve: aizzato da papa Giulio II della Rovere e dalle famiglie ostili, nel 1506 il turbolento popolo bolognese si sollevò contro il potere bentivogliesco, ne scacciò la famiglia e, all’inizio del 1507, distrusse il palazzo con tutti i suoi tesori, non diversamente da quanto compì nel 1115 con il castello dei conti6 e ben quattro volte, a partire dal 1334, con la Rocca papale di Porta Galliera.

Se il caso di Palazzo Bentivoglio è esemplare nel rilevare l’uso proficuamente politico del portico da parte delle famiglie abbienti, durante il secolo successivo, per buona parte del quale a partire dal 1512 Bologna rimase sotto lo stretto dominio papale, si moltiplicò invece un uso negativo del suo valore civico, ossia il suo consapevole rifiuto da parte di talune famiglie per marcare la propria presuntuosa autonomia rispetto alle istituzioni cittadine7: paradossalmente il portico (o meglio la sua negazione), proprio perché simbolo di democrazia, divenne spesso strumento di affermazione politica personale8.

Un dettaglio del portico cinquecentesco della chiesa di San Bartolomeo in Strada Maggiore. Progettato da Andrea da Formigine per l'incompiuto palazzo priorale Gozzadini (le cui strutture furono completate nella seconda metà del Seicento con la costruzione della chiesa attuale), con i suoi pilastri decorati a rilievo a candelabre in arenaria è certo uno dei portici più belli e monumentali di Bologna.

L’evento che certo suscitò all’epoca maggior scalpore fu la disputa fra il Senato (organo oligarchico alla guida della città) e la famiglia Fantuzzi: nel 1521 il senatore Francesco Fantuzzi fece progettare e costruire dal Andrea da Formigine (ma taluni ritengono perfino da Baldassarre Peruzzi o da Sebastiano Serlio) il proprio palazzo in via S. Vitale (di fronte alla chiesa di SS. Vitale e Agricola), imponente ed elegante nelle pareti in bugnato di gusto ferrarese-fiorentino, del tutto senza portico. Per questa loro forte presa di posizione furono salatamente multati, benché documenti dell’epoca ci testimonino che la sanzione fu pagata solo in parte. In particolare dopo l’episodio dei Fantuzzi, che aveva sollevato un gran polverone per poi risolversi in modo sostanzialmente indolore per la riottosa famiglia, per i nobili divenne quasi una consuetudine erigere, in barba alle leggi comunali, i propri palazzi senza il portico: anzi ancora una volta il Comune (in questo caso tramite il Senato), non riuscendo ad arginare il fenomeno, finì per assecondarlo, concedendo pressoché a tutti realizzazioni in deroga previa una necessaria quanto puramente formale consultazione degli organi dirigenti da parte delle famiglie, acconsentendo perfino di aggiungere in facciata decorazioni stilisticamente estranee alla città. Vediamo quindi moltiplicarsi nell’arco del Cinquecento i casi di palazzi nobiliari privi di portico ed anzi sempre più aggiornati sui modi architettonici delle altre principali città e corti italiane: Palazzo Pepoli Campogrande in via Castiglione, Palazzo Lambertini in via Nazario Sauro, Palazzo Albergati in via Saragozza dentro porta (di originale oggi è rimasta la sola facciata) e soprattutto Palazzo Davia Bargellini in Strada Maggiore ne sono alcuni tra i più splendidi esempi.

Un altro caso estremamente interessante, anche se risalente al Settecento, dell’uso politico del portico è infine quello che vide coinvolta la famiglia genovese dei Pallavicini. Gianluca Pallavicini era un potente e ricco marchese di Genova e maresciallo nell’esercito austriaco trasferitosi con tutti i propri beni a Bologna poiché scacciato dalla città ligure in seguito ad una disfatta militare che lo fece supporre colluso coi conquistatori. Qui, col favore del papato, acquistò numerose terre tra Bologna e Ferrara le quali, una volta bonificate, fece coltivare in modo intensivo traendone un rapido ed ingente guadagno. Tutto ciò attirò inevitabilmente su di lui l’ostilità degli altri partiti nobiliari felsinei, messi quasi in secondo piano dall’entrata in scena di questo ricco “imprenditore” forestiero con sempre maggior peso nella politica e negli affari della città. Protetto dal Papa, era di fatto politicamente indenne a qualunque attacco: quando però si presentava un’occasione favorevole, seppur minima, per poterlo ostacolare l’oligarchia bolognese non se la faceva sfuggire. Fu così che, narrano le cronache, quando Gianluca Pallavicini decise di acquistare e ristrutturare un palazzo già quattrocentesco in via S. Felice, il cui progetto presentava un edificio sontuoso e, ovviamente, senza portico, il Senato rispolverò alla lettera le antiche norme duecentesche della rubrica 52, obbligandolo a reintegrare nel progetto il portico, oltretutto molto alto (circa 1/3 dell’altezza complessiva del palazzo), così da spezzarne proporzionalmente nell’impatto visivo la maestosità della facciata.

di Alessio Costarelli
foto di La Ragazza con la Valigia


1 In cui peraltro si affermava il governo popolare su Bologna con l’esclusione dei nobili dal potere.

2 Il principio fondamentale di questa legge è tutt’ora in vigore, come d’altronde ben si può notare dai numerosi palazzi (soprattutto nel centro storico) che, nonostante siano moderni, sono stati progettati ed edificati con il portico, secondo la migliore tradizione (e normativa) comunale.

3 Si pensi a Casa Isolani su Strada Maggiore, alle Case Seracchioli in Piazza della Mercanzia (una delle rare case gotiche a due piani, il portico ligneo è recente ripristino, mentre il balconcino d’angolo è aggiunta novecentesca), a Palazzo Grassi in via Marsala od alla Casa dell’ex Orfanotrofio di San Leonardo in via Begatto.

4 In realtà il problema del Rinascimento bolognese è alquanto complesso e tutt’oggi fonte di dibattito tra gli studiosi: una simile affermazione potrebbe dunque apparire non del tutto corretta. Il fatto incontrovertibile da tener però qui presente è che se in pittura e scultura, anche se non con prontezza, le novità rinascimentali furono recepite e si affermarono unanimemente, l’architettura vide fenomeni isolati (benché non rari) di aggiornamento, che per volontà di singole committenze illustri impiantarono unità palaziali in un contesto urbano fondamentalmente invariato, e così accadde anche nel Cinquecento e nel Seicento, secolo che comunque plasmò molto più a fondo l’aspetto della città: questo è dunque il motivo per cui Alfonso Rubbiani, illustre architetto bolognese di cui ricorre quest’anno il primo centenario della morte, riconobbe nel Medioevo, e non nel Rinascimento o nel Barocco, l’identità urbanistica più sincera di Bologna e vi adeguò tutte le sue ristrutturazioni.

5 Il portico del palazzo, le cui arcate sono invero tutt’oggi visibili, fu chiuso in tempi relativamente recenti, creando buona parte di quegli ambienti al piano terra occupati da cinquant’anni dalla Libreria Feltrinelli.

6 Questi conti tedeschi, in quanto simbolo del dominio imperiale e quindi della non libertà della città, non furono mai visti di buon occhio né dai cittadini né dalle autorità ecclesiastiche, le quali fecero erigere la Cattedrale di S. Pietro (Via dell’Indipendenza) proprio di fronte al castello, a imperitura memoria di controllo. Il castello, distrutto dal popolo in seguito alla morte di Matilde di Canossa (la quale di fatto governava la città in nome dell’autorità imperiale), sorgeva su di un piccolo rilievo attualmente attraversato da via Porta di Castello la quale, infatti, si presenta scoscesa poiché costruita sia sul rilievo sopracitato sia sulle numerose rovine della residenza.

7 Un uso questo, è bene ricordarlo, non nuovo non solo per gli sporadici esempi quattrocenteschi come quello del già citato Palazzo Sanuti-Bevilacqua, ma anche e soprattutto per il ben più interessante esempio di Palazzo Pepoli Vecchio in via Castiglione, voluto da Taddeo Pepoli (primo signore di Bologna) a partire dal 1344.

8 Si faccia attenzione tuttavia a non credere che il Cinquecento sia il secolo del rifiuto dei portici: in effetti, il Comune e la maggior parte delle famiglie nobili costruirono o restaurarono i palazzi costruendo portici, peraltro tra i più belli che Bologna possa vantare: per citare due soli esempi, si ricordi da un lato il maestoso portico del Pavaglione su piazza Maggiore (realizzato da Antonio Morandi il Terribilia nel 1562-65); dall’altro la splendida facciata di Palazzo Bolognini Amorini Salina in piazza Santo Stefano, con le testine in terracotta di Alfonso Lombardi e Nicolò da Volterra (almeno quelle cinquecentesche) e gli splendidi capitelli di Andrea da Formigine e Properzia de’ Rossi.

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2 Commenti a “I portici di Bologna – parte II”

  1. Emilio scrive:

    Innanzitutto complimenti per il testo.
    Sia per la prosodia che per il contenuto ,esso è assolutamente eccellente,ed è raro oggigiorno trovare giovini così promettenti. Ma a parte le ciance di un vecchio guitto, sarei molto curioso di apprendere, sempre che lei me ne voglia far partecipe, di cosa lei si occupi attualmente e quali o quale testo ha utilizzato nello scrivere ed esplorare siffatto magnifico argomento.

    • Alessio Costarelli scrive:

      Grazie davvero per il sincero apprezzamento. Amo profondamente la mia città e l’interesse per la storia e le forme architettoniche dei portici mi accompagna fin da quando frequentavo le scuole medie.
      Sono iscritto al primo anno di laurea magistrale in Arti Visive presso l’Ateneo di Bologna ed al momento mi interesso principalmente di storia e arte bolognese e parmigiana e della pittura di Vincent van Gogh.
      Per l’articolo mi sono basato su testi di carattere generale inerenti la storia dei portici e della città, lezioni universitarie e conoscenze personali pregresse.
      Qualora desiderasse contattare me o qualche altro autore/collaboratore del nostro sito, la invito a scrivere alla mail di redazione (redazione@clammmag.com): sarò lieto di continuare questa conversazione ed approfondire la sua conoscenza. E non manchi di continuare a leggerci!

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