Arts and Culture Magazine

I portici di Bologna – parte I

27 febbraio 2014 by Alessio Costarelli

Origine e sviluppo del portico a Bologna

È notizia di questi ultimi mesi il dibattito in corso per la candidatura ufficiale dei portici di Bologna a Patrimonio dell’Umanità da parte dell’Unesco. Inseriti nella lista propositiva fin dal 2006, il problema è però balzato ora alla ribalta mediatica cittadina per le forti riserve espresse dall’eminente ente internazionale all’atto di una nuova sollecitazione: ciò a causa di un problema che oramai da molti anni si è fatto cronico per la città, il cattivo stato di conservazione di questo bene artistico, dovuto invero non tanto ad una carente manutenzione comunale quanto piuttosto all’inciviltà dei passanti. Non che il problema sia una novità, se già nel Settecento un anonimo barnabita francese scriveva nelle sue memorie che «la sporcizia dei portici è una conseguenza inevitabile» e Madame de Staël ne lamentava la continua presenza di mendicanti e di quanti di notte dormivano sotto le arcate; anche Stendhal, il celebre scrittore e intellettuale del XVIII sec., ne rilevava la grande incuria ed il lordume, ma il suo turbamento dovette esser presto consolato, visto che le parole successive vi contrapponevano in modo entusiasta la presenza delle «donne più donne del mondo», fama di cui in parte le mie concittadine continuano ancora oggi a godere.

Vale dunque la pena di ripercorrere brevemente la storia di questo straordinario bene architettonico e, di riflesso, della città che lo accoglie, al fine di ricordarne le origini a quanti, specie fra i giovani, le ignorano e di scoprire come possano essere giunti a snodarsi nel solo centro storico per ben 37 km, circa 45 km se si considerano anche quelli più o meno antichi che corrono al di fuori delle mura del centro storico.

Pianta generale dei 37,884 km di portici nel centro storico di Bologna (da F. Bocchi [a cura di] - I portici di Bologna e l'edilizia civile medievale, Grafis Edizioni)

La comodità di uno spazio colonnato, aperto all’esterno eppure riparato perché coperto da un tetto, non fu certo una scoperta bolognese né una sua prerogativa, se è vero che almeno un’altra città italiana è oggi celebre per i suoi molti e bei porticati: Torino. L’antichità ci testimonia un ampio uso di questo elemento architettonico, la cui origine arcaica è impossibile da individuarsi con certezza. I Greci furono senza dubbio i più interessati all’impiego dei colonnati da quando, in Età geometrica (X-VIII sec. a.C.), cominciarono a creare anelli di colonne intorno ai megaron dei sovrani locali, come ci attesta ad esempio il sito di Lefkandi sull’isola di Eubea; li replicarono poi fin dall’epoca arcaica nella costruzione dei templi: lo ptèroma, spazio coperto tra la peristasi e la parete della cella, si rivelò presto un luogo assai utile e l’idea del corridoio colonnato si diffuse rapidamente.

L’età ellenistica ne fece un grande leitmotiv architettonico, da un lato corredando con esso le principali agorài (piazze), specie quelle monumentali e a pianta circolare tipiche di area siriana e basso anatolica, dall’altro elevandolo a monumento civico autonomo di grande sfarzo e rilievo: le stoài erano infatti lunghi edifici porticati di notevoli dimensioni, architettonicamente autonomi, spesso a due piani, che eretti in aree pubbliche consentivano il prolungarsi delle attività all’aperto anche in caso di pioggia o durante le calde ore meridiane; spesso fastosamente decorate con statue e cicli i affreschi, per la loro imponenza e il loro alto costo erano tra le commissioni preferite dai sovrani al fine di mostrare tutta la loro magnanimità. I Romani, che tradizionalmente preferivano la caotica vita dei fora all’intimità domestica, si avvalsero poi ampiamente di edifici porticati, giacché i luoghi pubblici (e non gli ambienti privati) erano il vero cuore pulsante della politica e degli affari e edifici coperti come le basilicae ed i portici ne soddisfavano agevolmente le esigenze.

Stoà di Attalo II ad Atene (eretta nel 140 d.C., quella attuale è una ricostruzione del 1951 ad opera della Scuola Archeologica Americana)

Torniamo però ad interessarci di Bologna, nella quale certo dovettero esistere porticati già in età romana. La questione della nascita del portico è stata tuttavia ammantata per molti anni di supposizioni infondate, accresciute e diffuse dai racconti riportati dai molti viaggiatori settecenteschi e di primo Ottocento che per questa città transitavano: solo le più attente ricostruzioni storiche novecentesche si sono premurate di recuperare la vera origine di tale straordinario patrimonio architettonico.

L’età tardo antica rappresentò per la Bononia romana – come d’altronde per la maggior parte dell’Europa – un momento di forte compressione demografica: le città, estremamente povere e in rovina per il crollo dell’artigianato e la pressoché totale scomparsa dei commerci, si erano praticamente spopolate, restando fantasmi di loro stesse; invero, le città sorte lungo la via Emilia versavano in queste disastrose condizioni già da diverso tempo, se Sant’Ambrogio, vescovo di Milano e consul Liguriae et Aemiliae, in una lettera del 370 d.C. al suo amico Faustino le descriveva come semirutarum urbium cadavera (cadaveri di città semidistrutte). La massima ritrazione della superficie urbana si ebbe in seguito alla conquista longobarda nel 728, successiva ad un lungo ed estenuante assedio: Bologna, chiusasi in una cinta fortificata nota come Mura di Selenite1, si era ridotta a circa il 40% della sua precedente estensione romana e la “città ritratta”, come è oggi solitamente definita dagli storici, era circondata da un ampio e desolante cumulo di rovine già allora ricordato come civitas rupta antiqua o, talvolta, Bononia antiqua destructa.

Si dovette attendere il dominio carolingio (VIII-IX sec.) perché Bologna desse i primi, evidenti segni di ripresa economica. Il nuovo, sicuro cammino verso la prosperità portò presto ad un rapido incremento demografico, per il quale la piccola città cominciò a risultare inadeguata: nacquero quindi i primi borghi esterni alle mura, ognuno provvisto di qualche opera di difesa. Ma la situazione cambiò anche all’interno della fortificazione di Selenite, ove la configurazione urbana subì sensibili rimaneggiamenti a causa dell’allargamento di antiche strade e della creazione di nuove vie (come nel caso di via Montegrappa). Parallelamente alle altre città europee e della nostra penisola, la risorta Bologna, che nel giro di tre secoli si era affermata come una delle più ricche e importanti realtà comunali del nord Italia, cominciò ad attirare un vero e proprio flusso d’immigrazione dalle campagne sia di piccoli proprietari terrieri sia soprattutto di contadini in cerca di migliori condizioni di vita: tutti costoro si insediarono in città ma, più ancora, immediatamente all’esterno delle mura.

Piazza Santo Stefano - Bologna

La maggior parte dei terreni intorno alla cinta fortificata erano di proprietà del monastero di S. Stefano, uno dei principali centri religiosi cittadini, che sorgeva anch’esso appena al di fuori del centro urbano: fra il X ed l’XI secolo questi terreni, precedentemente tenuti a colture (orti e vigne), furono quindi divisi in piccoli lotti dati in affitto o, successivamente, venduti agli acquirenti. Nella seconda metà dell’XI secolo tali appezzamenti cominciarono poi ad ingrandirsi e la lottizzazione si affermò soprattutto nel secolo successivo grazie alla nascita del libero comune. È proprio a questo periodo (XI sec.) che risalgono le prime testimonianze documentarie dell’erezione di portici, come risulta da un contratto d’affitto di una casa stipulato dal monastero di S. Stefano del 1091, con l’importantissima specifica che il suolo del portico era sì privato, ma doveva rimanere di uso pubblico: elemento, questo, che si sarebbe poi rivelato capitale nella successiva storia medievale del portico.

Cinta entro una nuova cerchia di mura detta del Mille (o dei Torresotti), alla fine del XII sec. Bologna era oramai una realtà comunale assai prospera nei commerci ed in alcuni campi artigianali (tra i quali spiccava la lavorazione della seta), che aveva anche visto la fondazione dello Studium, affermatosi fin da subito in tutta Europa  nell’insegnamento del diritto romano e della medicina e, in un secondo tempo, anche nella teologia, il cui primato contendeva a Parigi. Con l’aumento del benessere e con l’Università che attirava in città studenti da ogni parte d’Italia e d’Europa, fu evidente che il problema dello spazio, già stretto anche dentro la seconda cinta muraria, imponeva una soluzione efficace.

Si comprese in quell’occasione che era necessario tra le altre cose disciplinare la costruzione dei portici, fino ad allora sviluppatisi soprattutto nella parte di città fra la prima e la seconda cerchia in maniera disordinata ed irregolare. Frequentemente considerati elemento decorativo nelle case nobiliari al fine di abbellirne le facciate squadrate, di essi si avvalevano in realtà soprattutto i ceti popolari: per ovviare ai problemi di mancanza di spazio nelle zone più interne della città, già da molto tempo si era ben radicata la consuetudine di prolungare verso la strada le travi – rette da sporti (o beccatelli), puntoni obliqui infissi nel muro – del soffitto del piano terra o del primo piano, così da ampliare gli ambienti o perfino ricavare piccole stanze; col tempo questi spazi andarono sempre più sporgendosi, fino a dover scaricare direttamente il peso al suolo mediante colonne, le quali finivano però inevitabilmente con l’invadere il piano stradale.

Beccadelli di Via Sampieri - Bologna

A tale occupazione del suolo pubblico probabilmente non si fece molto caso, perché – come si è visto nel caso dei lotti di Santo Stefano – pur essendo il portico privato, il proprietario ne concedeva il libero utilizzo ai concittadini, così che l’occupazione dello spazio stradale risultava meno penalizzante: esso infatti era comodo non solo per non bagnarsi nei giorni di pioggia e ripararsi dal sole estivo, ma soprattutto si rivelava utile a quei bottegai che fabbricavano o utilizzavano oggetti ingombranti, così come in generale a tutti gli artigiani che lo sfruttavano per poter lavorare avvalendosi il più a lungo possibile della luce solare e riducendo così almeno in parte i rischi legati al largo impiego di candele.

Si noti dunque come sia questa la vera origine dei portici, a Bologna come in altre città italiane, e non, come usualmente riporta la letteratura di viaggio dell’Europa del Settecento, la necessità di ripararsi dalle intemperie, pratica conseguenza: a questa ricerca di nuovi spazi abitabili offrì anzi ampia giustificazione proprio il fiorire dello Studium, per via della necessità di alloggiare gli studenti e quindi con la possibilità per le famiglie, affittando un numero maggiore di stanze, di avere guadagni ulteriori.

Porta Maggiore - Bologna

Fu dunque così che, in seguito all’erezione nel 1206 di una terza cerchia (detta Circla)2 a protezione dei nuovi, estesi quartieri suburbani, a partire dal 1211 il Senato cittadino prese seriamente in considerazione la questione della diffusione, oramai arbitraria e senza regole, dei portici varando in proposito leggi puntuali e severe che ne vietavano tassativamente la costruzione e contemplavano anche, in qualche caso, la demolizione di colonnati già esistenti. Tuttavia, come si suol dire, a Bologna “un band dur tranta dé manc un meis3 e l’indubbia praticità di questo elemento era sotto gli occhi di tutti, avendo oramai plasmato profondamente le abitudini urbane: prevedendo quindi le norme che i vari casi nello specifico potessero essere oggetto di approfondito esame, il Comune finì con il consentire ed anzi incoraggiare l’erezione di porticati, accogliendo larga parte delle domande inerenti le zone di più recente urbanizzazione, ma mantenendosi restio circa le aree urbane centrali e più antiche. Con una simile pratica si rese dunque ben evidente il duplice fine che guidava le scelte dei savi legislatori bolognesi: salvaguardia del suolo pubblico e riconoscimento dell’utilità del portico.

Ben presto infatti quest’ultimo si affermò come uno dei aspetti cruciali e di maggior interesse nelle direttive e nelle discussioni del Comune: nel 1262, ad esempio, richiamandosi all’utilità del portico, si ordinò esplicitamente che il lato orientale della via Nuova delle Pugliole (attuale via S. Carlo) ne fosse dotato; a partire dal 1250 furono poi promulgati nuovi decreti specifici: l’obbligo di tenere i portici sgombri da qualsiasi elemento mobile o fisso che vi impedisse la libera circolazione a piedi e a cavallo (compresi carri, legname, pali e stanghe che ne diminuissero l’altezza), ne occludesse l’accesso o mettesse in pericolo i passanti; la definizione delle dimensioni dei portici da costruirsi, che dovevano avere una larghezza di 10 piedi (380 cm) ed un’altezza minima di 7 piedi (266 cm), specificando che non era lecito scavare nel piano di calpestio per raggiungere l’altezza predefinita; si raccomandava inoltre (senza però imporlo) che i portici fossero provvisti di muretti negli intercolunni finalizzati ad impedire che nei giorni di pioggia l’acqua piovana potesse entrare nel porticato, garantendo un agevole percorso asciutto che sarà sempre particolarmente apprezzato dai forestieri. Con queste ed altre disposizioni il portico mutava progressivamente natura giuridica, perdendo la sua originaria caratteristica, quella di essere di uso privato ma invadendo suolo pubblico, per trasformarsi in bene di uso pubblico occupante suolo privato.

di Alessio Costarelli
foto di La Ragazza con la Valigia


1 Questa cinta muraria – che racchiudeva solo le due antiche e principali strade romane, il cardine massimo (direzione nord-sud, via Galliera – Via val d’Aposa) ed il decumano massimo (direzione est-ovest, Via Rizzoli – Via Ugo Bassi) – possedeva sette porte e si estendeva ad est fino piazza di Porta Ravegnana, ad ovest poco dopo l’inizio dell’odierna via Ugo Bassi, a nord fino alla fine di via d’Azeglio ed a sud fino a poco dopo l’inizio di via dell’Indipendenza. Deriva il suo nome dal gesso cristallino impiegato come materiale da costruzione, tipico della nostra regione e particolarmente diffuso sulle colline bolognesi: lo si può facilmente notare, ad esempio, nel basamento della torre Garisenda.

2 Insieme a qualche ampio tratto di muro lungo il lato orientale della città, delle originarie dodici porte (tredici se si considera anche quella di via del Pratello, murata nel 1445 ed oggi inglobata nell’attuale chiesa di San Rocco) oggi ne restano solo nove, restaurate circa sei anni fa da una campagna promossa dalla Banca di Bologna: la Circla infatti rimase in piedi fino al 1902, quando l’allora sindaco Dall’Olio ne decretò l’abbattimento per far posto agli attuali viali di circonvallazione.

3 “Un bando/una legge dura trenta giorni meno un mese”

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Un Commento a “I portici di Bologna – parte I”

  1. […] a leggere il post e a fare un giro sotto i […]

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