Arts and Culture Magazine

I discendenti

16 aprile 2015 by Vittoria Barbiero
Un film delicato sull’accettazione del lutto, sulla preservazione della propria terra, e su uno dei concetti cardine della cultura hawaiiana, ‘ohana.

«I miei amici sul continente credono che solo perché abito alle Hawai’i io viva in paradiso, come fossi in una vacanza permanente; pensano che qui passiamo il tempo a bere mai tai, a ballare l’hula hula e a fare surf. Ma sono pazzi: credono che siamo immuni alla vita. Come possono pensare che le nostre famiglie abbiano meno problemi? Che i nostri cancri siano meno mortali? I nostri drammi meno dolorosi?
Sono quindici anni che non salgo su una tavola da surf».

Paradiso amaro, o The Descendants in lingua originale, è un film del 2011, diretto da Alexander Payne, con George Clooney nel ruolo di protagonista e Shailen Woodley (rapidamente diventata l’attrice del momento, dopo aver interpretato il film già cult The fault in our stars – Colpa delle stelle) nel ruolo della figlia di Clooney.

Locandina del film

La citazione riportata all’inizio di questo articolo è la frase d’apertura della pellicola, al contempo dichiarazione di intenti di Payne: il film si basa sul tentativo di dimostrare come una situazione dolorosa, come quella che vive il protagonista, non sia meno dolorosa solo perché chi la deve subire abita in un remoto angolo dell’Eden.

In effetti la vita non sta propriamente sorridendo a Matt King: sua moglie Elizabeth si trova in coma irreversibile dopo un incidente in barca, e la figlia Alexandra gli rivela di aver sorpreso la madre in un incontro extra-coniugale poco prima dell’incidente; Matt, che si sente tradito dalla donna di cui è innamorato e anche dai suoi stessi amici, tutti a conoscenza del tradimento di lei, deve anche fare i conti con una gatta da pelare: è l’amministratore fiduciario di 25.000 acri di terra vergine, dal 1860 di proprietà della sua famiglia, su Kaua’i (l’isola più antica dell’arcipelago hawaiiano), ma per una legge appena promulgata è ora costretto a sciogliere questo trust, con la possibilità di vendere prima il terreno e ricavare una bella somma che renderebbe felici molti parenti. Come se non bastasse, Elizabeth ha lasciato un testamento biologico che impone alla famiglia di dirle addio, così che Matt si trova a dover parlare con tutti i parenti e soprattutto a dover rimettere in piedi un rapporto con le due figlie, mondi per lui distanti ed incomprensibili.

Shailen Woodley in una scena del film.

Il film scorre equilibrato dall’inizio alla fine, senza mai scossoni o momenti di suspense, senza baratri di estrema drammaticità strappalacrime né apici di demenziale comicità; con ciò non è da intendersi come un film piatto: sembra semplicemente seguire il placido ritmo della vita tropicale, in cui il suono delle onde del Pacifico, il profumo del frangipani e la splendida, nostalgica, languida colonna sonora impediscono al regista, alla troupe e allo spettatore di correre da una scena all’altra; tutte si susseguono in maniera assolutamente naturale, come se accompagnassimo per mano il protagonista nel processo di accettazione dell’imminente morte della moglie.

Proprio in questo sta la bravura di Clooney e dello sceneggiatore (per quanto si tratti di una sceneggiatura non originale, dal momento che il film si basa sul romanzo Eredi di un mondo sbagliato, di Kaui Hart Hemmings): nel mostrare il difficile percorso attraverso il lutto, un calderone inspiegabile di momenti di angoscia, tristezza, rabbia, ma anche sorrisi, affetto e risate strappate a tradimento, riuscendo a fare di questa pellicola un prodotto assolutamente umano, equilibratissimo nel suo essere in bilico tra commedia e dramma, ma senza lasciarsi trasportare totalmente nell’una o nell’altra direzione, proprio come succede spesso nella vita, ché non è mai né tutta bianca né tutta nera. Ne esce un ritratto familiare di una tenerezza commovente, con personaggi dalla forza ammirevole che pure rimangono vulnerabili nella loro fragilità di mortali.

A punteggiare qui e là la pellicola c’è poi l’argomento che dà il titolo originale al film, “I discendenti”: la preservazione del territorio vergine e il rispetto per una terra ereditata per chissà quale fortuna, fortuna che i parenti di Matt hanno dilapidato nel corso degli anni e dalla quale sperano ora di ottenere un ultimo gruzzoletto, che però porterebbe anche alla distruzione di un pezzo di ecosistema incontaminato per farne un nuovo terreno edificabile. E così lo spettatore, ogni volta che viene toccato l’argomento, più o meno en passant, vede i dubbi sempre più numerosi che si dipingono sulla faccia del protagonista, e spera che alla fine lui decida di non vendere quel pezzo di terra, non per buonismo ambientalista, ma proprio perché francamente fa venire le lacrime agli occhi pensare di disporre in una maniera tanto squallida di un luogo così straordinario.

L’unica cosa che, a mio avviso, proprio non è riuscita, è quella esplicitata dalla citazione d’apertura. Pur rendendosi ovviamente conto del fatto che la situazione descritta è evidentemente tragica, non si riesce fino in fondo a credere che guardare fuori dalla finestra e vedere i paesaggi di Haleiwa in qualche modo non tiri un po’ su di morale, o non rallegri quantomeno la vista, se non un animo ferito. Ho la sensazione che per tutto il tempo si sia in qualche modo voluto mostrare le Hawai’i nella loro versione più sommessa, forse perché far vedere veramente per quasi due ore di film acque color lapislazzuli con gente che fa surf e si diverte sulla spiaggia di Waikiki non sarebbe stato in tono con l’argomento della storia: e allora è un tripudio di grigi, di cieli plumbei, di giornate uggiose, di pioggerelline fini, di stanze d’ospedale, di grattacieli, di piscine sporche; eppure, in ogni scena piccoli dettagli si sono ribellati alla dittatura del grigio, come l’improbabile maglia fucsia di un’improbabile bambina nella stanza della malata, o come la luce dell’alba che spunta piano piano all’orizzonte su una spiaggia diradando la foschia, o ancora come i fiori rossi, arancio e viola del giardino di Matt, in contrasto con l’asfalto bagnato, mentre, nella più bella scena del film, il protagonista corre a casa dei suoi migliori amici, rischiando peraltro di farsi venire un colpo.

George Clooney nella scena della corsa.

In altre parole, sembra che sia impossibile, anche in un film che dovrebbe farci credere che la vita può essere orribile anche in un paradiso, riuscire a cancellare del tutto i colori, l’atmosfera e persino i profumi di un’isola tropicale, e non so quanto questa sia stata una scelta consapevole del direttore della fotografia o quanto piuttosto sia dovuto a un paesaggio difficile da rendere triste anche nelle giornate di pioggia. E alla fine, quando Elizabeth esala l’ultimo fiato, ecco che il regista ci presenta una carrellata di immagini (un respiro di sollievo per i protagonisti, ma forse anche per le Hawai’i, finalmente libere di mostrarsi nel loro splendore) dove di grigio non c’è più nemmeno l’ombra: il verde prepotente delle montagne di O’ahu, il giallo e il bianco dei fiori di plumeria, i colori delle collane lei, il turchese del Pacifico che inghiotte il bianco delle ceneri di Elizabeth, sparse nell’oceano in un decoroso e romantico funerale su una piccola barca con quello che è partito come un gruppo male assortito di tre persone e che alla fine si è rivelato essere una famiglia.

La scena del funerale.

di La Ragazza con la Valigia

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Posted in: Cinema e Teatro, Recensioni Film |

Un Commento a “I discendenti”

  1. […] post in CINEMA! La Ragazza con la Valigia ci porta alle Hawaii con The Descendants!→ clammmag.com/i-discendenti/ http://t.co/qJWwQNkLPg […]

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