Arts and Culture Magazine

Guerriere giapponesi

25 marzo 2014 by Lady Lindy
Una storia di guerriere dall’antico Giappone: le onna-bugeisha, dai villaggi all’esercito imperiale.

Letteratura, cinema e varie tipologie di rappresentazioni ci hanno abituati a immaginare le donne giapponesi, in un’ottica storico-culturale, tendenzialmente suddividendole in geishe e non-geishe. Questa visione, tipica di un occidente che guarda ad un Giappone apertosi al mondo relativamente da poco, deriva soprattutto dal secondo dopoguerra, in seguito all’occupazione americana nel Paese del Sol Levante. Certo, è chiaro che questa contrapposizione si rivela semplicistica anche ad un occhio inesperto, e proprio per questo motivo vale la pena approfondire la conoscenza di alcune – e diverse – particolari “categorie” sociali di donne giapponesi, specialmente le poco conosciute onna-bugeisha.

Rara foto di Onna bugeisha

La tendenza generale è quella di descrivere le onna-bugeisha come donne-samurai, o comunque una versione femminile dei più famosi guerrieri. In realtà, anche questa è una semplificazione giustificata dal voler ricondurre il complesso ruolo di tali personaggi alla comprensione e alla mentalità di un occidentale. Questa definizione non è del tutto errata: originariamente le onna-bugeisha provengono, infatti, dalla stessa classe sociale dei samurai, quindi l’aristocrazia e i ceti più elevati del periodo feudale (non dimentichiamo che i samurai stessi sono paragonabili in molti sensi ai cavalieri dell’Europa medievale, in quanto entrambi questi gruppi sono caratterizzati da un codice d’onore imprescindibile, – bushido in Giapponese – severe regole di obbedienza al signore / sovrano, il dovere del combattimento in guerra; la differenza principale sta, probabilmente, nella componente religiosa che naturalmente influisce sulla cavalleria cristiana, i milites Christi, ad esempio vietando moralmente il suicidio, atto considerato invece assai onorevole in Giappone – basti pensare al racconto dei Quarantasette Ronin).

Il ruolo delle onna-bugeisha è però, se possibile, ancora più complesso rispetto a quello dei samurai. Ritroviamo in queste figure, infatti, la tipica moglie del soldato / donna di casa che si occupa della famiglia (detta okugatasama, “colei che rimane a casa”) e al contempo la guerriera che per forza di cose si ritrova a dover difendere non solo l’abitazione, ma l’intero villaggio, il quale sia nei periodi di guerra – quindi mentre la maggior parte degli uomini è lontana a combattere – sia in quelli di pace è soggetto a frequenti invasioni e saccheggi da parte di soldati nemici o comuni ladri. Una posizione difficile, dunque: nella perfetta onna-bugeisha dovevano riunirsi il carattere mite, mansueto e sottomesso richiesto al sesso femminile da secoli di tradizione filosofica confuciana, e allo stesso tempo anche coraggio, forte temperamento, prontezza di iniziativa e risorse tipiche del guerriero in epoca feudale.

Un'altra foto di Onna bugeisha

Ma esattamente, come ebbe origine il fenomeno di queste tenaci guerriere giapponesi, così atipiche rispetto ai ruoli tradizionalmente riconosciuti in Giappone? Sappiamo che in fin dei conti le onna-busgeisha dovevano essere totalmente adattabili alle circostanze, in quanto i loro compiti potevano spaziare dalla cura degli anziani e l’educazione dei figli, l’organizzazione interna della casa, la gestione delle finanze familiari fino al duello in armi e, in determinate epoche, anche la vera e propria chiamata nell’esercito. È ragionevole pensare che nei vari villaggi le donne con simili e tanto impegnativi doveri abbiano iniziato gradualmente a riunirsi in gruppi per aiutarsi a vicenda, eppure solo la leggenda può aiutare a diradare le nubi che circondano la  vera origine del fenomeno. Il simbolo della “nascita” delle onna-bugeisha è infatti la leggendaria figura dell’imperatrice Jingu, che si dice sia vissuta nel II secolo d.C. (la veridicità storica dell’imperatrice è tuttora controversa): in un periodo di forte espansione imperialistica giapponese, Jingu servì l’esercito del marito, l’imperatore Chuai, guidandolo alla conquista di una terra – identificata nell’attuale Corea – da tempo rivendicata come destinata a far parte dell’impero giapponese, e ritornando in patria dopo una vittoria ottenuta nel giro di due anni. Alla morte del marito, ancora incinta del futuro erede, divenne sovrana reggente del Giappone. Jingu fu la prima donna a comparire su una banconota giapponese nel 1881, e la sua presunta tomba imperiale, situata a Nara su un lembo di terra circondato da un fossato ricoperto di fiori, è ancora oggi un luogo molto visitato.

Questa leggenda può forse spiegare l’impulso che le donne della classe guerriera ricevettero nell’organizzarsi in piccoli gruppi coordinati, vedendo nell’imperatrice Jingu un modello ed esempio positivo, e iniziando via via ad accogliere non solo le mogli dei samurai ma anche le cosiddette “ribelli” (coloro che non si erano sposate, erano state ripudiate, erano fuggite dal villaggio d’origine etc.), alcune donne di classe sociale inferiore e soprattutto le giovani figlie, spesso ancora bambine. L’inclusione delle nuove generazioni portò all’affermarsi di un’educazione per guerriere, una specie di scuola della vita quotidiana, in cui si imparava a maneggiare la spada naginata (più corta e leggera rispetto alla yari usata dai samurai, è ormai il simbolo storico delle donne-guerriere nipponiche) negli scontri di naginata-do (un’arte marziale tuttora praticata in Giappone), il tiro con l’arco, oltre alle tecniche del duello.

Giovane samurai con assistenti che imparano a tirare con l'arco, dittico di Toyokuni-ga, stampa su legno (periodo Edo)

Ishi-jo, moglie di Oboshi Yoshio, rappresentata con naginata, ukiyoe di Utagawa Kuniyoshi (1848)

Il minimo comun denominatore delle onna-bugeisha in tal modo organizzate, così come dell’intera classe samurai, era l’onore. Era proprio il complesso sentimento dell’onore personale, familiare e di comunità che spingeva queste donne a costruire il proprio spazio e difenderlo con la forza, dedicandosi alle loro attività in modo rigoroso e disciplinato, spesso tramandando gli insegnamenti di madre in figlia: è importante ricordare che le onna-bugeisha erano comunque – e necessariamente – una ristretta minoranza delle donne giapponesi, ma nel loro piccolo si posero quasi in una situazione di uguaglianza con i guerrieri maschi, soprattutto nel periodo in cui ebbero maggior influenza e gruppi di donne-guerriere furono perfino arruolati nell’esercito regolare a fianco dei soldati uomini.

Una testimonianza della crescente importanza delle onna-bugeisha ci perviene dalla letteratura, più precisamente dall’Heike Monogatari (“Storia dell’Heike”), racconto epico sulla cosiddetta guerra Gempei che vide scontrarsi le potenti famiglie Taira e Minamoto per il controllo sul Paese durante il XII secolo d.C.; proprio in quest’opera compare la figura di Tomoe Gozen, probabilmente ispirata ad una donna realmente vissuta, descritta come

“… Particolarmente bella,  dalla pelle bianca e capelli neri, di aspetto affascinante. Era anche un’arciera esperta, e come spadaccina valeva mille guerrieri, pronta a confrontarsi contro un demone o un dio, a cavallo o a piedi. […] Ogni volta che ci si preparava per la battaglia, Yoshinaka la mandava a combattere come suo primo capitano, in una robusta armatura […] e lei da sola portò a termine più opere onorevoli di qualsiasi altro soldato.”

Tomoe Gozen decapita il nemico Arikuni, stampa di Utagawa Kuiyoshi (1840)

Tomoe Gozen ebbe ed ha tuttora un grandissimo impatto nella cultura popolare giapponese (è rappresentata in un certo numero di manga, serie tv e dipinti), entrando di diritto fra le icone delle onna-bugeisha assieme all’imperatrice Jingu, ed ispirando altre donne in epoca più moderna, come Nakano Takeko: vivendo nell’ ultimo periodo Edo (corrispondente alla piena età vittoriana per l’Occidente), dovette lottare ancora più tenacemente per far valere la sua attitudine al combattimento – in questa epoca si promosse il revival del Neoconfucianesimo e il conseguente rinforzarsi delle antiche regole morali e comportamentali imposte alle donne, quindi portando ad un declino delle onna-bugeisha in generale. Ciononostante, Nakano Takeko riuscì a diventare prima istruttrice di arti marziali, poi a guidare un battaglione femminile che combatteva parallelamente all’esercito alleato durante la guerra civile detta Boshin; quando venne colpita da un proiettile dell’esercito nemico, preferì farsi decapitare dalla sorella, in accordo col codice d’onore militare, piuttosto che dare agli avversari la possibilità di avere la sua testa in trofeo.

Queste sono solo alcune delle testimonianze più note di onna-bugheisha, uno sguardo d’insieme su un fenomeno sicuramente sfaccettato, con fortune alterne e diffusione diversificata a seconda del periodo storico di riferimento, ma che di certo meriterebbe un’analisi e un’attenzione maggiori nel mondo occidentale: del resto, all’epoca queste donne guerriere furono un’importante dimostrazione che anche le millenarie strutture sociali e politiche più radicate potevano essere messe in discussione, portando a risultati sorprendenti.

di Lady Lindy

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Posted in: Percorsi storici, Storia |

3 Commenti a “Guerriere giapponesi”

  1. […] [Prima di leggere questo: dopo tanto tempo, ho scritto un articolo per Clamm Magazine sulle fighissime guerriere giapponesi onna-bugeisha! Date un'occhiata QUI!] […]

  2. Sendivogius scrive:

    A proposito di Nakano Takeko e della Guerra Boshin, che segna la fine del Bakumatsu dei Tokugawa, vale la pena di ricordare la brigata femminile del clan lealista dei Matsudaira nel feudo di Aizu: le Fujinbutai dello “Joshigun”, di cui Nakano fu membro di spicco.
    Senza per questo dimenticare le “kunoichi” dei clan shinobi, che tanto hanno contribuito al successo dell’immaginario ninja..:)

    • Lady Lindy scrive:

      Assolutamente sì! Ad Aizu si tiene ancora oggi, annualmente, una rievocazione storica dedicata a Nakano Takeko proprio per le gesta sue e delle altre Fujinbutai, con processioni di ragazze che indossano abiti considerati maschili all’epoca dei fatti commemorati.
      giustamente hai ricordato anche le kunoichi, fra l’altro preparate sia a combattere come guerriere vere e proprie sia, soprattutto, ad azioni di spionaggio, avvelenamento (non scorderò mai l’aneddoto delle unghie posticce ricoperte di veleno per ferire i nemici al volto)e simili attività di ninjutsu – da qui l’immagine di ‘ninja femmina’ che poi è sempre molto utilizzata in film, manga etc. (anche in Kim Possible, un cartone americano che più americano non si può, c’è un’antagonista kunoichi!)

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