Arts and Culture Magazine

Giulio Cesare ed il XXI secolo

29 maggio 2012 by Redazione
Quanto la storia può ancora educarci? Quanto la poesia attualizzare insegnamenti antichi per il nostro cuore moderno? La grande figura di Giulio Cesare, l’altissima poesia di Shakespeare, un palcoscenico contemporaneo per parlare di noi e del nostro mondo.

«Per quante epoche future questa nostra scena sarà recitata di nuovo, in nazioni non nate, in lingue ancora sconosciute!»

Non sbagliava Shakespeare mentre faceva pronunciare a Cassio queste parole, un attimo dopo la morte di Cesare. Il suo Giulio Cesare, infatti, è stato replicato più e più volte e ancora lo sarà; non solo per la forza e la poesia del suo testo, ma soprattutto perché mette in scena un dramma che può essere di Roma come di ogni altra città moderna, in ogni epoca. Il potere personale, i momenti di svolta politica, le ambizioni e gli ideali, con tutte le nostre debolezze, l’amore, la paura, l’odio, tutto ciò è profondamente umano, nostro, attuale.

Per questo motivo Carmelo Rifici, il regista del Giulio Cesare andato in scena dal 12 aprile al 6 maggio al Piccolo Teatro Strehler di Milano, ha vestito i personaggi con gli abiti dei nostri giorni, come le icone del potere attuale e della nostra società: gli uomini hanno camicia, cravatta, elegante completo scuro; le donne in raffinati abiti da sera; l’annuncio della morte di Cesare viene dato da quello che sembra uno studio televisivo, con tendaggi rosso cupo, leggio e microfoni; i Romani seguono l’avvenimento dai salotti delle loro case, attraverso lo schermo. Come potrebbe succedere oggi o domani, qui o altrove. La Roma che sta compiendo la svolta politica ha l’aspetto di ogni altra città moderna. Una Roma in espansione, ma che in realtà diventa sempre più piccola, perché lo spazio è sempre di più occupato dalla presenza di un uomo solo. «Rome is a room» dice un indovino, circondato da una striscia di fuoco. L’indovino, ma lo possiamo chiamare anche il mago o il folle, è una figura enigmatica e fondamentale, sempre presente nelle opere di Shakespeare, perché rappresenta la labilità del confine tra la follia e il genio e perché costringe lo spettatore (e l’attore) a scontrarsi con la nostra parte scura, irrazionale e folle… e a maggior ragione questa figura si muove nella Roma dei congiurati, perché irrazionale e potere sono molte volte strettamente legati. “Rome is a room” non è soltanto il gioco di parole di un matto, è la sintesi perfetta di quanto si avverte durante tutta la durata del dramma: Roma è una stanza, una stanza in cui la figura di Cesare diventa sempre più grande, la sua ombra si proietta in ogni angolo, su ogni uomo, e c’è sempre meno spazio per ogni altra immagine.

[Cesare] «Gli uomini sono carne e sangue dotati di intelletto… e tuttavia ne conosco uno soltanto che inattaccabile conserva la sua posizione… e che quello sia io, lasciatevelo mostrare anche in questo»

E’ così che Cesare appare ai suoi concittadini: inattaccabile, invincibile. Persino la mattina della congiura, nonostante le proteste di Calpurnia, si decide ad andare comunque in Senato, ad accoglie in casa i propri assassini chiamandoli “amici”, sapendo che lo uccideranno… ma è conscio del proprio potere, e non trema.

«Io sono fisso come la stella polare» urla e, più che una affermazione, sembra una profezia.

Solo in un momento Cesare cede, ed è davanti al pugnale di Bruto. Perché Bruto non pugnala Cesare: quando si trovano faccia a faccia, Cesare è già macchiato del sangue delle ferite inferte dagli altri, e a Bruto trema la mano. Più che le ferite, sono l’ingratitudine e il dolore a far crollare Cesare, che col celebre “tu quoque, Brute” si lancia lui stesso sul pugnale, quasi abbracciando il giovane sconvolto,  gridando «e allora Cesare cada». Perché non importa se i senatori lo vogliono morto. Bruto tende il pugnale, è lui stesso a volerlo morto: «e allora Cesare cada». E’ in questo momento che si nota come più forte di ogni altro sentimento prevalga l’amore. Perché è l’amore a pervadere questo celebre dramma, più forte della sete di potere, più forte dell’invidia, del dolore. E’ l’amore di Cassio e di Bruto, resi fratelli da questa comune e dolorosa scelta che hanno preso in nome di un ideale utopico e ormai anacronistico, perché dopo Cesare Roma non tornerà più indietro; è l’amore di Porzia per Bruto, che soccomberà perché Porzia non è più in grado di resistere davanti al precipitare degli eventi; è quello di Antonio per Cesare; è l’amore di Bruto per Cesare, talmente evidente da essere tangibile. E’ questo che rende Bruto così confuso e così disperato, lacerato per la scelta che deve compiere tra la lealtà verso Cesare e la lealtà verso Roma: «mi sono levato contro Cesare non perché lo amassi meno, ma perché amavo Roma di più» Questa è la disperata dichiarazione che rilascia al popolo romano dopo l’omicidio.

 «Io che amavo Cesare mentre lo colpivo» è la frase di Bruto che probabilmente esprime con maggiore efficacia la tempesta interiore dei sentimenti che lo agitano. E’ una affermazione che rappresenta il momento di maggiore contatto tra queste forze contrastanti: il momento più alto di intensità è quello in cui queste due emozioni così prepotenti e così inconciliabili, l’amore verso Cesare e l’amore verso Roma, si toccano, arrivano a coincidere e per un solo momento – che possiamo immaginare come l’ultimo attimo in cui Bruto e Cesare si fissano, uno morente e l’altro tremante – coesistono per poi annullarsi entrambe. L’amore per Roma non sarà infatti sufficiente a Bruto per cancellare il dolore di questa scelta: per questo egli piange e non smette di cercare disperatamente di convincersi di quanto il sacrificio di Cesare fosse necessario per salvare lo stato.

La tragicità di questo personaggio è anche evidenziata anche dal fatto che il tormento e il dubbio in lui rimangono. A differenza di Cassio, che fin da subito si dichiara sicuro della nobiltà di questa scelta, Bruto continua a rimanere dubbioso, anche dopo la congiura. Per quanto appaia moderatamente convinto dalle motivazioni di Cassio, non riesce a prendere effettivamente in mano la decisione, se non quando si accorge di quanto sia diventato inevitabile agire. E’  Cassio che lascia sulla finestra di Bruto lettere scritte da mani diverse in cui vengono ribadite le aspettative che il popolo romano nutre per lui, è Cassio che lo sprona e che arriva a casa sua coi congiurati e con le armi, mentre Bruto si muove in una veglia tormentata: perché lui non dorme la notte della congiura, nella sua mente non riesce a scindere la giustizia e la colpa, e il sonno è la prima cosa che viene meno a chi dalla colpa è oppresso. In una notte che richiama l’Apocalisse, con fulmini, lampi, figure spettrali e infuocate, le grida di Calpurnia che sogna la statua di Cesare stillante sangue, tra i foschi presagi degli auguri, i congiurati sussurrano il loro piano e Bruto chiede di non uccidere Antonio, perché loro devono agire da liberatori, non da macellai, e colpiranno con coraggio, non con ira. Probabilmente Bruto, più di ogni altro, intuisce le conseguenze di questa decisione e cerca di dare un senso e soprattutto una dignità a quello che resta comunque un omicidio.

E anche dopo, non riesce a colpire direttamente Cesare, non riesce a trattenere le lacrime davanti alle telecamere. Perché non è pienamente convinto della giustizia contenuta in questo gesto. La colpa lo tormenta, così come lo segue il fantasma di Cesare che durante la campagna militare contro Ottaviano gli compare davanti nella sua camicia insanguinata, preannunciandogli la sconfitta a Filippi. Bruto si aspetta una vendetta da parte di Cesare e sa che la vendetta sarà la propria morte. Anche dopo la morte, l’ombra di Cesare continua ad ingrandirsi a Roma, poiché il processo che ha messo in moto è inarrestabile e questo vanifica il gesto dei congiurati, contribuendo ad aumentare il tormento di Bruto. Cesare rimane nelle ambizioni, perché ha dimostrato come un uomo solo possa di fatto arrivare a capo di uno stato, rimane nell’esercito e rimane nel popolo, trascinato dal discorso di Marco Antonio a chiedere vendetta per questa morte.

Il discorso di Marco Antonio avviene in uno studio televisivo, con due presentatori dotati di microfono e blocchi di fogli, ma al centro della stanza c’è un tavolo con sopra il corpo di Cesare coperto da una giacca che Antonio scoprirà durante il suo monologo il quale, per quanto ricco di pathos, si rivela senza dubbio un capolavoro di retorica.  Antonio, infatti, muove il proprio discorso su due binari paralleli: il dolore per la morte di Cesare e l’onore dei congiurati. Fin da quando era sopraggiunto sul luogo del delitto e aveva visto i congiurati bagnarsi le mani nel sangue della loro vittima si notano in lui questi due sentimenti che si urtano. Chiede a Bruto di ucciderlo per poter morire di fianco a Cesare, ma una volta che questo gli viene negato stringe le mani insanguinate dei congiurati dichiarando con voce tremante di essere loro amico, per poi chinarsi in lacrime sul corpo del grande condottiero sussurrandogli di perdonarlo e promettendo vendetta.

Similmente, mentre parla al popolo ribadisce per ben tre volte che i congiurati sono uomini d’onore ma il loro onore viene smentito subito perché intanto Antonio mostra le ferite che lacerano il cadavere. Tiene in mano il testamento di Cesare che afferma di non voler leggere al popolo, ma intanto ripete quanto da esso si capisca l’amore del condottiero per i suoi concittadini, ben sapendo di alimentare così la curiosità e l’aspettativa (nonché l’odio verso gli assassini), fino al momento in cui svelerà come in esso tutti i Romani siano stati nominati suoi eredi. E subito esclama: «E’ questa ambizione?! Ma Bruto dice che era ambizioso, e Bruto è un uomo d’onore». Oramai però l’onore dei congiurati viene presentato come insufficiente a giustificare l’omicidio: prevalgono le lacrime e la rabbia, il popolo chiede vendetta, e lo stesso Marco Antonio, lasciando definitivamente sgretolarsi l’onore dei congiurati, la promette: questa effettivamente giungerà, appena due anni dopo, a Filippi con il suicidio di Bruto e di Cassio. Un suicidio che arriva quasi come una liberazione per entrambi, in misura maggiore per Bruto, che sente in questo modo di aver espiato definitivamente la sua colpa, anche perché il tormento che lo agita continua a rimanere irrisolto.

Il dramma quindi parte con un equilibrio già in bilico e si chiude senza che questo sia effettivamente ripristinato, perché se la morte dei principali Cesaricidi sembra chiudere il cerchio della vendetta, essa non rappresenta un ritorno all’ordine, o quanto meno non allo status quo. Si tratta, dunque, di una sorta di spirale degli eventi che procede inesorabile seguendo la direzione che fin dall’inizio era stata indicata da Cesare. L’errore principale dei Cesaricidi è il non aver compreso fino in fondo che la morte di Cesare non avrebbe riportato l’ordine o la libertà al popolo romano ma avrebbe semplicemente accelerato lo sviluppo del processo che lui aveva avviato e che ormai germogliava e cresceva, anche nei loro stessi animi: e Cassio, questo, lo sa bene, quando all’inizio del dramma si chiede perché proprio Cesare debba avere questo ruolo di preminenza e debba essere acclamato imperatore quando, in fondo, «Bruto suona altrettanto bene»; egli intuisce dunque che chiunque tra essi potrebbe diventate Cesare.

Il loro gesto quindi non è del tutto vano, perché rappresenta la lotta per la difesa di un ideale politico e civile, nonché per il loro onore e quello di tutti coloro che si riconoscono cives, cittadini della Repubblica; non riesce tuttavia ad arrestare il mutamento che sta profondamente trasformando Roma. E mentre le loro forze militari crollano, Ottaviano avanza e il popolo li considera assassini, Bruto comprende allora che solo morendo riuscirà ad apparire non come omicida, bensì come uomo d’onore, quale desiderava profondamente essere.

«Avrò più gloria in questo giorno di sconfitta
di quanta Ottaviano e Marc’Antonio
otterranno con questa loro infame vittoria.
Così addio, in fretta, perché la lingua di Bruto
ha quasi terminato la storia della sua vita.
La notte incombe sui miei occhi; le mie ossa
chiedono riposo dopo aver faticato per raggiungere quest’ora»

di Alice Massimo

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