Arts and Culture Magazine

Giovanna da Piacenza, Badessa e Signora – parte III

24 gennaio 2015 by Alessio Costarelli
Breve storia del monastero di San Paolo a Parma e di colei che, nel primo quarto del XVI sec., lo pose al centro dello scenario politico ed artistico della nostra penisola.

Le tensioni civico-religiose già denunziate da Giovanna nella camera affidata al pittore parmigiano s’accrebbero con sempre maggior intensità a partire dal 1516, quando sia da parte del Comune sia da parte del papato1 si intensificò il lavoro per una riforma della Chiesa locale e l’applicazione della norma sulla clausura monacale già blandamente avanzata da Giulio II Della Rovere, esigenza percepita come sempre più urgente2. Inizialmente, Leone X Medici ed il suo predecessore si sgravarono dell’incombenza declinando in toto l’applicazione della riforma monacale ai capi di ciascun ordine i quali, se non avessero obbedito, avrebbero dovuto risponderne al Governatore della città ed al Vicario Vescovile; ma costoro «furono tutti solidali nel fare orecchio da mercante alle ingiunzioni papali ed alle proteste del Comune; onde il malo andazzo continuò»3. La temporanea supremazia francese sulla città (sancita con il Concordato di Bologna del 18 agosto 1516) spinse dunque l’intera comunità a rivolgersi ad un’autorità ben più influente al fine di ottenere la sperata clausurizzazione, giacché Francesco I – che conquistava così, oltre al controllo dei territori di Parma e Piacenza, anche il diritto alla nomina di vescovi ed abati – prometteva d’esser assai meno blando e compiacente4 nei confronti delle «ingiuste, smoderate pretese del Clero»5 rispetto ad un governo papale che per «indulgente debolezza, molti intrighi ed una certa titubanza»6 finiva col seminar discordia tra i poteri laici e quelli religiosi.

Tuttavia, i veri motivi di questa rinnovata pressione non sono, in realtà, del tutto chiari. Non ancora spirava il vento della Controriforma (Lutero comincerà la sua predicazione l’anno seguente e sarà scomunicato solo nel 1521) e mancava ancora circa un trentennio all’apertura dei lavori del quasi ventennale Concilio Tridentino, dalle cui decisioni l’intera facies culturale della penisola sarebbe stata irrevocabilmente trasformata. Curioso poi è il fatto che fulcro del progetto “moralizzatore” riguardasse principalmente, se non quasi unicamente, i monasteri femminili e si incentrasse sull’abolizione della nomina a vita delle badesse (rendendo la carica annuale con al massimo tre possibilità di rielezione7) e soprattutto sul rispristino della più rigida clausura, annosa questione che si rivelò quanto mai opprimente per la condizione femminile a partire dagli anni Venti del XVI sec. Certo, la vita quasi principesca che molte badesse conducevano insieme con le monache loro compagne poteva lasciare perplessi, specie se si considera la grande diffusione che la nuova cultura classica e rinascimentale aveva nella società colta del tempo a tutti i livelli, introducendo senza fatica i propri miti e gusti paganeggianti anche in ambito ecclesiale (le committenze papali già da alcuni decenni erano in proposito esemplari, ma lo dimostra anche la stessa Camera di Correggio in San Paolo8); oltretutto, la polemica contro la condotta – tutt’altro che casta, umile e parca – dei religiosi (anche se in verità rivolta a tutto il clero in generale e specialmente a quello secolare, quindi maschile) era tema assai diffuso e dibattuto fin dal Medioevo (si pensi al Dante di Inferno XXIII ed a Boccaccio) e che l’Umanesimo, sulla scorta della satira lucianea su filosofi e sedicenti tali, risollevò in grande stile con la produzione di opere quali la Contra hypocritas (1418) di Leonardo Bruni o l’omonimo dialogo, successivo di circa trent’anni, di Poggio Bracciolini, per giungere fino alla macchietta di Timoteo, il «frate mal vissuto» della Mandragola. Eppure viene da pensare che nel caso di Parma, precoce rispetto al resto della penisola, le motivazioni politiche ci fossero ed avessero un notevole peso, nonostante donne come Giovanna da Piacenza sapessero imporre le proprie posizioni sulla scena pubblica.

Ed infatti le reali cause vanno ricercate nel clima di scontro intestino che si riattizzò in una Parma totalmente priva di un autorevole potere centrale ed ove le fazioni ancora si dividevano fra Guelfi e Ghibellini, la cui rivalità si era nuovamente acuita con la discesa dei francesi nel 1516, per i quali i primi parteggiavano tradizionalmente, opposti ai secondi sempre legati ad un’antica fedeltà imperiale. Le ostilità comportavano necessariamente un notevole impegno economico per le famiglie in lotta e, allora come secoli prima, la possibilità di controllare gli ingenti fondi a disposizione dei conventi era ambizione estesa ed assai condivisa. Agevole era, più che nei conventi maschili, tentar di prevalere all’interno dei cenobi femminili, in fin dei conti degli asili per aristocratiche fanciulle nubili, ove abbiamo già visto che anche per questo motivo le ingerenze delle famiglie erano notevolissime, favorite in questo senso dalla «assoluta mancanza di mobilità delle monache»9. Allo scopo non dichiarato di allentare le oramai prevaricanti ingerenze esterne, le autorità urbane, prima fra tutte il Consiglio degli Anziani, fecero appello con sempre maggior insistenza al vescovo ed al pontefice in persona affinché fosse introdotta la più rigida clausura nei monasteri femminili di città e contado, col pretesto della corruzione e della mondanità ivi dilaganti, che però le stesse potenti ed aristocratiche famiglie cittadine vi avevano introdotto con la loro gestione “clientelare” e strettamente personale10. «Accanto alla sincera indignazione per il dilagare della vita peccaminosa proprio in quei centri che con la loro santità di vita avrebbero dovuto in qualche modo difendere e purificare la comunità urbana, spesso trapela la preoccupazione di porre un limite al potere della famiglia, che dominava nel monastero stesso tramite i propri membri femminili»11. Già Cecilia Bergonzi, dopo interminabili contrasti, con simili pretesti era stata costretta a dimettersi dal ruolo di badessa, pur avendo ottenuto previa autorizzazione dal papa a continuare comunque a dirigere i lavori di restauro intrapresi fino al loro compimento12. La stessa Giovanna dovette difendersi (con successo) da accuse di mancata castità13.

La questione della clausura e delle accuse di immoralità rivolte alle monache di San Paolo e soprattutto alla loro badessa è alquanto complessa e, in molti punti, ancora ben poco chiara. Remo Cattelani, in un articolo del 1975, muovendo dagli studi di Umberto Benassi, insistette nel mostrare come, nonostante la comprovata dissoluzione morale di gran parte della società parmense dell’epoca ed in particolare di molti conventi, assolutamente nessuna condanna sia attestata ai danni di Giovanna, né testimonianze di atti impudichi. Eppure, sulla base della situazione contemporanea, molti storici14 (primo fra tutti Ireneo Affò) fanno erroneamente ed arbitrariamente «discendere da queste indicazioni accuse non solo di superbia, ma anche di lussuria sulla Badessa Giovanna, fino a giudicare il Convento di San Paolo un vero e proprio postribolo della fattispecie di quelli veneziani denunciati dal Priuli»15. Non sono invero attestati nemmeno screzi con il Vicario Generale del Vescovo, quel Bartolomeo Guidiccioni da Siena che Affò indica come il più valido oppositore alla tracotanza della badessa: non solo tutti i provvedimenti e le sollecitazioni rivolte alla Santa Sede per la clausura provengono interamente dalla comunità cittadina, ma al momento della clausura le monache elessero il Vicario come amministratore unico del loro convento. Tuttavia, è certamente bene nemmeno troppo idealizzare la situazione conventuale di San Paolo, se perfino il padre confessore delle monache e della stessa badessa, don Lorenzo da Corniglio, si spinse a definirle «trascuratelle nel bene, e licenziosette nel contegno»16. Ma allora, parlare della figura di Giovanna da Piacenza significa incorrere in curiose reminiscenze manzoniane o difendere l’onore di una donna di carattere che, pur legata ai beni temporali, s’impegnava anche a difendere e tutelare senza tregua e timore i beni e l’onore del convento ed il benessere delle sue compagne, con un occhio di riguardo sempre fisso alla spiritualità?

Quale che fosse la realtà dei fatti, l’impetuoso ciclone della Riforma Protestante catalizzò quanto mai prima il processo e nel 1519 un sinodo promosso in città dall’allora vescovo di Parma Alessandro Farnese (il futuro papa Paolo III) strinse ulteriormente l’assedio17: con l’affermazione chiara e netta che i costumi del clero parmense erano assai traviati, ottemperando ai precetti della bolla papale Regimini Universalis Ecclesiae del 4 maggio 1515 conseguente alla relativa seduta del Concilio Lateranense V, si stabilirono ed enumerarono rigide regole di costume e minacce e pene per ciascun delitto. Il confronto serrato era però ancor lungi dal vedere l’affermazione di Roma: Susanna Sanvitale, Badessa del monastero di San Quintino, accettò le condizioni della riforma monacale solo nel 1528, mentre Giovanna, attuando fin dal 1520 una sorta di autoriforma interna, giocò d’anticipo18 e con opere diversive (ad esempio isolando maggiormente il complesso rispetto all’esterno con l’erezione di un nuovo muro divisorio dalla parte del borgo Piazzola) riuscì ad impedire la clausurizzazione, cui infine si arrese19 – accettando le rinnovate pressioni di papa Clemente VII Medici nel febbraio di quell’anno – solo nell’agosto del 1524 quando, oramai inferma da diverso tempo, si sentì vicina alla morte, sopraggiunta entro il 19 settembre20.

Questa sua accettazione in articulo mortis è riconosciuta da molti come un evidente indizio della sua politica personalistica, volta al proprio esclusivo interesse, che ovviamente veniva meno col sopraggiungere della morte. Ma l’accoglimento della clausura da parte di Giovanna con le postille di mantenere privilegi, dignità ed onori abbaziali a vita21 pur consapevole che tali non sarebbero rimasti alla sua successora, può instillare il dubbio che, forse, lei non si ritenesse affatto vicina al perire e che, data la mutata condizione sociale e politica, l’accettazione della clausura potesse presentare notevoli vantaggi per il monastero, primo fra tutti la preservazione dei beni mobili ed immobili oramai sottratti e dilapidati senza controllo. «Se è accettabile credere alla sua prima scelta dei beni temporali, non mi sembra inaccettabile concederle una più vera scelta spirituale»22: d’altro canto – riteniamo – il nostro stesso buon senso comune di osservatori a secoli di distanza dovrebbe indurci a non giudicare con troppa inflessibilità la propensione per la cura dei beni terreni di chi, come Giovanna, spesso all’epoca prendeva il velo più per un costume collaudato che per vera ed autentica vocazione, provenendo tuttavia da famiglie aristocratiche che certo non si facevano scrupoli quanto ad ostentazione di ricchezza, né tantomeno nell’accumulo di patrimoni.

Per fugare qualsivoglia dubbio residuo in merito al valore morale delle reticenze di Giovanna, poi, è sufficiente tener presente come in realtà, pur tra mille ostacoli e resistenze, quello di San Paolo sia stato il primo fra i monasteri parmigiani ad accogliere – anche se riluttante – la riforma imposta, mentre «in tutti gli altri conventi della città non si faceva assolutamente nulla di nuovo, e continuava il vivere scandaloso»23: complice, o quanto meno correo, di questo fu proprio il cardinale Farnese, che pure nel già citato sinodo del 1519 aveva dimostrato di essere ampiamente al corrente della confusa e degradante situazione monastica, ma continuava nonostante tutto ad opporsi a che i Brevi della clausura fossero spediti ed anzi recapitati; il reale motivo di un agire tanto ambiguo è ancora tutto da chiarire, giacché dubbia ci pare la giustificazione accolta (sulla base delle fonti) da Benassi, ossia che il futuro papa temesse innanzitutto che con la clausura i cenobi della città fossero sottratti alla sua soggezione, sempre che una tal dipendenza non sia indice di un suo preciso ruolo tra coloro che più s’avvantaggiavano dei beni monastici.

Resta che il 12 gennaio ed il 25 aprile 1525 Clemente VII emise due Brevi di clausura generale ed il Consiglio degli Anziani concesse contemporaneamente sussidi al fine di agevolare i lavori di clausurizzazione; ma la riforma non avanzava in acque tranquille e né la disposizione dell’8 maggio di infliggere pene pecuniarie e corporali a chiunque frequentasse i monasteri, né l’accettazione di mantenere alcuni privilegi quali la nomina a vita delle badesse, né tantomeno la minaccia di scomunica con un breve del 1 giugno furono bastanti a surclassare la ferrea resistenza delle badesse e delle loro potenti famiglie, specie dei Sanvitale in San Quintino24. Alla luce di questi fatti, Giovanna da Piacenza fu dunque avidamente legata a privilegi e dissolutezze o, piuttosto, si rivelò savia amministratrice ed acuta politica in difesa del benessere proprio e delle compagne di cui aveva la cura?

Un utile documento per meglio intendere il nuovo clima politico-spirituale venutosi a creare a cavallo tra il secondo ed il terzo decennio del secolo sarebbe forse stato il perduto Graduale confezionato dal già citato don Lorenzo da Corniglio su commissione della stessa Giovanna25, di cui ci è pervenuta solo la lettera introduttiva in latino indirizzata alla badessa e datata 25 marzo 1522. Nella prima parte di questa lettera, il padre confessore si augura che tutti gli appartenenti ad ordini religiosi, uomini o donne che siano, vogliano seguire l’esempio della condotta di Giovanna, irreprensibile nel fuggire i vizi ed attenta a «sorvegliare in ogni circostanza le personali abitudini di tutte le monache affinché esse non si sentano giustificabili da assolutamente alcun pretesto, qualora servano meno zelantemente il Signore» (demum personalibus Virginum tuarum usibus in undequaque prospexisti ne quo penitus ille pretextu se sentiant excusabiles, si Redemptori minus alacriter ancillentur), come invece – lascia intendere – si sono mostrate in taluni casi le sue stesse virgines; prosegue quindi con una sintesi di tutte le principali opere da lei compiute al fine di operare una “svolta moralizzatrice” che «induca le menti delle stesse monache a perseguire in modo più efficace la strada di Dio» (ad divina persequenda Virginum ipsarum mentem inducat), svolta tuttavia non esente – e qui s’affaccia forse una punta d’ironia – da un certo qual garbo estetico. E proprio in nome di questo lei commissionò all’ormai vecchio don Lorenzo la realizzazione di quel prezioso Graduale purtroppo oggi perduto e che doveva andare a completare la straordinaria fattura del coro ligneo (realizzato nel 1505-10 da Luchino Bianchino e commissionato da Orsina Bergonzi per la chiesa di S. Paolo) oggi conservato dietro l’altar maggiore dell’oratorio della SS. Trinità dei Rossi. Conclude con un augurio, involato quanto sincero, nella viva speranza ch’essa possa persistere nel bene e con lei le sue compagne, distinguendosi dai mali e tormentati usi tanto diffusi negli altri monasteri, ove «il servizio a Dio, anche per i suoi religiosi, è reso in modo notevolmente più blando, anzi più trascurato» (servitium Dei et Religiosis suis longe remissius, immo negligentius exerceri). Questa lettera prefatoria è quindi un’importante testimonianza di quella autoriforma intrapresa nel 1520, di cui ci delinea i principali interventi. L’impegno di Donna Giovanna, dunque, non s’arrestava, continuando constater nella sua opera di rinnovamento: ne viene che, a dire del prete, tra quelle monache si viveva «in perfetta concordia e pacatezza» (unde fit ut inter vos concordissime, pacatissimeque vivatur). Certo il ritratto dipinto dal prelato pecca forse di eccessiva idealizzazione o, per esser più maliziosi, deferenza per non risultare inviso alla potente badessa, ma in ogni caso l’aspetto che maggiormente risalta in questo documento è certo l’infaticabilità della nostra, dotata di grande acume e doti gestionali, nonché di gusto, sì da sapersi una volta di più circondare delle mani più abili di artisti unici e fantasiosi.

Le numerose controversie amministrative e politiche che continuavano a turbarle le giornate non le impedirono tuttavia di perseverare nell’allestimento e decorazione dei propri appartamenti, anche dopo il 1520; solo successivamente alla loro ultimazione architettonica Giovanna si sarebbe preoccupata degli ambienti destinati all’uso ed alla vita delle altre suore, tra cui un refettorio ed un nuovo dormitorio.

L’epoca gloriosa di Giovanna da Piacenza si chiuse con gli ultimi favori concessi frettolosamente, dal letto in cui da tempo giaceva ammalata, al fratello e ad altri suoi antichi sostenitori. Il fasto meraviglioso dei suoi appartamenti privati rimase la vera gloria del convento, unici a conservarsi in un certo qual buon stato mentre tutto il resto del patrimonio artistico veniva mano a mano lasciato a sé stesso, prima fra tutte la chiesa. Le stanze di Giovanna, di cui sempre molto si parlò (complice fors’anche l’aura di mistero e di capolavoro celato dovuta alla clausura) nonostante se ne fosse persa la memoria per tutto il XVII sec., accolsero l’eminenza di suor Maura Lucenia, al secolo principessa Margherita Farnese, dalla rocambolesca biografia, nei dieci anni (1583-93) che vi trascorse; eppure, allora come ora, non hanno mai perso nulla del loro fascino: similmente anche la grandiosa figura di Giovanna da Piacenza non è mai sbiadita nella memoria storica e ci auguriamo che, col progredire degli studi, essa possa esser sempre meglio conosciuta e sempre più ammirata come una delle più abili politiche del tempo ed una delle più acute mecenati, un vero monumento alle donne d’ogni epoca. «Jeanne de Plaisance est le nom de cette moderne vestale, qui a tant de titres à notre reconnaissance […] et qui s’élève au dessus des préjugés de son siècle et son état»26.

di Alessio Costarelli


1 Cfr. il Breve di Leone X contro i disordini monacali datato 8 gennaio 1515 e pubblicato in U. Benassi, Storia della città di Parma, Bologna 1971(rist. anast. dell’originale, Parma 1899), vol. II, pp. 263-265 (app. doc. 44).

2 Per un più approfondito studio sull’argomento, cfr. C. Cecchinelli, La riforma dei monasteri femminili a Parma nel primo Cinquecento: San Paolo e San Quintino, in Aurea Parma, gennaio-aprile 2005, LXXXIX, fasc. I, pp. 3-48.

3 U. Benassi, op. cit., vol. III, p. 33.

4 Cfr. il ventinovesimo dei trentadue capitoli stilati dal sovrano per la città di Parma nel 1516 (pubblicati in U. Benassi, op. cit., vol. III, doc. 1, pp. 237-245).

5 U. Benassi, op. cit., vol. III, p. 32.

6 R. Cattelani, ΙΩΑΝΝΕ ΠΛΑΚΗΝΤΙΗ, IOANNA PLACENTIA ABB., in Parma per l’arte, giugno 1975, VII, fasc. I,p. 15.

7 «ipsa in spiritualibus et temporalibus per annum dutaxat regere, et gubernare neque ultra biennium post lapsum annum» (A.S.P., Diplomatico, Documenti Pontifici, cass. 17, doc. 385, bolla di Clemente VII del 1524, settembre 2).

8 La cosa apparve per lungo tempo tanto sconsiderata agli occhi della società controriformata da spingere uno studioso come padre Affò a negare in un primo tempo l’attribuzione a Correggio (in favore del suo più tardo imitatore parmigiano Giovanni Battista Tinti) della Camera di San Paolo poiché dubitante che delle monache, per di più le cui opere erano ancor visibili, acconsentissero consapevolmente alla realizzazione di simili paganismi e attribuendo invece la committenza all’aristocratica Margherita Farnese (ivi reclusa a partire dal 1583), la quale si sarebbe avvalsa a tal fine del segreto della clausura (cfr. anche I. Affò, Ragionamento… sopra una stanza dipinta dal celeberrimo Antonio Allegri da Correggio nel Monistero di S. Paolo in Parma, Parma 1794, pp. 9-10 per la simile incredulità dei suoi contemporanei).

9 G. Z. Zanichelli, Alessandro Araldi e la Camera di San Paolo, in Il Monastero di San Paolo, M. Dall’Acqua (a cura di), Parma 1990, p. 84.

10 Si pensi, ad esempio, a come i potenti Sanvitale (peraltro dichiaratamente ghibellini) avevano trasformato in un loro feudo il monastero di San Quintino; non diversamente avevano agito i Carissimi in Sant’Uldarico. Quella dei Bergonzi in San Paolo era poi oramai – si è visto – una vera dinastia regnante.

11 G. Z. Zanichelli, op. cit., p. 84.

12 A tal proposito, non è da escludere a nostro giudizio la possibilità che Cecilia, affiancandosi nell’incarico la nipote Orsina, abbia politicamente giocato d’anticipo prevedendo la sorte cui forze maggiori l’avrebbero di lì a poco costretta e garantendo così una vera e propria successione alla famiglia Bergonzi ai vertici del monastero, quasi riproponendo, a distanza di oltre quindici secoli, i ben noti modi del principato adottivo.

13 «scandalis aditus omnes occlusisti, […] caeterisque occasionibus periculum pudori afferre valentibus quibuscumque sublatis» (E. Scarabelli Zunti, Documenti e memorie di belle arti parmigiane, vol. III (1501-1550), ad voc. “Lorenzo da Corniglio miniatore”, ms. 102).

14 «E’ da segnalare come la storiografia locale si sia spesso adagiata nell’accettazione di schemi interpretativi nei quali teneva campo il tema dei contrasti tra la società laica e secolare e l’ambiente monastico femminile, soverchiato dal ricorrente pregiudizio antimuliebre che era esercizio diffuso e spesso strumentale per consentire l’attuarsi dei disegni dei poteri politici ed economici in campo» (F. Barocelli, Il Correggio nel monastero di San Paolo e l’umanesimo monastico di Giovanna Piacenza, in Il Correggio nella Camera di San Paolo, F. Barocelli (a cura di), Milano 2010, p. 223).

15 R. Cattelani, op. cit., p. 13.

16 Frate Paolo Astinelli, per mano di R. Tonani, in E. Scarabelli Zunti, op. cit., vol. III, ms. 102.

17 «Quoniam in primo nostro ad hanc nostram parmensem adventu iuxta precepta canonica et ordinem ecclesiasticum (ut optabamus) tam temporis angustia, […] diversis et gravibus negotiis, adhuc in lateran. concilio pertractandis» (De Inductione synodi epalis Parmen, in A.S.P. Notai di Parma, Francesco Pelosi, 1519, f. 453).

18 Non è facile «stabilire se questa posizione indubbiamente “morbida” e “disponibile” nei confronti del problema della clausura fosse un modo per ritardare provvedimenti più drastici» (M. Dall’Acqua, Correggio e il suo tempo, Catalogo della Mostra Storico Documentaria per la Settimana Internazionale degli Archivi, Archivio di Stato di Parma 20 ottobre – 24 novembre 1984, Parma 1984, p. 32), simili a quelli che furono minacciati dal Consiglio Generale parmense il 27 novembre 1524, poco più di due mesi dopo la morte di Giovanna, ventilando la concreta ipotesi di espulsione dal monastero di alcune monache bollate «como membri fetidi» (ord. com., 1524, p. 306, citato in U. Benassi, op. cit., vol. IV, p. 58); inoltre, a supervisione della clausura, il medesimo Consiglio deliberò l’elezione di quattro o sei probi viri, i quali avevano l’autorità di decretare la già ricordata espulsione.

19 «[…] ut prudentes virgines accensis lampidibus obviam ire preparant flores, et honoris, et honestatis fructus in ubertate concrescant illas, […] per quas mundanis abiectis illecebris debite regularis observantie iugo se submittere ac divinis absequijs quietius ac acceptius desiderant coaptare. Sane pro parte Dilectarum in Christo filiarum Joanne Abbatisse et conventus monasterij monialium sancti Pauli Parmensis ordinis sancti Benedicti nobis nuper exibita petitio continebat quod cum alias dicta Joanna Abbatissa felici statu, et directioni dicti Monasterij tam in spiritualibus quam in temporalibus consulere intendes ac cupians ut ineo divinus cultus, ac regularis observantia vigeret, et serveretur regimini, et administrationi dicti monasterij […] de consensu conventus predictarum capitulariter super hoc, ut moris est […] ordinavit qui ex tunc deinceps perpetuis futuris temporibus in dicto Monasterio dicens clausura fieret, et regularis observantia servaretur, et vigeret» (A.S.P., Diplomatico, Documenti Pontifici, cass.17, doc. 385, bolla di Clemente VII del 1524, settembre 2).

20 In un rogito del notaio Galezzo Piazza datato proprio 19 settembre 1524 troviamo scritto «cum nuper Reverenda Domina Joanna de Placentia olim Abbatissa Monasterii Sancti Pauli Parmen, viam universae carnis ingressa fuerit» (cit. in I. Affò, op. cit., p. 55): la data esatta, probabilmente il giorno precedente o lo stesso 19, è tuttavia impossibile da definire all’odierno stato delle conoscenze.

21 A.S.P., Diplomatico, Documenti Pontifici, cass.17, doc. 384, bolla di Clemente VII del 1524, settembre 2.

22 R. Cattelani, op. cit., p. 16.

23 U. Benassi, op. cit., vol. V, p. 273.

24 Né la definitiva affermazione della volontà pontificia ebbe vita facile se, pochi anni dopo, il Comune dovette sollecitare a papa Paolo III nuove riforme per i cenobi femminili.

25 «Sì questo graduale, come gli altri corali erano fregiati di squisite miniature, per cui la nostra storia pittorica ne avrebbe sicuramente maggior lustro quando non fossero state stoltamente disperse o distrutte, poiché sventura volle che nel già prementovato 1810 l’espulse monache per ammassare qualche moneta di più alienarono siffatti preziosi manoscritti ad un ostrogoto libraio il quale per meglio trattare i rari minii non vergognava mettere in brandelli questi stessi libri, e qua e là mercanteggiarli a’ meglio offerenti» (E. Scarabelli Zunti, Materiale per una guida artistica e storica di Parma (vol. II), 1840, foglio 110). L’opera di questo calligrafo si inseriva in una più diffusa cultura artigiana che poteva vantare l’apporto di raffinati artisti locali e numerosi maestri emiliani, spesso rimasti anonimi, quale l’autore del Libro d’ore per Susanna Sanvitale. Nel 1805 Tommaso Gasparotti, archivista dello Stato, riuscì a salvare una parte del Graduale di don Lorenzo, purtroppo anch’essa ora perduta. La lettera introduttiva ci è pervenuta in due copie manoscritte, una di Paolo Astinelli per ordine dell’abate R. Tonani nel 1817, l’altra ad opera di Pietro de Lama, direttore del Ducal Museo di Parma.

26 J. Micali, Peinture du Corrège nouvellement découverte, in La Décade Philosophique, Littéraire et Politique par une Société de Gens des Lettres, 1798, fasc. 16,p. 404.

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