Arts and Culture Magazine

Giovanna da Piacenza, Badessa e Signora – parte II

2 settembre 2014 by Alessio Costarelli
Breve storia del monastero di San Paolo a Parma e di colei che, nel primo quarto del XVI sec., lo pose al centro dello scenario politico ed artistico della nostra penisola.

I Bergonzi erano una delle famiglie più in vista di Parma: guelfi vicini alla potente famiglia de’ Rossi, loro esponenti ricorrevano in modo pressoché continuo tra gli Anziani eletti bimestralmente a guida della città. Benché già con l’elezione a badessa nel 1471 di Maria de’ Benedetti si desse l’avvio per il monastero di San Paolo ad un’epoca di rigoglio culturale e committenze artistiche in progressiva crescita d’importanza (sempre però affidate ad artisti esclusivamente locali), fu con Cecilia Bergonzi, badessa tra il 1482 (/1486) ed il 1505, e poi con la sua giovane nipote Orsina Bergonzi (1505-07), che il convento si affermò come centro nevralgico della politica e della cultura parmense, quasi in una sorta di successione dinastica che si concluse con l’elevazione a badessa di Giovanna da Piacenza1.

Presi i voti nel 1498 ed entrata nel monastero, Giovanna era legata ai Bergonzi per parte di madre, Agnese Bergonzi; il suo vero cognome era però Baroni (il padre era Marco Baroni da Piacenza, nobile parmigiano), ma l’appellativo “da Piacenza” si era da tempo consolidato (come già per la madre) come l’unico impiegato. Stando alla dichiarazione giurata pronunciata dalla monaca Cabrina de’ Poggi (la quale divenne sua priora, nonché successora nel 1524) e dalla stessa Agnese in occasione del suo insediamento2, Giovanna dovette esser nata nel 1479: la regola monacale prevedeva infatti che i requisiti essenziali per l’elezione a badessa fossero possedere una certa istruzione (o literatura come recitano i documenti dell’epoca) e soprattutto l’aver compiuto i ventotto anni d’età; e proprio quegli anni le due donne dichiararono avesse Giovanna il 24 maggio 1507, quando nella chiesa di San Paolo, alla presenza del vescovo di Lidda Nicola da Bracciano, di Bartolomeo Montino (canonico del Duomo) e di numerosi testimoni, fu ufficialmente investita del prestigioso ruolo.

La dichiarazione solenne riguardo agli anni della giovane, più che un mero usus cerimoniale, dovette probabilmente rivelarsi necessaria poiché all’atto dell’elezione i più influenti tra gli oppositori fecero leva proprio sulla questione dell’età per ostacolarne la nomina, certo memori dell’inconsueto caso di Orsina3. Il 27 aprile 1507, infatti, papa Giulio II incaricò il canonico Lattanzio Lalatta di informarlo sui requisiti della nuova badessa nominata appena due giorni prima e, se tutto fosse stato in regola, di procedere con l’investitura ufficiale4, che come già detto si sarebbe poi regolarmente svolta di lì a meno di un mese5, benché l’ufficializzazione da parte di Roma giungesse solo nel gennaio 15086.

Nonostante l’ampio consenso elettivo di cui godeva all’interno del monastero, i pericoli provenienti esternamente dalle casate ostili non tardarono a palesarsi. Infatti, già nell’agosto del 1507 Giovanna si fece rilasciare dal papa una bolla minatoria con cui otteneva il diritto-dovere di perseguire penalmente (fino a farlo scomunicare) qualunque detentore abusivo di beni del convento o chiunque lei ritenesse arrecar danno allo stesso7. Era questa una procedura ad cautelam usuale all’inizio dell’incarico di una badessa, ma la solennità e l’attenta e puntuale formulazione potrebbero lasciar intendere un clima già abbastanza teso, diverso da quello con le sue predecessore: nella stessa bolla, infatti, il papa incaricava i soliti Bartolomeo Montino (protonotario apostolico) e Lattanzio Lalatta (vicario generale) di tutelare personalmente i beni del monastero, date le frequenti incursioni e ruberie che questo subiva. Giovanna, d’altro canto, non aveva tardato ad operare scelte decisamente personali, in forte contrasto con gli equilibri aviti, la prima delle quali in ordine di tempo fu quella di licenziare gli esponenti della famiglia Garimberti come amministratori dei patrimoni del monastero, benché li avesse inizialmente confermati sulla scorta delle scelte operate in passato da Orsina (che li favoriva per vicinanza parentale), affidando interamente l’incarico a Scipione Dalla Rosa. Il gesto improvviso e, a suo modo, clamoroso portò ad aperti scontri tra i licenziati ed i sostenitori della badessa, tali da sfociare il 22 luglio del 1510 nell’omicidio di Giovan Francesco Garimberti, crimine per il quale la riservatezza del convento fu violata con una perquisizione8 ed alla fine Scipione e Cesare, rispettivamente cognato e fratello di Giovanna, furono esiliati ed i loro beni confiscati, mentre Agnese e Caterina dovettero riparare nel monastero.

Questo atto è da sempre indicato – curiosamente – quale esito di una uniforme politica “familiare” asservita agli interessi del potere “dinastico”, ma la realtà, a ben guardare, si rivela assai diversa: è invece più logico e naturale riconoscervi una forte presa di posizione, un’affermazione di piena autonomia non tanto a vantaggio della propria famiglia all’interno di delicate alchimie d’alleanze, quanto del convento stesso, cui si veniva così a restituire un proprio ruolo, libero e da protagonista, al di fuori del controllo della potente famiglia de’ Rossi, di cui i Garimberti erano tra i più convinti sostenitori; questa ambizione ad una rinnovata autorità si nota anche in un rinsaldo di più diretti legami col papato9. «L’eccesso di valutazione delle linee di parentela tra i Bergonzi e i Piacenza ha indotto a leggere nell’operato di Giovanna una sorta di continuità con la tradizione precedente; quando invece risulta palese una “discontinuità” nei metodi, nelle alleanze e nella “retorica” conventuale fra l’una e l’altra fase di governo»10.

Fin dal suo insediamento, Giovanna ebbe dunque molti oppositori che aumentarono in numero col tempo; contro di essi ella operò una politica forte ed aggressiva che le permise di conseguire diverse, anche se difficili, vittorie, sempre affiancata e sostenuta dal fidato Bartolomeo Montino e, almeno fino a quell’anno, dallo stesso papa Giulio II, benché in modo più discreto; successi che Giovanna non mancò di celebrare anche con committenze artistiche, nella migliore tradizione nobiliare. Di tutti i suoi avversari, però, il più accanito era senza dubbio tale Ilario Burgonzio, la cui famiglia è noto possedesse un’importante cappella in San Paolo, il cui altare era detto “maggiore”: costui la accusava ed insultava fin dal 150811 sia verbalmente sia attraverso la redazione e distribuzione di scritti (nessuno dei quali ci è pervenuto), fin quando nel 1514 fu incarcerato per diffamazione12. Non molto ci è pervenuto, da un punto di vista documentario, delle azioni di questo Burgonzio: tuttavia, risulta evidente che egli fu il solo ad esporsi in prima persona di un gruppo tuttavia ben più ampio di avversatori della badessa13. In generale, comunque, lo scopo ultimo di tutte queste accuse era quello di far imporre dal papa la clausura al convento, così da limitare al massimo l’ingerenza politica della badessa e delle sue aristocratiche consorelle.

L’autorità ed il potere di Giovanna era però nel secondo decennio del Cinquecento ancora saldo e vigoroso e lei stessa non mancava occasione di affermarlo. Bisogna ricordare che, prima ancora che monaca, ella era una colta nobildonna, e come tale dovette evidentemente considerare le esistenti parti del monastero non confacenti al rango del proprio casato, ma soprattutto all’importanza ed allo splendore che il convento aveva raggiunto per suo merito: sicché, dal momento del suo insediamento fino al 1514, pose mano all’erezione di una nuova ala destinata ai propri appartamenti privati14. Il nuovo complesso, realizzato dall’architetto Giorgio Edoari da Erba, era a quel tempo distinto dal resto del convento e, compreso tra il “chiostro vecchio” a sud ed il più grande “chiostro nuovo” a nord, svolgeva una successione di ambienti da est ad ovest via via più piccoli. Altri ambienti secondari si aggiungevano a meridione e sotto il piano stradale. Meritano infine un accenno anche il “giardino piccolo”, prospiciente il nuovo complesso ed attuale ingresso alla visita degli appartamenti, ed un piccolo ambiente absidato inserito nelle mura perimetrali occidentali (ma abbattuto nel 1821) che un documento identifica come locum audientie parve, ossia riservato ai colloqui strettamente privati della badessa15.

I nuovi spazi permisero alla vigorosa e combattiva badessa di progettare e realizzare un programma iconografico celebrativo della propria condotta e dei propri successi sugli oppositori16. Quest’intento è stato ampiamente (e con una certa sicurezza) dimostrato per la stanza affrescata da Alessandro Araldi17, mentre ancora molti interrogativi permangono nella lettura di quella «delicata ecloga venatoria» (come la definì Roberto Longhi) che è il pergolato correggesco abitato da Amorini dallo spiccato sapore classicizzante18. Ma il messaggio di Giovanna non fu affidato unicamente ai due cicli pittorici, bensì anche ad un certo numero di epigrafi latine e greche, tutte note benché per metà oggi perdute, incise sugli stipiti delle porte od intarsiate in un lungo fregio ligneo che un tempo coronava la camera da letto della Badessa19.

Secondo una tradizione interpretativa che diffusa fin da padre Ireneo Affò (storico parmigiano del XVIII sec. che per primo descrisse e commentò gli affreschi di Antonio Allegri dopo la loro “riscoperta” ad opera di Raphaël Mengs nel 1774), l’intero ciclo epigrafico-figurativo esprimerebbe con forza e sfrontatezza la risposta polemica di Giovanna alle accuse di immoralità, financo di mancata castità rivoltele pubblicamente dai suoi avversari, avendo in questo facile gioco per via del continuo andirivieni di uomini (per lo più nobili o letterati) nel convento e nei suoi appartamenti privati: nell’evidenziare questi toni, Affò e successori accolgono però al contempo anche la veridicità di queste accuse, dipingendola come astuta tessitrice di trame politiche e, per usare le parole di Affò, come una monaca «soverchiamente profana». Si discosta leggermente da questa lettura Erwin Panofsky, che pur condividendo molte delle posizioni di Affò riconosce più specificamente in tutto il ciclo la resistenza della badessa alla clausurizzazione del convento. Recentemente, Francesco Barocelli ha tentato di dare un’opposta interpretazione a tutte queste testimonianze, leggendole piuttosto come enunciazioni di virtù monacali disposte secondo un percorso ragionato e soprattutto ricollegandole più saldamente alla tradizione della mnemotecnica monastica cui certo non posso essere del tutto sottratte. Probabilmente, come spesso accade, la verità sta nel mezzo, e se da un lato ricondurre tutto agli aviti e stantii luoghi comuni su Giovanna appare cosa stolta e riduttiva, non meno storicamente errato è negare, almeno per parte di queste espressioni, una valenza apologetica e, certo, velatamente polemica e che, in ogni caso, è prima di tutto biografica, come tra l’altro appare evidente dalla Diana sul carro20 affrescata da Correggio e dal fatto che le iscrizioni in greco risultano tutte anagrammi del suo nome.

di Alessio Costarelli


1 «Monaca forse contro naturale inclinazione nel più ricco ed elegante monastero della città, questa giovine signora non trovò altro sollievo alla sua sventura che nell’idea di stringere un giorno là dentro il bastone del comando» (E. Scarabelli Zunti, E., Materiale per una guida artistica e storica di Parma (vol. II), 1840, foglio 128).

2 A.S.P., Notai di Parma, Gaspare Del Prato. Atti 1506-1509, f. 232, 1507, maggio 4.

3 Nel 1505 Cecilia Bergonzi, impegnata in importanti lavori di ristrutturazione ed ampliamento del convento (tra i quali si annovera anche una prima commissione pittorica ad Alessandro Araldi, precedente a quella della più nota camera adiacente a quella correggesca e commissionata da Giovanna nel 1514), fece ufficiale richiesta all’allora pontefice Giulio II Della Rovere di essere affiancata nel suo ruolo conventuale dalla giovane nipote Orsina, anch’essa monaca in San Paolo, di appena ventidue anni, sì che le fosse d’aiuto nella gestione e supervisione delle estese opere intraprese (cfr. A.S.P., Diplomatico, Documenti Pontifici, cass.15, doc. 327, bolla di Giulio II del 1505, aprile 15, in cui il papa accoglie la richiesta di Cecilia con la nomina di Orsina). Tuttavia molte di esse, tra cui il nuovo coro sul lato ovest della chiesa (opposto all’abside), dovettero probabilmente essere già concluse in quell’anno e quindi, più che un sostegno ai forse numerosi altri progetti che Cecilia aveva in mente, quella di Orsina appare una vera e propria nomina alla successione (benché Cecilia – come informa lo storico Umberto Benassi – avesse riservato a se stessa la presidenza del convento, istituzione prevista dalla riforma barbiana che prevedeva, per l’anziana badessa uscente, una pensione vitalizia pari talvolta all’intera rendita del convento ed il diritto ad un libero regresso nella carica di Badessa in seguito a cessione o morte della successora), cosa che effettivamente avvenne nel 1505, nonostante la giovanissima età dichiarata.

4 A.S.P., Diplomatico, Documenti Pontifici, cass.16, doc. 332, bolla di Giulio II del 1507, aprile 27.

5 Considerando i presenti alla cerimonia di maggio, non stupisce la scelta della giovane Giovanna, terza Bergonzi consecutiva a capo del monastero. Come riporta con Marzio Dall’Acqua (1990), ritroviamo tra i testimoni anche don Giovan Francesco Dalla Rosa, esponente di una delle più importanti famiglie parmigiane e nipote di Bartolomeo Montino come Scipione Dalla Rosa, che diversi anni prima aveva sposato Caterina, sorella di Giovanna. Inoltre, Agnese da Piacenza ed il figlio Cesare (l’altro figlio, Antonio, era frate), Bartolomeo Montino, Scipione Dalla Rosa e Gaspare Del Prato (notaio dell’investitura di maggio) erano tutti legati dai medesimi interessi nel commercio del sale. Giovanna pagò subito i debiti contratti con la sua elezione, creando il giorno successivo (25 maggio), alla presenza del vicario, cinque nuove monache, di cui due Bergonzi (Francesca Lucrezia e Maria Caterina) ed una Lalatta, oltre alle novizie Drusiana Bergonzi (sorella di Lucrezia) ed Angela Bergonzi (figlia di Giovan Francesco Dalla Rosa): così, dello sparuto numero di monache aventi diritto di voto negli affari conventuali, «tre appartenevano alla famiglia Bergonzi e due erano le converse che avrebbero potuto rincalzarle o rafforzarne il gruppo»[5]; si consideri infine che, nei primi anni, testimoni di ogni atto notarile di Giovanna furono nient’altri meno che Scipione e Giovan Francesco Dalla Rosa.

6 A.S.P., Diplomatico, Documenti Pontifici, cass.16, doc. 334, bolla di Giulio II del 1508, gennaio 3.

7 A.S.P., Diplomatico, Documenti Pontifici, cass.16, doc. 333, bolla di Giulio II del 1507, agosto 28.

8 Una nuova, traumatica perquisizione si sarebbe poi verificata anche nel 1516 – secondo la testimonianza del cronista Leone Smagliati nella sua Cronaca parmense (1494-1518) – ad opera governatore conte Francesco Torelli sempre alla vana ricerca del Cavalier Scipione Montino Dalla Rosa, rientrato a Parma appena due anni prima grazie ad un condono fortemente voluto da Giovanna ed all’appoggio che frattanto si era guadagnato alla corte di Luigi XII di Francia. Cfr. in proposito I. Affò, Ragionamento… sopra una stanza dipinta dal celeberrimo Antonio Allegri da Correggio nel Monistero di S. Paolo in Parma, Parma 1794, p. 28 e F. Barocelli, Il Correggio nel monastero di San Paolo e l’umanesimo monastico di Giovanna Piacenza, in Il Correggio nella Camera di San Paolo, F. Barocelli (a cura di), Milano 2010, p. 246, nota 101.

9 «L’ostilità tra i partiti in contesa, da una parte i Rossi, dall’altra la parte ducale, la metteva in sintonia con gli intendimenti della politica pontificia, che in quei decenni pare muoversi nel tentativo di penetrare nella città più di quanto non si dessero allora preoccupazioni i francesi. Molto probabilmente la Piacenza intendeva collocare il monastero al di fuori e al di sopra delle parti politiche» (F. Barocelli, op. cit., p. 236).

10 F. Barocelli, op. cit., p. 235.

11 A.S.P., Notai di Parma, Galeazzo Piazza. Atti 1507-1509, f. 935, 1508, settembre 20.

12 In un documento pubblicato da Dall’Acqua 1984, si legge che il governatore della città Giovanni Gozzadini concesse il perdono e la conseguente liberazione ad Ilario nel 1515 (A.S.P. ARCHIVIO DEL COMUNE DI PARMA, b23 p. 123, gennaio 2).

13 Osserva Francesco Barocelli che se fosse vera l’identificazione di costui con tale Ilario Bergonzi di cui parla Leone Smagliati nella sua Cronaca, si spiegherebbe meglio «a quale punto fosse giunta la tensione fra i due partiti in campo» (F. Barocelli, op. cit., p. 246, nota 97), ossia tra i Bergonzi ed i Baroni; tuttavia, questi potrebbe anche essere identificato con certo Lauro figlio di Sebastiano Burgonzio, ferito durante un’irruzione armata in San Paolo avvenuta nel 1484.

14 La recentissima scoperta, nel camerino a sud della stanza affrescata da Correggio, di frammenti di affreschi risalenti assai probabilmente all’inizio del XV sec. e di altissima qualità pittorica, induce a supporre, con qualche fondamento, che in realtà l’erezione di questi ambienti non sia avvenuta ex novo, bensì sostituisca o addirittura ricalchi nella planimetria un edificio già esistente, di cui tuttavia non si conosce funzione, committenza o cronologia. Data la novità del ritrovamento, ancora non esiste bibliografia in proposito.

15 Questo complesso architettonico «in parte naturale ed in parte artificiale, fa pensare ad un possibile rapporto fra gli appartamenti e l’ambiente verde intorno, che doveva essere contemporaneamente orto, per le pratiche manuali imposte dalla Regola benedettina, e giardino per il piacere e l’intimità della Signora del convento» (M. Dall’Acqua, Il Monastero di San Paolo, in Il Monastero di San Paolo, M. Dall’Acqua (a cura di), Parma 1990, p. 33); si noti come tale rapporto con la natura è ripreso anche all’interno nel verdeggiante trompe-l’oeil di Correggio. D’altro canto, la stessa attenzione prestata da Giovanna (e, in misura minore, anche dalle sue predecessore) alla progettazione e decorazione di ambienti del tutto privati è cosa assolutamente nuova e degna di nota. «Il caso di questo monastero risulta esemplare: infatti, se per gli altri cenobi femminili abbiamo notizie di rifacimenti della chiesa e dell’arredo sacro, […] le badesse di San Paolo insieme agli edifici monastici ed ai chiostri rinnovavano con particolare cura e attenzione la propria residenza privata, che viene strutturata sull’esempio degli studioli in cui i signori delle corti dell’Italia centro-settentrionale rappresentavano il cosmo a propria immagine e somiglianza» (G. Z. Zanichelli, Alessandro Araldi e la Camera di San Paolo, in Il Monastero di San Paolo, M. Dall’Acqua (a cura di), Parma 1990, pp. 84-85).

16 «E’ un mondo strano quello in cui Giovanna da Piacenza cercò rifugio, sottraendosi a quella che credette una ingiusta persecuzione: un mondo fatto d’audacie; pieno d’orgoglio, ma anche di rassegnazione; un mondo non realmente pagano, ma nemmeno esplicitamente cristiano» (E. Panofsky, Iconologia della Camera di San Paolo, in Il Correggio nella Camera di San Paolo, F. Barocelli (a cura di), Milano 2010, p. 211).

17 Per la sua descrizione e lettura iconologica, si veda G. Z. Zanichelli, Iconologia della Camera di Alessandro Araldi nel monastero di San Paolo a Parma, Quaderni di Storia dell’Arte, n. 11, Parma 1979. Opere valide sono anche Ghidiglia Quintavalle, A., Alessandro Araldi, in Rivista dell’Istituto Nazionale di Archeologia e Storia dell’Arte, 1958, fasc. VII, pp. 292-333 e F. Barocelli, op. cit., pp. 248-275.

18 La letteratura riguardo questo ciclo di affreschi è assai varia e numerosa e non sempre degna di essere ricordata; limitandosi ai contributi più rilevanti, si vedano le opere citate di E. Panofsky, M. Calvesi e F. Barocelli.

19 Le numerose iscrizioni di questi ambienti sono sempre citate, in modo più o meno completo, in tutti gli studi su questi appartamenti, anche se raramente sono oggetto di analisi a sé stante: per una dissertazione dedicata e per tutta la bibliografia del caso, si rimanda ad A. Costarelli, Epigrafia e Umanesimo nel monastero di San Paolo a Parma, in «Eikasmòs. Quaderni Bolognesi di Filologia Classica», 2015 (in corso di stampa).

20 Per via della presunta trafila onomastica giovanna < gianna < giana < diana, con il passaggio dell’occlusiva dentale sonora a velare sonora talvolta presente, se seguita da semivocale palatale e vocale, nell’evoluzione dal latino alla lingua italiana (es. it. giorno < lt. dies), ma anche a causa della falce di luna, simbolo di Diana e, come abbiamo avuto modo di notare, presente nello stemma di Giovanna, oltre al fatto che Diana era la dea vergine circondata da vergini, proprio come una badessa a capo di un convento di monache.

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