Arts and Culture Magazine

Giovanna da Piacenza, Badessa e Signora – parte I

18 giugno 2014 by Alessio Costarelli
Breve storia del monastero di San Paolo a Parma e di colei che, nel primo quarto del XVI sec., lo pose al centro dello scenario politico ed artistico della nostra penisola.

«Hoc cenobium paucarum sacratarum virginum et Liudae abbatissae sanctissimae in territorio nostrae civitatis a me Sigefredo fundatum et sub honore Sancti Pauli dedicatum pro remedio animae nostrorumque salute successorum hac constitutione et decreto roboramus»1.

Con il documento da cui è tratto il presente passo, il vescovo di Parma Sigefredo II confermò, tra gli anni 1005-1015, le funzioni ed i beni terrieri assegnati al convento parmense di San Paolo, da lui stesso fondato nel 985, allo scadere del X sec. Sotto la guida della sua prima badessa, Liuda, il convento si avviava così a vivere una lunga e rilevante storia attraverso i secoli fino ai nostri giorni, una storia che l’avrebbe reso, tra XV e XVI sec., un vero e proprio luogo di potere politico e che oggi lo pone al centro della storia dell’arte mondiale.

L’apice di questa storia – che marca al contempo anche l’inizio di un secolare declino – è segnato dall’importante figura di Giovanna Baroni da Piacenza, badessa tra il 1507 ed il 1524, una donna dalla tempra eccezionale la cui fama, come spesso accade, è stata a lungo obnubilata dal discredito dei luoghi comuni della storiografia e che solo molto recentemente comincia ad essere riscoperta dagli studiosi in una ricostruzione più oggettiva calata nel contesto storico di cui fu protagonista. Nel diffonderne la sua conoscenza ad un pubblico di non specialisti della storia o dell’arte, nostra speranza è di contribuire a dirimere le falsità con cui ancora troppo spesso viene descritta: per fare ciò, è tuttavia necessario soffermarsi in una breve premessa storica, che consenta al lettore di calarsi nel coevo contesto storico parmigiano, imprescindibile per una corretta comprensione della figura carismatica di Giovanna.

Come molte altre città dell’epoca dislocate lungo la Pianura Padana, Parma si trovò durante tutto il XIV, XV e XVI sec. in una situazione politica di costante tensione e precario equilibrio, dovuta ad una tradizionale autonomia memore delle glorie comunali dei secc. XII e XIII che tuttavia si scontrava da un lato con le prevaricazioni delle rissose ed ambiziose famiglie nobiliari detentrici di antichi privilegi e contadi amministrati con modi ancora feudali, dall’altro coi nascenti grandi Stati Regionali e Signorie, alla cui orbita ed influenza difficilmente era possibile sottrarsi. Le guerre di fazioni e le sommosse popolari scandivano lo scorrere dei secoli, mentre le famiglie sempre più s’illudevano di detenere un potere ed un’autorità oramai solo nominale all’ombra dei grandi potentati, italiani e stranieri.

Le continue discordie interne ed una collocazione geografica che, pur se relativamente appartata nella realtà padana, era tuttavia di confine rispetto ai territori di tre fondamentali entità politiche (Firenze, Milano, Papato), consentirono però a Parma – similmente ad un po’ tutta la penisola – di godere di una grande ubertà culturale: e se tale instabilità comportò in moltissimi casi l’esodo dei letterati, si ebbe al contempo il fiorire di una vitale attività tipografica (seconda solo a Venezia e Bologna)2 ed un grande incremento delle commissioni artistiche, che pur rimasero, al nostro sguardo odierno, marginali nel contesto sovraregionale loro contemporaneo fino all’avvento dell’innovativa pittura di Correggio e Parmigianino.

«La consuetudine degli studi, le esercitazioni poetiche in latino e in volgare, il grado della conoscenza specifica nel campo delle scienze e delle leggi fecero di Parma un centro di fervida ed alta cultura»3: tuttavia, le condizioni artistiche e culturali nel primo ventennio del Cinquecento appaiono incerte e non del tutto note. E’ evidente che la città, rispetto ad altri centri padani dalle corti già affermate, accusava alla fine del XV sec. un ritardo culturale sensibile ma non assoluto, tale da consentirgli comunque di veder sorgere «la sua primavera “umanistica”» conseguente al «deciso rifiuto delle dorate nostalgie tardogotiche»4: ancora in fieri è lo studio ed il dibattito in merito alle figure chiave che, nella politica così come nel mecenatismo, consentirono e promossero questa moderna svolta, questo rinnovamento artistico e, prima di tutto, intellettuale all’alba del Cinquecento. Il fiorire delle arti era favorito da una quanto mai varia committenza costituita dalle numerose famiglie nobili (desiderose d’emulare i grandi mecenati loro contemporanei) e soprattutto dallo svariato numero di comunità religiose e confraternite che, godendo di cospicui introiti e notevole autonomia, varavano continuamente lavori d’ampliamento e restauro di chiese e monasteri. La competizione si accese soprattutto tra i conventi benedettini, i più ricchi ed autorevoli in città, veri e propri fortini gentilizi, che si lustravano di splendidi conventi con chiostri ed orti rigogliosi, fin troppo simili a corti principesche.

In questo contesto, poliedrico, mutevole ed in continua ascesa, il convento femminile di San Paolo svolgeva un ruolo di direzione centrale da un punto di vista sia culturale sia, soprattutto, politico. Forte del prestigio religioso5, ma ancor più delle prerogative di autonomia economica e decisionale assegnategli fin dalla sua fondazione (evidente è, nei documenti, la preoccupazione del presule fondatore affinché il cenobio, uno dei pochi femminili a quel tempo in Parma e dintorni insieme a quelli di Sant’Alessandro, San Quintino e Sant’Uldarico, fosse in tutto autosufficiente) ed accresciute progressivamente col procedere dei secoli, questo monastero benedettino finì con l’imporsi al centro della vita gestionale della città pur senza esserne un organo ufficiale, divenendo al contempo anche «un polo culturale di interesse internazionale»6, in questo senso lontanissimo antenato (con i sempre dovuti distinguo) del ruolo dei salotti aristocratici e borghesi tanto diffusi tra Settecento ed Ottocento 7.

Fin dalla conferma delle concessioni originarie da parte dei successori di Sigefredo II (Ugo e Cadalo), «è evidente che […] il monastero entrò a far parte di un gioco politico e religioso che coinvolgeva la classe dirigente del tempo»8; la decisione di papa Gregorio VIII de Morra nel 1187 di porlo sotto diretta protezione della Sede Apostolica esentandolo contemporaneamente dalla sorveglianza episcopale ed abrogando la clausura, gli assegnava esplicitamente una piena preminenza religiosa sull’intera zona urbanizzata circostante9 e non poté che sancirne definitivamente il ruolo, accresciuto dal forte appoggio ricevuto da parte dell’imperatore Federico II in persona10. Ma di tutti i privilegi di cui queste monache benedettine godevano, il più politicamente interessante era senza dubbio la nomina a vita delle badesse, pure a quel tempo non inconsueto, quanto meno nel parmigiano: esso tuttavia si rivestì presto di un’importanza non limitata all’interno delle mura monacali.

Il monastero, oramai il principale nell’area urbana, era necessariamente divenuto il naturale destino di quelle fanciulle di nobili natali di tutto il contado che per vari motivi erano impossibilitate a contrarre un matrimonio soddisfacente: questo comportava una particolare attenzione su di esso da parte delle più aristocratiche tra le famiglie, le quali peraltro, radicate in un sistema di amministrazione e controllo territoriale ancor in gran parte di stampo feudale, già da tempo anelavano all’istituzione di «una improbabile, dato l’equilibrio delle forze in campo, signoria locale»11. Non desti quindi sorpresa il fatto che, fin dal Trecento, «per diversi secoli San Paolo fu al centro delle lotte per la supremazia tra le diverse fazioni che si contendevano il controllo delle istituzioni cittadine»12: ottenere per la propria figlia la nomina a badessa significava elevarla quasi al rango di Signora della città13 (in virtù del controllo esercitato sulle fanciulle delle altre casate) e, quindi, accedere all’amministrazione esclusiva di ingenti patrimoni14, nonché godere di una preminenza del tutto eccezionale sulla politica locale, preminenza peraltro implicitamente appoggiata dal papato, che sempre seguiva da vicino le vicende monasteriali.

L’elezione di una nuova badessa comportava pertanto sempre forti tensioni15, specialmente nei decenni a cavaliere tra il XV ed il XVI sec., quando i continui stravolgimenti politici (discesa dei Francesi con Carlo VIII nel 1494, caduta di Lodovico il Moro e del Ducato di Milano nel 1499, avanzata della Chiesa con il definitivo affermarsi del governo pontificio) rendevano l’amministrazione cittadina sempre più precaria ed in balia di signori e fazioni altalenanti: un organismo stabile come il convento di San Paolo si rivelava uno degli ultimi punti fermi nella politica urbana ed il suo controllo era necessario presupposto alla creazione di un riconosciuto equilibrio di forze. Il limitato numero di monache del convento (stabilito in quindici, badessa compresa, da papa Alessandro IV nel 1258) e, quindi, di persone responsabili del voto in un consesso di fatto collegiale che non è azzardato affermare riproducesse in piccolo i modi del conclave cardinalizio per l’elezione papale, consentiva di fatto con notevole facilità giochi d’alleanze ed accordi in un sistema strettamente centrato sulle relazioni di parentela, così che non era poi troppo difficile essere investite di un potere con notevole autonomia decisionale. Dal canto loro, poi, «le badesse di San Paolo erano molto abili nel farsi confermare gli antichi privilegi se non addirittura a farsene concedere di nuovi»16.

È evidente d’altro canto che privilegi e ricchezza non bastano tuttavia a rendere eminente una comunità: sono le singole persone, le diverse guide con il loro carisma, la loro personalità e l’affermazione della loro volontà, al di là di qualunque giudizio etico, a creare qualcosa di grande, qualcosa di cui gli uomini possano menar vanto, qualcosa che il tempo non riesca in alcun modo ad obliare per sempre, sì che presto o tardi possa farsi storia. L’età dell’oro di questo convento benedettino si ebbe – si è detto – al volgere del XV sec., quando l’Italia crollava politicamente ma forse, proprio per questo, imponeva all’Europa la sua nuova cultura: artefice ne fu la più che quarantennale guida di tre badesse molto determinate l’ultima delle quali, Giovanna da Piacenza, seppe coronare questo splendore e, con le sue ultime volontà, proteggerlo affinché giungesse pressoché integro fino ai nostri giorni.

di Alessio Costarelli


1 Il documento è stato pubblicato per primo da I. Affò, Storia della città di Parma, Parma 1792, vol. I, pp. 384-386 (app. doc. 94).

2 Cfr. L. Balsamo, Editoria ed Umanesimo a Parma tra Quattro e Cinquecento, in Parma e l’Umanesimo italiano, P. Medioli Masotti (a cura di), Padova 1986, pp. 77-95.

3 G. Copertini, G., La “forma-mentis” del Correggio e il clima culturale-artistico di Parma rinascimentale, in Parma per l’arte, maggio-agosto 1958, p. 135.

4 Dall’Acqua, M., Il Monastero di San Paolo, in Il Monastero di San Paolo, M. Dall’Acqua (a cura di), Parma 1990, p. 27.

5 Prestigio dovuto alla conservazione delle reliquie di Santa Felicola (ivi condotte dallo stesso Sigefredo nel X sec. e collocate nel celebre Sacello di S. Paolo; cfr. in proposito F. Barocelli, Il sacello di S. Paolo, Parma 1989) ed alla tradizione del miracolo che San Simeone Armeno avrebbe compiuto nella annessa chiesa, guarendo una nobile di Montecchio da tempo paralizzata che gli fu condotta mentre era assorto in preghiera (cfr. P. Golinelli, La “Vita” di San Simeone monaco, in Studi Medioevali, 1979, s. III, XX, fasc. II, pp. 788 e ss.).

6 M. Dall’Acqua, op. cit., p. 26.

7 «Le sale di ricevimento delle badesse potevano divenire, così, luoghi di ritrovo esclusivi per feste eleganti e conversazioni intellettuali» afferma Erwin Panofsky (Iconologia della Camera di San Paolo, in Il Correggio nella Camera di San Paolo, F. Barocelli [a cura di], Milano 2010, p. 166), che pure nella parte introduttiva di questo suo studio cade nell’errore di interpretare troppo liberamente gli eventi storici, influenzato da luoghi comuni assai diffusi a livello storiografico e lasciati più o meno intenzionalmente intendere anche da padre Ireneo Affò, studioso valido ma non del tutto imparziale nella ricostruzione degli eventi riguardanti le badesse del cinquantennio a cavaliere tra XV e XVI sec.

8 M. Dall’Acqua, op. cit., p. 16.

9 «Inhibemus etiam ne aliquis infra fines parochiarum vestrarum ecclesiam vel oratorium de novo construere sine vestro et diocesani episcopi assensu presumat» (documento pubblicato da G. Drei, Le carte degli archivi parmensi dei secc. X-XI, Parma 1924, vol. III, p. 486, doc. 636). Cfr. anche il documento citato da P. F. Kehr, Italia pontificia sive Repertorium Privilegiorum et litterarum a Romanis Pontificius ante annum MCLXXXXVIII Italiae ecclesiis, monasteriis, civitatibus singulisque personis concessorum, Berlin 1961,vol. V, p. 427.

10 I. Affò, op. cit., vol. III, pp. 306-307 (app. doc. 49).

11 M. Dall’Acqua, op. cit., p. 24. Un vero dominio signorile autonomo fu istituita solamente nel 1545 per volontà di papa Paolo III Farnese, il quale creò per i suoi più stretti famigliari (primo fra tutti il figlio Pier Luigi Farnese) il ducato di Parma, Piacenza e Guastalla scorporandone dai domini della Chiesa i territori recentemente riannessi (1521).

12 M. Dall’Acqua, op. cit., p. 16.

13 «Con tale ampiezza di possedimenti e colla giurisdizione e i privilegi accordati alla Badessa de’ vecchi tempi era una rispettata feudataria, una principessa» (E. Scarabelli Zunti, Documenti e memorie di belle arti parmigiane, 1501-1550, vol. III, foglio 111).

14 Si pensi che all’inizio del Cinquecento il monastero di San Paolo traeva dai propri possedimenti una rendita annua di ben milletrecento ducati d’oro!

15 «In dicto Monasterio propter electiones Abbatissarum dicti Monasterii, tendentibus in diversa vota monialibus, et earum consanguineis et amicis, discordiae et rixae saepenumero evenerunt». Questo passo (cit. in Affò 1794, p. 25, nota a) è tratto da un importante documento intitolato Instrumento della eretta clausura, redatto e siglato dai notai Galeazzo Piazza e Girolamo Balestra il 28 agosto 1524, data che – come vedremo – ha una grande importanza nella biografia di Giovanna da Piacenza e nella sorte del monastero in generale; in esso, sono stabiliti i termini della nuova clausurizzazione e costituisce una sorta di inventario dei beni nonché di “catasto” del complesso.

16 M. Dall’Acqua, op. cit., p. 24.

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