Arts and Culture Magazine

Fotografi al bar

8 febbraio 2016 by Alessio Costarelli
In occasione di ArteFiera, si è inaugurata al Cafè de la Paix a Bologna una piccola ma preziosa mostra fotografica di dotatissimi esordienti. Ecco una recensione dell’esposizione, nella viva speranza di suscitare nei lettori il desiderio di andare a vederla.

In occasione di ArteFiera, ogni anno Bologna si colma di variegate manifestazioni, colorate, più o meno insolute, più o meno tradizionali, efficaci nel rappresentare lo sfaccettato panorama artistico italiano, ed anche più specificamente bolognese. Di queste attività, di queste esposizioni, talune si protraggono anche nelle  settimane successive, continuando ad arricchire la vita della nostra città, che finalmente dopo tanti anni di letargo sta destandosi ed aprendosi al mondo anche al di fuori dell’ambito universitario.

Al Café de la Paix, piccolo ma piacevole ritrovo nel centro di Bologna, accanto al Collegio di Spagna, ArteFiera ha offerto l’occasione per inaugurare una mostra fotografica, modesta nelle dimensioni ma non certo nella qualità, né nella profondità di alcuni temi trattati, che il pubblico avrà occasione di rimirare fino al 27 febbraio. Questo breve articolo è un invito, sincero, a visitarla.

Le ragioni sono due: la prima è la qualità intellettuale, quando non tecnica, delle opere esposte; la seconda, anche più rilevante, è che i loro autori sono tutti esordienti, taluni perfino alla loro prima esposizione pubblica, ed in un momento in cui la retorica nel sostenere i giovani straborda, andare a questa mostra e giudicare criticamente tali opere è un’occasione piccola ma preziosa di concretizzare simili intenti.

Gli allievi di Simone Martinetto, docente di fotografia, artista internazionale e fotografo di scena, hanno messo alla prova se stessi non tanto nel raggiungimento di un vertice tecnico, quanto nella facoltà non meno complessa di organizzare un progetto fotografico ed espositivo unitario, coerente e fruibile allo spettatore. Ciascuno di essi ha scelto un argomento che lo appassionasse, emozionasse o che gli stesse a cuore ed ha provato a descriverlo, a raccontarlo in un numero limitato di scatti poi ben organizzati.

È così che all’ingresso del Café ci imbattiamo subito in quelli che sono certo fra i migliori progetti presentati. Nel suo Disparte, Gustavo Bonino dispone una sequenza di dieci scatti, quasi più a formare una pellicola filmica che una serie di singole immagini, ove il corpo ed i movimenti di due fabbriche offrono lo spunto per uno studio (ed una riflessione) sul movimento: la fotografia, arte che arresta il tempo, è qui impiegata per esprimere l’irrefrenabilità del corpo; la fotografia, che inquadra ed esalta  una specifica figura, tenta qui di rappresentare con la tecnica del mosso le forme senza i contorni, di mostrare una figura senza descriverla. Ottima l’ambientazione, ed il gioco di luci, come anche il ricercare ed al contempo fuggire la simmetria.

Gustavo Bonino - Disparte

Roberto Mancini riflette invece, con grande sensibilità, sul tema della rimembranza. Ha chiesto ai suoi modello di chiudere gli occhi, distendere la mente, e suscitare un proprio ricordo profondo, amato, dal quale lasciarsi pervadere. Lo ha poi “ricreato” visivamente fotografando luoghi ed ambienti; ha infine sovrapposto gli scatti ai singoli ritratti, in un mélange davvero poetico. Queste immagini, artificiali perché composte al computer, suscitano però emozioni reali, un senso di distensione, di rasserenamento, una voglia di cullarsi nella memoria per riscoprire lontane emozioni sopite.

Roberto Mancini

In un diverso ambiente sono riunite le opere degli altri espositori. Il primo progetto con cui ci si confronta entrando nella sala è Légami di Maria Grazia Palladino: ancora ricordi e sensazioni, questa volta intrecciati fisicamente ed iconograficamente da colori e richiami, a creare una ragnatela della memoria altrui nella quale divertirsi a creare il proprio percorso, di modificare continuamente la propria lettura dell’opera, di orientarsi, di perdersi, di vagabondare tra le linee. La conclusione di questo percorso, però, è comune a tutti. Un filo nero, isolato, drammaticamente appeso ad un cartellino che riporta le seguenti, confortanti, parole: «I legami che ci vincolano a volte sono impossibili da spiegare. Ci uniscono anche quando sembra che si debbano spezzare. Certi legami sfidano le distanze, il tempo e la logica perché ci sono legami che sono semplicemente destinati ad esistere».

Maria Grazia Palladino - Légami

Segue il bel progetto di Vittoria Barbiero, Ibridi. Suggestionata dalla mitologia classica e dalle figure ibride (sirene, arpie, ecc.) che numerose la abitano, Vittoria ha unito se stessa con l’oggetto del suo interesse, dando vita ad immagini misteriose e poetiche, e talora consapevolmente inquietanti. Pesci, fusi con parti del suo corpo, controllati da mani estranee al loro ambiente od improvvisamente minacciati da bocche che come fauci sbucano dall’ombra, si muovono in una realtà altra, aliena, anfibia, come la piccola protagonista dell’ultimo scatto. Vittoria, come già Gustavo, non vuole riflettere su temi alti o profondi, ma si cimenta in un esercizio fotografico prettamente tecnico, che però riesce a permeare di letterarietà.

Vittoria Barbiero - Ibridi

Giulia Lelli affronta invece, con molta delicatezza, un tema più impegnato e decisamente attuale. I nove scatti che compongono il suo progetto, intitolato Il diritto di amarsi, replicano tre istanti simbolicamente significativi di un legame d’amore con tre diverse coppie, gay, lesbica ed eterosessuale, per mostrare con grande immediatezza come, in fondo, l’amore che le accomuna si a uguale per tutte, e quindi tutte queste siano uguali tra loro.

Giulia Lelli - Il diritto di amarsi

Infine, con il suo La vista naturale, Rodica Carabetchi realizza un simpatico reportage fotografico sul metodo Bates, sistema di allenamenti ottici volti a recuperare capacità visiva e, in qualche caso, a potenziarla. Proprio per la sua impostazione cronachistica, le fotografie sono inscindibili dalle didascalie, che le accompagnano e le completano in modo tecnico ma anche profondo.

Una mostra da visitare, dunque, perché non solo (e non sempre) la qualità è appannaggio delle firme più blasonate e talora richiede di essere cercata anche in un piccolo, ma accogliente Cafè del centro. Dopo il caffè espresso ed il caffè letterario, è ora il momento di dare un’occasione anche al caffè “fotografico”!

di Alessio Costarelli


PROGETTARE FOTOGRAFIE
30 gennaio – 27 febbraio 2016

c/o Café de la Paix
Via Collegio di Spagna, 5
40123 Bologna
Tel. +39 051 2750233
Pagina FB dell’evento

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Un Commento a “Fotografi al bar”

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