Arts and Culture Magazine

Et in Arcadia ego

2 novembre 2012 by Redazione
Anche nel mondo più idilliaco si nasconde l’ombra della morte. Brevi cenni di storia della moda macabra, e tre collezioni a confronto, per esorcizzare le nostre paure.

Ci può essere orrore anche nel regno della bellezza più superficiale, la moda? C’è spazio per la morte, il macabro, l’orrifico nelle creazioni degli stilisti che dovrebbero esaltare le qualità estetiche e femminili del vestire? Abbiamo osservato alcune collezioni, collezioni che coprono tra l’altro un arco temporale non indifferente, e la nostra risposta è sì. La domanda che segue è quindi, ovviamente: perché? Cosa c’è di attraente, proprio dal punto di vista dell’immagine, nell’orrore, tanto che persino la moda ne è ispirata?

La bellezza dell’orrido non è cosa nuova. In tutte le epoche storiche la morte, ovvero il più grande mistero dell’uomo, ha sempre logicamente esercitato grande fascino. Ma fu soprattutto nella rigida epoca vittoriana che questo interesse raggiunse l’apice in ogni campo del sapere. Forse come reazione alle severe imposizioni dell’etichetta e alle soffocanti regole della vita sociale e quotidiana, negli ambienti culturali (e in seguito in tutta la popolazione) nacque un nuovo fermento, che ben si adattava al clima del Romanticismo: guardando con malinconia al Medioevo, non solo la moda, ma anche letteratura,  pittura e musica si ispiravano al Gotico. Nonostante l’inesattezza del termine applicato a tutta l’era medievale, la parola “gotico” è ormai sinonimo, nell’opinione comune, di un ben preciso stile. Basti pensare a famosissimi romanzi vittoriani come Frankenstein, Dracula, Jane Eyre, alla produzione di Edgar Allan Poe e più tardi Il fantasma dell’opera  per rendersi conto come queste influenze siano state determinanti.

Venendo a ciò che era considerato “di tendenza” nell’Ottocento vittoriano, in modo da osservare anche come il soprannaturale venisse vissuto quotidianamente, possiamo prendere ad esempio le fotografie post-mortem. Si diffuse, infatti, la moda di scattare fotografie ai defunti come se fossero ancora vivi, in posa e con gli occhi ovviamente persi nel vuoto, spesso fra i parenti, in modo da rendere difficile riconoscere chi era già morto e chi no. Ecco, dunque, il gusto del macabro e del memento mori che permeava tutta l’epoca. Non solo: dal punto di vista estetico, era considerato molto raffinato portare i tipici gioielli da lutto, che potevano spaziare dai classici cammei per collana o anello recanti l’incisione del defunto ai più caratteristici ciondoli con inserite le sue ciocche di capelli. Ovviamente, il colore dominante nell’abbigliamento dell’epoca era il nero, soprattutto dopo che la regina Vittoria aveva perso l’amato marito Albert e aveva cominciato a vestirsi perennemente a lutto influenzando la moda di almeno due decenni.

Ma la morte non è stata di ispirazione solamente per il tragico e sublime Romanticismo ottocentesco. Anzi, intere correnti e sottoculture hanno fatto dell’aldilà un credo e uno stile, e sono più di quante si immagini, e assolutamente internazionali: i primi Goth (in Italia conosciuti come Dark) sono comparsi in Inghilterra alla fine degli anni ’70 del secolo scorso, e hanno poi preso piede negli anni ’80 in tutta Europa, in particolare in terra germanica e scandinava. Ma alla fine degli anni ’90 anche la moda “di tutti i giorni”, sfoggiata da ragazzi e ragazze che non dovevano per forza appartenere a una sottocultura giovanile, viene contaminata da elementi sadomaso e generalmente goticheggianti, in un tripudio di lacci, borchie, crocifissi e teschi. Attualmente, in particolar modo in Giappone, la moda goth è stata ulteriormente trasformata e resa più femminile, ad opera delle cosiddette GothLoli (abbreviazione di Gothic Lolita): come dire, la morte non è mai sembrata così dolce.

Osservando, come dicevamo più sopra, le proposte di alcuni stilisti (ci siamo basate nello specifico sulle collezioni PE 2006 di Christian Dior, PE 2010 di Yohji Yamamoto e AI 2011/2012 di Thierry Mugler; abbiamo tralasciato la sfilata forse più eclatantemente horror degli ultimi anni, l’AI 2007/2008 di Alexander McQueen, perché ci sembrava che parlare di modelle che camminano in passerella disponendosi su un pentagramma infuocato in memoria della presunta strega Elizabeth Howe, antenata dello stesso McQueen, fosse un po’ scontato), abbiamo notato dei temi ricorrenti, alcuni più ovvi e altri più sottili, ma che in ogni caso colpiscono lo spettatore.

Troviamo molti accenni alla stregoneria: e parliamo sia di quella dell’immaginario classico, sia quella dell’America del Seicento. In particolar modo nella collezione di Yamamoto troviamo, oltre all’evidente preponderanza del nero – che già di per sé non dona allegria a un abito, una serie di maxi gonne e maxi abiti, stretti e pieni di fibbie, che ricordano un po’ i supposti abiti delle streghe del folklore, e i loro cappelli a punta; non solo però: alcuni abbinamenti, soprattutto quelli gonna-camicia, richiamano le mise dei padri pellegrini, il chè, unito all’aura opprimente ed inquietante del resto della collezione, ci fa subito pensare ai processi di Salem del 1692. Che la presenza di streghe in passerella sia una sorta di curiosa e macabra rivendicazione femminista?

Quel che è certo, è che anche nella moda qualcosa che dovrebbe avere connotati positivi e luminosi può assumerne dinvece di inquietanti ed orrifici: da qui l’imponente presenza di riferimenti alla religione, ma non quella salvifica e gioiosa, bensì quella oscura ed opprimente, e in alcuni casi perversa ed invertita, com’è il caso dell’abito assolutamente monacale della collezione di Dior, ornato però da grossi teschi sapientemente nascosti tra le pieghe della stoffa.

Strizzate d’occhio agli effetti più fisici e truculenti della morte li abbiamo notati specialmente in Mugler e Dior. Tra i modelli del primo, che ha scelto di far sfilare le proprie modelle con corna di demone lungo delle vere e proprie navate, salta subito all’occhio – oltre a Lady Gaga – Rick Genest, in arte Zombie Boy, il cui corpo è completamente tatuato per dare l’impressione di essere uno scheletro in carne e ossa (letteralmente!). Ma è Dior che ha dato il meglio di sé per quanto riguarda la morte trucida: se Mugler ha costruito la propria passerella ispirandosi alle colonne della Conciergerie, Galliano ha ben pensato di rendere omaggio alla Révolution con abiti settecenteschi e sontuosamente ricoperti di sangue. I rivoli rossi che scendono lungo il collo delle modelle sotto le collane di perle non sono altro che la goccia che fa traboccare la testa dalla ghigliottina. La rivoluzione non è mai sembrata così viva (sicuri?).

Non è solo la morte che fa tremare le gambe agli stilisti: apparentemente, anche la follia umana è qualcosa che ispira e che ritroviamo in più occasioni tramutata in abito: Yamamoto ci propone infatti non solo modelle dal volto dipinto di bianco, occhi colorati da clown assassini e capelli da spaventapasseri, ma tuniche bianche lunghe fino ai piedi corredate da guanti neri che ricordano camici di dottori pazzi da manicomio più che abiti da sera; quello del manicomio è uno spauracchio che si ritrova in storie inquetanti anche al di fuori della moda, nella musica, nel cinema, nei fumetti (basti pensare all’Arkham Asylum di Batman, che ha prodotto la maggior parte dei cattivi che l’eroe deve affrontare, tra i quali il più temibile, il Joker): in questo caso non sono i dettagli sanguinosi a spaventare, ma il più subdolo inconscio della mente umana, pronta ad abbandonarci, che si trova in ognuno di noi.

Dopo questa osservazione del macabro nella moda più recente, confrontandola con le sue origini storiche, la nostra domanda iniziale può forse trovare una risposta in chiave psicologica. L’interesse umano per questi temi è sempre molto alto: forse siamo attratti dall’horror per esorcizzare le nostre paure più profonde ed inconsce, vedendole rappresentate sotto i nostri occhi ma portate all’eccesso, in modo da renderle quasi incredibili. La catarsi del macabro, già ben presente ai tempi della peste medievale con le danze di scheletri e rinnovatasi dall’Ottocento a oggi, ci aiuta a liberarci del timore per ciò che non conosceremo mai, ma che sarà inevitabile. Questo vale per il cinema, che da anni ha sviluppato i generi horror e splatter, ma ultimamente è molto più riconoscibile nella moda: la potenza della “catarsi fashion” è maggiore, in quanto noi non siamo solo dei semplici spettatori, anzi, vestendoci siamo ben consapevoli autori del nostro apparire. Ecco come la moda si rivela mezzo molto più efficace, sublimando il terrore e gli aspetti più orridi dell’uomo in arte.

di Lady Lindy e la Ragazza con la Valigia

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Posted in: Moda, Percorsi |

6 Commenti a “Et in Arcadia ego”

  1. […] a leggere il resto del post su Clamm […]

  2. alessiocostarelli scrive:

    Fantastico!! Questo articolo è uno dei migliori in assoluto sulla rivista, certo il primo della sezione moda. Bravissime ragazze, siete state in grado di calamitare l’interesse del lettore, anche del più profano in materia. Grazie di aver spiegato questo lato macabro della moda!

    • laragazzaconlavaligia scrive:

      Grazie mille! Ci siamo anche divertite molto a scriverlo, e a trovare informazioni su questa parte meno conosciuta della moda 😀

  3. […] 2. Affrettatevi a cliccare su Clamm Magazine perché abbiamo fatto uno splendido speciale sui morti. E non cominciate a storcere il naso, guardate che mi sono voluta superare e ho scritto ben due articoli: uno musicale (QUI) e uno con la grande capa Ragazza con la Valigia (QUI). […]

  4. alieno scrive:

    Splendido articolo … complimenti

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