Arts and Culture Magazine

Emersi e sommersi

16 maggio 2012 by Alessio Costarelli
“Emersi e sommersi”, prima mostra personale di Davide Peretti Poggi, nuovo e già grande artista bolognese: un viaggio pittorico all’insegna della ricerca e della memoria, dentro e fuori l’acqua, dentro e fuori la vita.

L’acqua è elemento mutevole, informe, incolore: è, in un certo senso, la negazione dell’essere, l’incubo di Parmenide, ma al tempo stesso origine dell’esistenza, sinonimo di vita. Accoglie in sé principi opposti di massa e volume, placidità e tempesta, nutrimento e privazione, nascita e morte: uno specchio d’acqua ha sedotto Narciso, naufragi hanno punito la tracotanza d’Aiaci e Idomenei; Eros e Thánatos ancora una volta riuniti nella medesima idea di esistenza: «Fratelli, a un tempo stesso, Amore e Morte / ingenerò la sorte. / Cose quaggiù sì belle / altre il mondo non ha, non han le stelle». Ma per la loro mutevolezza, descrivere l’acqua, o la vita, è in fondo scegliere, decidere cosa ritrarne e, quindi, discorrer di sé stessi parlando a sé stessi: immergersi nel proprio cuore, nella propria mente e farne emergere stralci di storie, frammenti d’immagini.

Dall’11 maggio al 1 luglio l’Oratorio di Santa Maria della Vita a Bologna1 ospita una mostra davvero, sinceramente bella. Questo luogo sacro, la cui chiesa già risuona dell’urlo disperato della più autentica, della più simpatetica Maria di cui la storia dell’arte italiana possa menar vanto, s’arricchisce ora di immagini intime e poetiche e, a tratti, non meno sacrali.

Nella cappella vera e propria, sotto un altare dorato, vegliati dalle concitate sculture in terracotta di Alfonso Lombardo, volti diversi, volti di uomini, di donne, di fanciulli, volti pensierosi, volti sofferenti emergono da specchi d’acqua, quasi inattesi, protagonisti, colmi di sentimento. La loro apparizione è l’inizio di una riflessione che conduce l’osservatore a domandarsi il perché di quegli occhi abbassati, di quelle labbra socchiuse, di quel sentore di pianto e dolore, di quel cipiglio d’ira, di quel moto dell’animo che sembra essere la forza stessa che li trascina in superficie come a prender fiato dall’apnea di affanni. Ma queste emersioni non sono momentanee; ed anche se in qualche modo quello stato d’animo, tranquillo od oppresso che sia e che si identifica con ogni increspatura ed ogni grigio e blu dell’acqua, gli rimane addosso in quelle stesse cromie della pelle e dei capelli accomunanti le teste al loro milieu, alla fine esse non sprofonderanno ancora, in quest’aria sospesa, nel loro mutevole universo, né vi saranno trascinate come novelle anime di palude Stigia, ma s’alzeranno innanzi alle loro scelte, consapevoli della propria volontà, con la stessa determinazione con cui, alla fine della sala, un unico personaggio già si scopre fin sotto il petto.

Tornando poi nella sala principale, attigua alla precedente, opere di maggiori dimensioni ci offrono un quadro tematico più vario. Gli uomini, usciti finalmente da quello che potremmo anche considerare un ambiente generativo, nati – dunque – ed emersi alla luce, cominciano ora il loro percorso di vita, che subito si rivela essere una continua ricerca: come pazienti raccoglitori di conchiglie, essi avanzano, lenti e saldi sulla banchina del mondo, scandagliando ogni attimo, ogni occasione, sempre aspirando a vivere con completezza. E se taluni si spingono con incedere più insicuro come la Hendrickje Stoffels al Bagno di Rembrandt, altri sono assai più padroni di sé: saldo sulle sue gambe, inamovibile nella propria risolutezza, il bagnino chino sui remi impone la propria azione alla nostra attenzione, mentre la sua coscia muscolosa gli infonde un’imponenza per nulla inferiore a quella del Colosso di Goya.

Non si cada tuttavia a questo punto in errore considerando l’acqua come protagonista, anche se indiretta, della mostra. Essa è nulla più che un leitmotiv, un motivo ricorrente, che funge da legante e si inserisce nel contesto globale con una sua precisa valenza semantica, pur non necessariamente voluta: l’evidente spontaneità dei sentimenti di questa pittura, la sincera ricerca in sé di una dimensione della memoria e della felicità da esprimersi, nega anzi l’eventualità di una qualsiasi pianificazione logica ed allegorica delle opere; il significato scivola invece libero ed istintivo almeno quanto il valore iconologico dei nostri sogni.

Ciò non toglie che ogni nostra azione (quindi ogni nostra immagine) possa sempre esser gravida di un senso forse a noi ignoto, inaspettato, ma che comunque la arricchisce quanto meno ad attenti occhi esterni. E così questa acqua ricorrente, che permea di sé fin’anche tutte le cromie dei quadri esposti, uniformemente accordati su fredde tonalità pastello a tratti illuminate da sapienti tocchi di bianco, con le figure rese quasi tangibili dalle frequenti increspature della carta velina fatta aderire alla tela e poi sovradipinta in acrilico quasi a mostrare le crespe delle onde od il gocciolare di corpi che affiorano, da falsa protagonista si rivela veicolo significante dell’autentico tema guida della mostra: la vita. Una vita che nasce, che emerge, che viene caparbiamente affrontata nelle sue sfide mentre un forte vento – lo stesso che scuote un meraviglioso ombrellone sfilacciato azzurro e bianco, il quale coraggioso si staglia e vi s’oppone per non apparir delicato stelo d’erba sottile – la spazza e ne accelera il corso, una vita che si dirige inevitabilmente verso un riposo disteso, fine d’un percorso di ricerca, bilancio di memoria, e che però infine rifiorisce, in quei meravigliosi grembi rigonfi, culle di vita. E mentre osserviamo che il risorgere dell’esistenza è, non a caso, sottolineato dai gialli, dagli arancioni e dalle terre a comporre l’unica tavolozza calda dell’intera mostra, notiamo la solo apparente scomparsa del liquido elemento cristallino, il quale in realtà si cela all’interno del grembo materno, generante una vita che di nuovo, pronta, emergerà da esso per intraprendere un nuovo percorso di esistenza.

Descrivere l’acqua – abbiamo visto – significa quindi operare una scelta, così come alla vita non è essenziale volgere uno sguardo unicamente panoramico, bensì tenendone sempre presenti i confini è possibile isolarne un respiro, un pensiero, un anelito ovvero un pianto, un sorriso. Tralasciando il volto decadente della fine dell’esistenza, questo ha scelto, in fondo, di mostrare Davide Peretti Poggi in tale mirabile serie di opere: l’essenza positiva della vita come ricerca, come memoria di sé e delle proprie emozioni, nel continuo prodursi degli eventi, infiniti e variabili quali le spume di cerulei marosi.

di Alessio Costarelli


1 Via Clavature 8: mostra aperta da martedì a domenica 10-12;15-19. Info 051-230260 o www.davideperetti.it
11

Tags: , , , , ,

Posted in: Arte, Recensioni Mostre |

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Follow

Get every new post on this blog delivered to your Inbox.

Join other followers:

%d blogger cliccano Mi Piace per questo: