Arts and Culture Magazine

Eat me, drink me

2 novembre 2012 by Vittoria Barbiero
Cosa succede quando un artista dell’orrore rivisita un classico dell’inquietudine? Alice nel Paese delle Meraviglie incontra Marilyn Manson: Phantasmagoria, un film sulla paura del buio, che non vedrà mai la luce, un film sul non visto, che non è stato mai realizzato.

Non è un caso che Alice nel Paese delle Meraviglie sia uno dei film della Disney più odiati, e allo stesso tempo comunque baciato dal successo senza tempo della casa di produzione americana. Assurdamente ricco di simbologie, messaggi subliminali, ambientazioni oniriche che assomigliano più ad incubi che a piacevoli sogni: normale che un bambino ne sia spaventato. Alice non è, evidentemente, un film per bambini, non lo è il libro, e non lo è l’autore, in nessun senso. Sono tutti e tre, anzi, l’apoteosi di buona parte delle paure umane, e soprattutto di quelle che vanno al di là della morte, che la precedono: follia, terrore, angoscia, oscurità.

Sicuramente si è detto molto al riguardo dei simboli che si ritrovano in Alice, e anche senza addentrarci nell’analisi di ognuno di essi, possiamo dire che nel loro insieme contribuiscono a dare al lettore (o allo spettatore, nel caso dei film) una sensazione di scarsa comprensione, e quindi di disagio. Il costante riferimento a giochi matematici, come il passo «Proverò a vedere se le cose che sapevo sono ancora al loro posto. Dunque: quattro per cinque dodici, quattro per sei tredici, quattro per sette… povera me, di questo passo non arriverò mai a venti!», che implica una conoscenza delle moltiplicazione in base 12; le speculazioni riguardo la figura del Brucaliffo e del suo fungo, simbolo fallico o allucinogeno di cui avrebbero fatto uso o Alice o Carroll; i numerosi nonsense e i pun linguistici; la presenza di minacce di morte a ogni piè sospinto per la protagonista; gli assurdi cambiamenti di dimensioni dei personaggi, che potrebbero essere un riflesso della cosiddetta “Sindrome di Alice nel Paese delle Meraviglie”, malattia della quale Carroll soffriva – e che da lui ha preso il nome – che comporta emicranie così forti da alterare la percezione delle dimensioni del proprio corpo; i controversi retroscena della vita stessa dell’autore, l’uomo dalle più personalità (Lewis Carroll altro non è che il nome dell’alter ego di Charles Dogson, vero nome dello scrittore), accusato – a tutt’oggi non si sa se ingiustamente o meno – di pedofilia; tutti questi elementi certo non mettono a proprio agio chi si imbarca nella lettura di Alice, nè tantomeno lo spettatore del film di Walt Disney, che, com’è noto, specialmente nelle prime produzioni, era solito inserire elementi di disturbo che sono ricordati come sicuramente poco adatti all’età del target dei cartoni animati: la sequenza degli elefanti rosa in Dumbo, il brano Notte sul Monte Calvo in Fantasia, la trasformazione di Lucignolo in asino in Pinocchio, la musica che accompagna un’ipnotizzata Aurora mentre segue la luce verde di Malefica sulla scala a chiocciola ne La Bella Addormentata nel Bosco, la fuga di Biancaneve nella foresta in Biancaneve, e questo solo per citare i classici.

Ritornando all’originale Alice, possiamo dire che, come gran parte delle cosiddette “favole per bambini”, per bambini non ha assolutamente niente. È quindi normale che, trasponendo in pellicola in maniera più letterale possibile storie come questa, o una qualunque di quelle dei fratelli Grimm, ad esempio, non si ottengano adorabili film per famiglie, ma spesso veri e propri horror. Quando poi è un’icona dell’horror attuale che si mette a fare film ispirati ad Alice, potete immaginare cosa può venire fuori.

Conosciuto sicuramente più per la sua controversa musica, Marilyn Manson non è nuovo al mondo del cinema. Ha recitato in piccoli camei in numerosi film, tra i quali anche Ingannevole è il cuore più di ogni cosa, della nostra connazionale Asia Argento. Dal 2005 è però impegnato nel suo primo progetto come regista di un lungometraggio, progetto che, probabilmente, non vedrà mai veramente la luce. Tuttavia, è stato presentato alla Berlinale del 2006 un trailer di circa cinque minuti sul quale ci possiamo soffermare per capire che idee aveva avuto il regista e quale piega aveva deciso di dare all’opera.

Phantasmagoria – The Visions of Lewis Carroll, questo il titolo del film, è dichiaratamente un horror. Tuttavia, Manson ha apprezzabilmente scelto di rifarsi non al genere splatter o ai nuovi film dell’orrore zeppi di effetti speciali che, spesso e volentieri, spaventano sul momento ma non lasciano un senso di inquietudine sottile che permane anche una volta terminata la visione. Scopo del suo film, come dichiarato da lui stesso, era proprio infatti rifarsi a maestri della paura come Hitchcock, che senza veramente far vedere sangue o ammazzamenti erano comunque in grado di terrorizzare veramente lo spettatore, magari con subdoli espedienti che nulla hanno a che vedere con le realizzazioni al computer, come il bicchiere di latte con dentro la lampadina nella celebre scena de Il Sospetto. Per mantenere questa idea di genuinità della paura, Manson ha scelto di non utilizzare il CGI, ma di portare sul set un prestigiatore che mettesse in scena tutti gli effetti speciali di cui c’era bisogno.

Assolutamente azzeccata, a mio avviso, è anche la scelta delle attrici protagoniste. Se escludiamo Evan Rachel Wood, probabilmente scelta da Manson per lo stesso motivo per cui Benigni sceglie Nicoletta Braschi, ossia più per affetto che non per reale attinenza con il personaggio, tutte le altre hanno dei volti veramente particolari e adatti a questo genere di film. Alice è infatti interpretata dalla modella Lily Cole, che è stata una delle pioniere della tendenza della doll face, “faccia da bambola”, all’interno del mondo della moda, e possiamo immaginare che i suoi enormi occhi di vetro e la sua pelle di porcellana, una volta esasperati dal trucco, possano diventare quanto di più agghiacciante ci può essere in una donna bellissima che interpreta un folle personaggio che salta attraverso uno specchio ed entra in un mondo altro rispetto al nostro. Per quanto riguarda la recitazione, sarà senz’altro una scelta migliore rispetto a Mia Wasikowska, l'”attrice” scelta da Tim Burton per il suo Alice in Wonderland, che è riuscita nella difficile impresa di non mostrare la benchè minima espressione facciale o vocale in tutta la pellicola. Possiamo pensare che, essendo Lily Cole stata scelta apposta per impersonare una disumanizzata Alice, peggio di così non potrà fare.

L’altra attrice scelta, e in questo caso le doti recitative ci sono eccome, è Tilda Swinton, che in Phantasmagoria interpreterebbe la moglie dei sogni di Carroll. Anche qui, capiamo perché sia stata scelta – oltre che per le indubbie capacità: la bellezza discutibile ed aliena di Tilda la iscrive di diritto tra i nomi di attrici che meglio potrebbero sostenere la parte di “donna dei sogni”, nel senso più letterale dell’espressione, una donna uscita da una dimensione parallela e strana, anche se non ufficialmente spaventosa.

Ora, riguardo il trailer, se escludiamo una donna senza busto e un paio di bambole vive con le orbite degli occhi vuote e rotte, non si vede niente di veramente orrendo. Ed è forse proprio questa la chiave: è quello che non si vede che spaventa; è quello che non si vede che vuole farci intuire il regista. Perché in questo caso la semplice ripresa di una schiena di donna con la colonna vertebrale un po’ più in evidenza fa paura? Perché l’immagine è sfumata nel buio. E lo stesso dicasi per altre scene presenti nel trailer: la gabbia di un coniglietto bianco non fa paura se la vediamo nel suo contesto, un negozio di animali; un bacio, una donna immersa nell’acqua, nulla di tutto ciò è inquietante se iscritto nel proprio contesto di appartenenza. Quando però queste immagini vengono estrapolate, immerse nel buio e sfumate, ecco che diventano non viste e quindi sinistre. Se poi queste immagini seguono una linea narrativa totalmente nonsense come quella di Alice, e ci portano in una zona della mente sconosciuta ed inversa che è quella dei sogni, delle paure, del surrealismo, del dualismo di uno specchio, dello sconosciuto, della perversione, allora abbiamo un horror che è potenzialmente un capolavoro, perché si basa sulle paure del bambino, che sono poi le paure ancestrali dell’uomo. E se le cose che ci facevano paura da piccoli ci sembrano molto meno spaventose ora, forse un film del genere potrebbe farci cambiare idea.

Insomma, aspettiamo fiduciosi che questo film superi gli intoppi di produzione e che venga alla luce. Gli amanti dell’horror probabilmente ne saranno entusiasti, e coloro che l’horror non lo amano affatto – e io rientro nella categoria – potranno comunque apprezzare la qualità dell’esecuzione. O quantomeno, così appaiono i presupposti.

di La Ragazza con la Valigia

9

Tags: , , , , , , , , , , , , ,

Posted in: Cinema e Teatro, Recensioni Film |

3 Commenti a “Eat me, drink me”

  1. […] Venite a leggere il resto dell’articolo su […]

  2. Silvana scrive:

    Questa critica fa venir voglia, ad una come me a cui non piacciono gli horror, di vedere un non film che nasce da un libro che narra una storia non sense.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Follow

Get every new post on this blog delivered to your Inbox.

Join other followers:

%d blogger cliccano Mi Piace per questo: