Arts and Culture Magazine

Doctors, doctors

22 ottobre 2012 by Vittoria Barbiero
Da Elton John, ai Who, ai Clash, a Kurt Cobain: tutti ne hanno avuto un paio. Dagli scarti dell’esercito tedesco e da una piccola ditta di un villaggio nelle Midlands inglesi è nato un mito dell’anti-moda: storia degli anfibi del dottor Märtens, di Griggs & Co. e di tutte le generazioni a venire.

«It’s not class or ideology,
Color, creed, or roots,
The only thing that unites us
Is Dr. Martens boots!»

[Non è una classe o un’ideologia,
un colore, un credo, o le nostre radici,
l’unica cosa che ci unisce
sono gli stivali Dr. Martens!]

The Young Ones – S.01 Ep.02 – Oil

Non esistono tanti creatori che riescono a inventare un marchio di fabbrica così riconoscibile da renderlo iconografico, in particolar modo se parliamo di scarpe e non di abiti. Certo, se vediamo una giacca dalla vita sottile e i fianchi leggermente imbottiti abbinata ad una gonna ad A, pensiamo a Dior; un tailleur di tweed bouclé ed è subito Chanel; una borsa a bauletto sui toni del cioccolato e dell’ocra, il primo nome che salta alla mente è Vuitton. Per quanto riguarda le scarpe, invece, è difficile, a colpo d’occhio, stabilire a quale stilista appartengano (a meno di non essere magari appassionati del lavoro di determinati creatori o marchi ed avere quindi “l’occhio allenato”); probabilmente, su due piedi, potremmo affermare che l’icona in fatto di scarpe è la suola rossa di Christian Louboutin, suola che è peraltro ora diventata addirittura un marchio registrato.

Eppure l’alta moda non è l’unica che ha prodotto scarpe che non solo sono facili da riconoscere, e di difficile contraffazione, ma che indicano anche l’appartenenza a determinati e quanto mai diversi gruppi sociali, insomma, delle scarpe con una storia: sto parlando degli anfibi Dr. Martens.

Nel pieno della Belle Époque e della seconda Rivoluzione Industriale, più precisamente nel 1901 (36 anni prima del “Fragonard delle scarpe” Roger Vivier, 65 anni prima del nostro Sergio Rossi, 71 anni prima dell’osannato Manolo Blahnik, 85 anni prima di Jimmy Choo, e addirittura 90 anni prima del già citato Louboutin.. questa sì, che si chiama produzione longeva!), nella piccola cittadina di Wollaston, situata nel bel mezzo delle Midlands, inizia la propria produzione una piccola azienda a gestione familiare, la R. Griggs & Co., che a quest’epoca produce calzature per minatori e soldati. Qualche anno dopo, nel 1943, in un episodio che apparentemente non ha nulla a che vedere col primo, un giovane medico tedesco appassionato di sci si rompe un piede; purtroppo per lui, gli stivali forniti dalla Wermacht sono quanto di peggio possa esistere per camminare con un arto ferito; è così quindi che il dottor Klaus Märtens inizia a progettare un tipo di suola migliore, che potrà tentare di costruire nonappena finita la guerra, con gli scarti dell’esercito e un vecchio amico, il dottor Herbert Funck. Nonostante questo inizio rocambolesco e dei nomi che sembrano usciti da un fumetto di Bonvi o da una canzone di Gianfranco D’Angelo, i due amici riescono non solo a vendere i loro scarponcini a otto buchi, ma ad avere un successo tale in Germania (inaspettatamente soprattutto tra le casalinghe) da decidersi ad ampliare il loro raggio di vendite. Ed è così che Bill Griggs, nel suo ufficio a Wollaston, legge sulla rivista Shoe and Leather News l’annuncio della vendita del brevetto di una particolare suola con un cuscinetto d’aria che ammortizza la scarpa; acquista il brevetto, e crea un nuovo modello, con il design degli stivaletti Griggs, in color oxblood, sangue di bue, e una suola di gomma che rimbalza. Era il 1960 ed era il 1° di aprile. Neanche a farlo apposta.

Il loro successo in Inghilterra e poi nel mondo è sorprendente quanto il loro successo in Germania. I Dr. Martens hanno avuto successo negli ambienti più opposti tra loro, e i più inaspettati, prima tra le casalinghe, poi tra gli operai e i minatori, poi tra i postini, e infine, quando ormai la figura di questa calzatura era inesorabilmente legata alla classe operaia e all’Inghilterra che lavora, tra le sottoculture giovanili; addirittura, si potrebbe affermare che i vari modelli della marca abbiano seguito la naturale evoluzione di queste correnti culturali, accompagnandole e adattandosi a loro. I Doctors battevano il ritmo di soul, ska e beat nelle notti anfetaminiche dei mod nei primi anni ’60; ritornavano alle origini proletarie quando i mod si divisero in peacock mod e hard mod, e questi ultimi decisero che era un orgoglio mostrare la propria appartenenza alla classe operaia; erano allacciati sopra ai jeans Levi’s Sta-Prest quando gli hard mod si rasarono i capelli, perché i capelli lunghi erano degli hippy, e diventarono skinhead; e quando gli skinhead iniziarono ad avere connotazioni sempre più violente e una politica sempre più tendente all’estrema destra, i Dr. Martens erano ai piedi dei sindacalisti di sinistra, e anche ai piedi dei poliziotti che dividevano le due fazioni nei momenti di contrasto. E allo stesso tempo si evolvevano i modelli, si rinforzavano le punte in metallo, e cresceva o diminuiva il numero di buchi per i lacci – e quindi l’altezza dell’anfibio – a seconda della categoria di appartenenza; e passava un decennio, ma non passavano di moda i Dr. Martens, quando i punk arrivarono e dissero “Noi non ci ribelliamo agli hippy, noi ci ribelliamo a tutto!”, gli anfibi camminavano con loro per le strade e ai concerti, sia sotto il palco che sopra; in una quindicina d’anni attraversavano l’Atlantico e si infilavano ai piedi delle ragazze grunge, abbinati a corti abitini tetri e floreali e calzetti rigorosamente bianchi; e dopo un breve momento in cui i Dr. Martens sono stati chiusi nell’armadio, sono stati rilanciati tramite una enorme campagna pubblicitaria completa di video musicali creati ad hoc e alcuni cortometraggi realizzati dal regista Doug Pray; e così, questa volta più mainstream, sono arrivati addirittura in passerella, rimaneggiati e reinventati da stilisti e top model. Insomma, una scarpa modellata sui piedi di chi la porta (anche in senso più letterale, come vedremo tra poco), e un vero viaggio che dura da più di cinquant’anni.

È sorprendente come questo tipo di scarpa abbia trovato successo, nei vari momenti della sua storia, nelle più diverse classi sociali e nei più disparati ambienti politici, non risultando mai fuori posto. Portare questi stivaletti è sembrata una rivendicazione di individualità e anticonformismo anche quando erano interi gruppi ad indossarli, tutti uguali, forse anche per la loro portabilità assolutamente personale. È impossibile prestare un paio di Dr. Martens a un amico, anche qualora questo porti il tuo stesso numero, perché la scarpa viene modellata intorno al piede di chi la porta. Il cuoio con cui vengono realizzati questi anfibi, infatti, è estremamente duro (e per questa caratteristica anche assai durevole), e va quindi “rotto” per poter essere indossato comodamente. Ne risulta una sorta di affezione – o odio – per il proprio paio di scarpe, che ha dovuto subire un lungo periodo di rodaggio e ammorbidimento intorno al piede del proprietario, o spesso addirittura vere e proprie sevizie, per poter essere utilizzato poi in ogni occasione. Rompere un paio di Dr. Martens non è operazione semplice: richiede pazienza, testardaggine, male agli alluci, bagni e asciugature con gli anfibi ai piedi, a volte qualche martellata, un considerevole numero di vesciche e soprattutto desiderio di portarli. È così che si costruisce una storia personale con il proprio paio di scarpe, in modo simile a come fa una ballerina con le proprie scarpette da punta, altro esempio di calzatura che va picchiata, stagliuzzata, e chi più ne ha più ne metta, per poter essere utilizzata da chi la porta. Ciò che cambia rispetto a una scarpetta da ballo, oltre all’aspetto decisamente meno aggraziato, e che fa sì che poi ci si affezioni realmente alle scarpe in questione, è che i Dr. Martens, una volta rodati, diventano scarpe veramente comode e sulle quali evidentemente non è necessario camminare in punta.

L’allure ormai di pietra miliare della storia della moda che hanno questi anfibi è la prova che per uno stilista non è importante tanto la categoria di persone alla quale si rivolge, o il prezzo delle sue creazioni, quanto la qualità della produzione e la capacità di fare breccia nel cuore di intere generazioni; quando il nome dello stilista non è più indicativo solo della persona che ha creato il prodotto, ma del prodotto stesso: è così che si è creata una grande firma.

Vi lascio con tre video: il primo illustra la produzione di queste scarpe-culto, il secondo che spiega il famoso processo di “rottura”, che oggi viene fatto direttamente in fabbrica per la collezione Broken In, dedicata ai più pigri, e infine uno dei cortometraggi firmati da Doug Pray, intitolato Between Lanes.

di la Ragazza con la Valigia

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Posted in: Calzature, Moda |

Un Commento a “Doctors, doctors”

  1. […] anche voi un paio di Dr. Martens? Ditecelo! Venite a leggere il resto del post su […]

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