Arts and Culture Magazine

“Di tetri manieri e oscure pazzie” – Roger Corman e il ciclo di Poe

31 ottobre 2013 by Francesco Dall'Olio
Una delle più geniali e fedeli trasposizioni cinematografiche della letteratura ottocentesca segna il passo nella storia del cinema americano tra le classiche produzioni horror anni Trenta e la contemporaneità splatter/psicologica. Un grande scrittore e un grande regista insieme per fondare una nuova epoca.

Roger Corman, classe 1930, di Detroit, è senza dubbio una delle figure più affascinanti della storia del cinema. Si potrebbe anzi dire che, non fosse stato per lui, il cinema americano avrebbe subito colpi ancora più gravi, a seguito della crisi che lo colpì tra la metà degli anni ’50 e l’inizio degli anni ’70. In quell’età di mezzo fra la fine della Hollywood classica in bianco e nero e l’inizio della Nuova Hollywood fatta di gangster, viaggi nello spazio e sogni collettivi, mentre le major stentavano ad attirare il pubblico giovane, un’infinità di piccole case di produzione indipendenti era lasciata libera di prenderne il posto senza farsi pregare. I loro erano film commerciali, blockbuster di vari generi dalla commedia alla fantascienza, per lo più disimpegnati, con attori non sempre famosi e budget evidentemente miserrimi: proprio per questo, attiravano il pubblico, che accorreva a vederli in massa. Di questo tipo di cinema, quello dei cosiddetti B-movie, Roger Corman è sempre stato considerato il re. Ne ha diretti più di trecento, nei generi più diversi, sempre autofinanziandosi oppure accettando solo soldi di piccole case produttrici, con un entusiasmo e una passione da fare invidia a Don Chisciotte, e quasi sempre trovando la risposta di un pubblico di devoti appassionati che ancora oggi sembra ben lontano dal diminuire. E non parliamo poi di tutta la gente che, tramite il suo lavoro, Corman ha praticamente indirizzato al cinema, come registi o come attori: Francis Ford Coppola, Martin Scorsese, Jonathan Demme, Jack Nicholson, Robert DeNiro, giusto per fare qualche nome, sono tutti passati nei suoi studi di produzione, imparando da lui lezioni importanti che poi non hanno mancato di mettere a frutto.

Ma il campo in cui Corman ha trovato incontestabilmente la fama più duratura è stato l’horror. Vi si accosta la prima volta a inizio anni ’60, con due commedie nerissime dalle venature splatter, A Bucket of Blood (Un secchio di sangue, 1959) e soprattutto il cult The Little Shop of Horrors (La piccola bottega degli orrori, 1960). Il successo ottenuto con queste due pellicole lo invoglia a riprendere in mano un vecchio progetto, forse il più ambizioso della sua filmografia fino a quel momento: portare al cinema il racconto di Edgar Allan Poe The Fall of the House of Usher (La caduta della casa Usher, 1839), da lui letto al liceo e amatissimo. I capi della piccola casa di produzione che lo sostiene, l’American International Pictures (AIP), sono scettici sulla possibilità che possa davvero interessare il pubblico giovanile, ma l’entusiasmo del regista li convince (assieme, probabilmente, al grande successo incontrato dai film della Hammer, la casa di produzione inglese che ha appena riportato sugli schermi Dracula e Frankenstein). La produzione è davvero ambiziosa: un milione di dollari di budget, tre settimane di riprese, una casa gotica ricostruita negli studi di posa che alla fine del film va a fuoco, e soprattutto l’ingaggio di due fuoriclasse, lo scrittore Richard Matheson come sceneggiatore e l’attore Vincent Price, classe 1911, di St. Louis (Missouri), come protagonista. Alto quasi due metri, dai modi raffinatissimi e dalla voce vellutata e inquietante, Price è già da qualche anno una star del genere, e accetta con entusiasmo l’offerta. I fatti danno pienamente ragione a Corman: in una sola settimana, il film è il suo più grande successo fino ad allora.

Quel che Corman forse non aveva previsto, era che, a questo punto, la AIP insista perché ne giri altri. Ma il regista, che ama davvero Poe e comunque trova il tempo anche di realizzare altri film, accetta comunque dai produttori due contratti di fila per due/tre film l’uno, tutti con Vincent Price protagonista tranne il terzo, Premature Burial (Sepolto vivo, 1962). In quattro anni, ne realizza altri sette, realizzando così quello che è uno dei più impressionanti e imponenti cicli cineletterari di sempre, pari per altezza di risultati ai lavori shakespeariani di Orson Welles e Kenneth Branagh.

A dire la verità, i film veri e propri del ciclo sarebbero soltanto sei, perché due di essi possono essere a buon diritto giudicati apocrifi. Del primo, Premature Burial, abbiamo già detto il motivo, ovvero la mancanza di Vincent Price, sostituito dal comunque bravo Ray Milland. Il secondo è The Haunted Palace (La città dei mostri, 1963), sesto in ordine di realizzazione, dove a mancare è proprio l’autore: nonostante porti il titolo di una poesia di Poe, in realtà è un libero adattamento di The Case of Charles Dexter Ward (Il caso di Charles Dexter Ward, 1927) di H. P. Lovecraft. Alcuni, inoltre, vi inseriscono anche The Terror (La vergine di cera, 1963), che però non solo non vede Price protagonista (al suo posto, ci sono Boris Karloff e un giovanissimo Jack Nicholson), ma non è nemmeno tratto da un racconto di Poe, trattandosi di una storia originale di Corman. Mi limiterò quindi a considerare i restanti sei film, che si lasciano esaminare anche a coppie, e sono indicativi di come il ciclo, nelle mani di un regista geniale, si riveli davvero una successione di opere ricca di sorprese, le quali indagano in pratica tutte le sfaccettature dell’horror.

La prima coppia è quella degli horror “psicologici”. House of Usher (I vivi e i morti, 1960) e The Pit and the Pendulum (Il pozzo e il pendolo, 1961) sono due storie di pazzia, sangue malato e case che portano, nella loro condizione cadente, le tracce fisiche della deformità morale dei loro abitanti. In entrambi i film, un uomo vi arriva cercando le notizie di una persona cara: nel primo, il fidanzato di Madeline Usher, sorella dell’inquietante Roderick (Vincent Price), nel secondo, il fratello della da poco defunta moglie del nobile spagnolo Nicholas de Medina (sempre Vincent Price). E in entrambi i casi, il malcapitato si ritrova precipitato all’interno della storia criminosa e maledetta del personaggio di Price, ossessionato dal pensiero di rivivere le spaventose azioni compiute dai propri antenati, divorato dall’interno da una malvagità tutt’altro che estranea al suo carattere, ma che raffigurata in questo modo sembra davvero assumere le caratteristiche di un’inarrestabile forza della natura.

Particolarmente geniale e innovativo è il modo in cui Corman, mischiando Poe con Freud – il regista ammette anzi che secondo lui lo scrittore di Baltimora ha anticipato gli studi del medico viennese – , tratta la casa degli Usher nel primo dei due film. “Il mostro è la casa”, rispose il regista a chi gli chiedeva che senso avesse un horror senza mostri (cosa per l’epoca abbastanza inusuale): e per tutto il film, quest’ultima esercita sui personaggi una tensione davvero opprimente. Con le sue severe pareti di legno, la larga crepa che si apre lungo la parete rendendola sempre più instabile, la cripta sotterranea piena di ragnatele dove Madeline verrà sepolta viva dal fratello, la casa Usher è insieme una proiezione mentale dello stato allucinato e catatonico in cui Roderick Usher (biondo pallido e con due occhi azzurri irreali, un capolavoro di gesti eleganti da gentleman e occhiate improvvisamente assassine da parte di Price) trascina la sorella e il suo fidanzato, e la causa stessa del suo comportamento asociale, gigantesca e mostruosa madre che intende divorare i suoi figli. Nel secondo film, altrettanto forte si rivela l’eredità del sangue: Nicholas de Medina è tormentato dal ricordo del padre inquisitore (sempre Vincent Price), che torturò con gli attrezzi del suo mestiere la moglie adultera e il fratello sotto gli occhi di lui bambino, e alla fine anche lui impazzirà, finendo per torturare con un gigantesco pendolo il fratello della propria moglie (Barbara Steele, arrivata dritta dritta da un altro horror gotico, l’italiano La maschera del demonio di Mario Bava, 1960).

La seconda coppia cambia registro: Tales of Terror (I racconti del terrore, 1962, che comprende tre episodi: Morella, The Black Cat [Il gatto nero] e The Facts in the Case of M. Valdemar [Valdemar]) e The Raven (I maghi del terrore, 1963) sono i due film “comici” del ciclo, o meglio, i due film “grotteschi”. Sono anche i film che vedono, attorno all’immancabile Vincent Price, la presenza di un cast notevolmente più ricco, composto da star della vecchia stagione horror e fantastica anni ‘30 (Peter Lorre, Boris Karloff, Basil Rathbone), elemento non indifferente al grande inserimento di elementi umoristici da parte di Corman.

Nel primo dei due film, l’elemento inquietante è ancora mantenuto, solo virato in un’ambientazione che non è più cupamente gotica e opprimente. L’orrore adesso esce in strada tra la gente, si nasconde dietro storie di ordinaria amministrazione, si ammanta per così dire di rispettabilità. Particolarmente ben riuscito, a tal proposito, l’episodio The Black Cat (quello al centro di Tales of Terror), dove il sommelier fannullone e perennemente ubriaco Montresor (Peter Lorre) uccide la moglie adultera e il rivale e amante di lei Fortunato Lucchesi (Vincent Price) murandoli in cantina, salvo poi venire smascherato dal gatto nero dell’omonimo racconto. Fino a questa improvvisa svolta degli eventi, l’atmosfera è quella di una commedia grottesca pervasa da un sottile umorismo nero, dove la bravura di due grandissimi istrioni quali sono Price e Lorre disegna alla perfezione due personaggi fatui, uomini in realtà abbastanza mediocri, piccoli pesci in uno stagno, ma proprio per questo pronti a ogni atto di violenza. La commedia diventa poi protagonista assoluta del secondo film, The Raven, uno dei più amati da Corman e dai suoi fan, una commedia fantasy che anticipa di quarant’anni, per certi aspetti, la saga di Harry Potter. La sfida tra i tre maghi Erasmus Craven (Vincent Price), Adolphus Bedlo (Peter Lorre) e Dr. Scarabus (Boris Karloff), oltre a essere un’incredibile gara di bravura fra tre interpreti in stato di grazia (e non dimentichiamo che nel film c’è anche Jack Nicholson), è un divertentissimo e riuscito ribaltamento di tutto il ciclo precedente: di nuovo un castello diroccato (quello di Scarabus), di nuovo una moglie adultera, di nuovo rapporti contrastati padri-figli, ma stavolta trionfa il piacere del fantastico e un umorismo sulfureo molto inglese, a ribadire in maniera intelligente come l’orrore nasca dalle nostre relazioni apparentemente più innocue.

L’ultima coppia, invece, potremmo definirla quella degli horror “filosofici”. Girati entrambi in Inghilterra, in maniera ancora più ambiziosa dei precedenti, con grande impiego di scenografie maestose e – specie nel secondo – scene in esterni, sono i film in cui all’orrore si cerca di dare una sorta di giustificazione esistenziale. Specialmente il primo, The Masque of the Red Death (La maschera della Morte Rossa, 1964), si pone come esplicito “remake” in chiave gotica di Det sjunde inseglet (Il settimo sigillo, 1957) di Ingmar Bergman (Corman si disse esplicitamente convinto che l’idea del film il regista svedese l’avesse ripresa dal racconto di Poe). In un’Italia medievale che, per la fantasia cromatica con cui è ricreata, sembra anticipare di due anni quella dell’Armata Brancaleone (1966), il dispotico principe Prospero (Vincent Price), adoratore di Satana, raduna nel suo castello i nobili dei dintorni per un ininterrotto festino-orgia mentre fuori infuria la peste, e intanto cerca di educare una giovane e pura contadina al culto del Dio del Male, motivando la sua devozione con la debolezza e le contraddizioni del Dio cristiano di pace e d’amore. Ma la Morte Rossa, avvolta in un’inquietante cappa rossa da frate, arriverà anche da lui e dai suoi ospiti, prima di allontanarsi coi suoi “colleghi” (la Morte Gialla, la Morte Azzurra…) in un allucinato finale, come se il film fosse stato solo una gigantesca Danza della Morte, e la credenza nella bontà e nell’amore un’esile speranza.

Meno forte, a questo punto, l’ultimo film del ciclo, ma per la semplice ragione che Corman era ormai stanco della serie. E tuttavia, è proprio la stanchezza a donare a The Tomb of Ligeia (La tomba di Ligeia, 1964) uno strano fascino: nella storia di un uomo (Vincent Price) perseguitato dal fantasma della moglie perché intenzionato a risposarsi, Corman e Price forniscono una sorta di suggello al proprio percorso assieme. In fondo, lungo il film, che ha grandi scene all’aria aperta nella campagna inglese, si respira un senso di imminente e a tratti avvenuta liberazione, la sensazione che qualcuno può essere dannato, ma che in fondo c’è qualcosa che regge più forte dell’orrore della Morte mostrato nel film precedente. Anche per questo, il film suona come un affettuoso, ma proprio per questo definitivo, addio a qualcosa che si è amato fare.

L’impatto di questi film sulla cultura americana e globale è stato notevole, e non solo perché dobbiamo loro l’esistenza di cineasti come Tim Burton (Vincent Price, morto nel 1993, era il suo attore preferito, e non a caso interpreta l’inventore di Edward/Johnny Depp in Edward Scissorhands [Edward mani di forbice], 1990). Roger Corman fu capace di riprendere la cinematografia horror classica, caduta in disuso dopo la grande stagione Universal degli anni ’30, e riadattarla ai suoi tempi, in maniera più o meno analoga a quanto stava facendo, in Inghilterra, la casa di produzione Hammer. Nella cornice solenne e paludata delle case stregate, egli inserì un elemento psicologico più disturbante, più contorto nelle sue relazioni esplicitamente psicanalitiche, così che la malattia della psiche fosse il corrispettivo della decadenza esterna, e le due fossero sempre collegate. E così il Male, il mostro da temere, non è più un vampiro o una belva, ma noi stessi, i risultati del nostro rapporto con un mondo esterno che al tempo stesso ci attrae e ci respinge, che sembra essere malvagio ma forse lo è solo perché noi lo vediamo in questo modo e/o lo rendiamo tale. Da lì, dalle profondità della nostra psiche, nascono i mostri, anzi noi siamo i mostri: questa la “filosofia” che Corman riprende dal genio di Poe e ricrea sullo schermo, ogni volta variando la formula, passando dall’horror psicologico senza via di scampo dei primi due film alla commedia grottesca dei due centrali e terminando con le grandi epifanie di morte e di vita degli ultimi due. E si apre così la strada che, nel giro di pochi anni, condurrà all’horror moderno, quello onirico di John Carpenter e Wes Craven, quello grottesco di John Landis e Joe Dante, quello metaforico di George A. Romero e Roman Polanski, registi che, buttata via la maschera del gotico, oseranno portare l’orrore direttamente nella nostra vita quotidiana. Ma il merito di aver loro spianato la via è soltanto loro, del re dei B-movie e del suo fedelissimo attore dalla voce dolcemente inquietante, oltre che, ovviamente, di quel geniale alcolista che, un secolo prima, regalò all’umanità i suoi incubi.

di Francesco Dall’Olio

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