Arts and Culture Magazine

Dall’arte alla natura. Le trasformazioni dei Preraffaelliti

15 aprile 2012 by Lady Lindy
I pittori che si immersero nella tradizione e rinnovarono a fondo il modo di intendere l’arte: uno sguardo alla confraternita dei Preraffaeliti, dalle origini alle influenze future.

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Sappiamo che il 1848 fu un anno cruciale per le sorti dell’Europa. In Francia, Italia, Grecia, si viveva il pieno delle rivoluzioni. Anche nella stabile Inghilterra avveniva qualcosa: oltre alle manifestazioni cartiste a Kensington Common, spesso sfociate in gravi violenze, una piccola-grande rivoluzione in campo artistico stava compiendosi, destinata a cambiare per sempre il senso estetico negli anni a venire.

Tutto ha inizio quando, proprio nel 1848, un gruppo di giovani armati di ideali e senso critico si ritrova a discutere dell’avvenire, di arte, di società. Loro sono John Everett Millais, William Holman Hunt e Dante Gabriel Rossetti. Hanno dai 19 ai 23 anni, e intendono riformare radicalmente la pittura e la scultura vittoriana del loro Paese, monopolizzata dalla Royal Academy: il potere che questa istituzione deteneva, tanto da poter decretare il valore di un artista e la fine della sua carriera, perdurava dal 1768 e ovviamente influenzava tutto il mondo artistico londinese – i privilegiati erano coloro che si attenevano alle regole accademiche, senza metterne in discussione i valori, possibilmente emulando i grandi maestri rinascimentali italiani come Michelangelo e soprattutto Raffaello.

I tre pittori del gruppo iniziale, malgrado le differenze di carattere, hanno tutti studiato proprio alla Royal Academy: è esattamente per questa loro formazione che la conoscono tanto bene, e riescono a prendersi gioco tanto di essa quanto del fondatore sir Joshua Reynolds, soprannominato Slosh o Sir Sloshua (dal verbo inglese to slosh, “versare la pittura”, o dal sostantivo corrispondente, cioè “poltiglia”). Ancora, sui libri che riportavano immagini del barocco Rubens scrivevano “sputare qui”.

Tutte le ispirazioni di Hunt, Rossetti e Millais sono, in effetti, assolutamente anticonvenzionali. I maestri a cui guardare non sono i rinascimentali, ma i puri e onesti medievali – da qui deriva il nome Preraffaeliti, cioè ammiratori di tutto ciò che viene prima di Raffaello, mentre la definizione “confraternita” serviva a dare un tono più elitario ed esclusivo; Da Vinci, Van Eyck, Beato Angelico, Duccio di Buoninsegna erano modelli tradizionali da cui partire, ma l’influenza maggiore sarà senza dubbio quella di un intellettuale dell’epoca, John Ruskin, con il suo Modern Painters (Pittori Moderni). Qui l’autore esorta gli artisti ad “andare incontro alla natura con tutta la franchezza del loro cuore… non respingere niente, non scegliere niente, e non disprezzare niente“.

Un consiglio che i Preraffaeliti coglieranno alla lettera: la fedeltà quasi maniacale alla natura sarà una delle caratteristiche più importanti del loro stile – perciò ogni dipinto veniva preparato osservando il soggetto vero e proprio, o utilizzando un modello concreto da analizzare e studiare (comprese modelle e attrici che posavano per una determinata scena, ad esempio Elizabeth Siddal, Jane Morris o Julia Prinsep-Stephen, madre di Virginia Woolf. Molto spesso i pittori facevano posare amici o familiari, oppure si ritraevano fra loro); basti pensare che Millais arrivò a cancellare le giunchiglie dipinte nel famosissimo quadro Ophelia, dopo essersi reso conto che queste fiorivano soltanto in primavera mentre la scena si svolge in autunno. Tutto doveva combaciare perfettamente con la realtà, ma esprimendo un’idea genuina e personale dell’artista.

La confraternita, che inizialmente aveva un carattere di esclusività, finì per influenzare tantissimi giovani pittori inglesi che ne condividevano gli ideali, soprattutto dopo la prima controversa esposizione proprio alla National Gallery. Possiamo quindi sostenere che lo stile preraffalita venne adattato a diverse esigenze e altrettanto diversi temi, tutti in ogni caso esplorati in modo anticonvenzionale e scioccante per il pubblico vittoriano. I temi biblici e religiosi furono particolarmente amati da Rossetti (Ecce Ancilla Domini) e Millais (Cristo nella casa dei suoi genitori), ma considerati blasfemi da molti critici, fra i quali anche Charles Dickens.

Non mancarono i quadri di denuncia sociale, che portavano l’attenzione sulla crescente emigrazione e sulla quotidiana tragedia delle classi più povere. Notevoli sono sicuramente Addio all’Inghilterra e Il Lavoro di Ford Madox Brown, o l’opera dal sapore quasi iperrealista di Walter Langley, un seme destinato a portare frutto nella seconda metà del secolo e all’inizio del Novecento.

Ma i soggetti che faranno a tutti gli effetti la fortuna dei Preraffaeliti sono quelli  influenzati da un certo spirito romantico, ovvero i temi shakespeariani e medievali, che incontravano maggiormente il gusto di borghesi e nuovi ricchi: in questo modo gli artisti potevano trovare opportunità di mercato e far sopravvivere la confraternita. Vennero illustrate le opere più famose di Shakespeare, in particolare gli episodi più struggenti e commoventi, come il già citato suicidio di Ofelia nell’Amleto, o anche Macbeth, Re Lear, e la commedia La dodicesima notte (cfr. La Notte dei Re di Walter Howell Deverell).

Fra i più famosi temi a sfondo medievale, con uno sguardo particolare per la leggenda arturiana (era importante rifarsi alle radici della Nazione), è d’obbligo citare La dama di Shalott, leggenda italiana che ispirò il poeta laureato Lord Alfred Tennyson (1809 – 1892) e fu prediletta da John William Waterhouse. L’Italia donò molti altri spunti culturali, come la figura di Lucrezia Tornabuoni, ma fu Rossetti a farsi influenzare maggiormente dal Paese che rappresentava le sue origini. Suo padre, infatti, era nato a Vasto (Chieti) e insegnava letteratura italiana all’università di Londra. Fu appunto da suo padre che il pittore apprese l’amore per Dante Alighieri, e lo rappresentò ogni volta che gli fu possibile nelle tele. Fra quelle più famose, citiamo Il primo anniversario della morte di Beatrice e il celeberrimo Beata Beatrix, dipinto in occasione della morte della moglie Elizabeth Siddal.

Pervaso da un misticismo sottile e incredibilmente reso con la tecnica dello sfumato, viene colto il momento esatto in cui l’anima di Beatrice/Elizabeth si diparte dal corpo mortale e raggiunge l’aldilà, quindi l’estremo respiro dell’amata, l’estasi di una persona che viene finalmente a contatto con Dio. L’atmosfera non manca di una certa sensualità, soprattutto nell’espressione di completo abbandono della donna idealizzata, mentre Dante, che in questo caso rappresenta sia il poeta italiano sia il pittore inglese, osserva impotente. I dettagli sono simbolici: la meridiana indica l’ora fatale della morte, a sinistra è visibile Amore, mentre la colomba rossa, “messaggera di morte” secondo le parole dello stesso Rossetti, deposita un papavero fra le braccia dell’amata. Ricordiamo che dal papavero si ricava il laudano, sostanza con la quale Elizabeth Siddal si suicidò.

In Rossetti possiamo identificare una sorta di leader, o figura centrale di tutto il movimento artistico, difatti con la sua morte (1889) inizierà il periodo di declino dei preraffaeliti. Molte generazioni di artisti inglesi avevano ormai conosciuto questo nuovo stile di dipingere, e in un modo o nell’altro ne erano stati influenzati. Dopo aver conquistato una certa popolarità anche negli Stati Uniti, in Francia e in Italia, si può dire che nei primi anni del Novecento il Preraffalitismo rappresentò la tendenza pittorica dominante in parallelo con l’Estetismo (Malevich) e il Neoclassicismo (Bouguereau, Leighton, Alma-Tadema), perdendo quella carica eversiva e anticonformista che aveva caratterizzato la prima generazione. Nello stesso periodo, fra fine Ottocento e inizio Novecento, un’altra rivoluzione era avvenuta: si tratta degli Impressionisti. Da loro alla modernità il passo fu breve, ma l’immaginario preraffaelita è sempre stato, ed è tuttora, presente nella cultura visuale occidentale, a testimonianza dell’importanza e dell’eredità di questo gruppo di artisti.

di Lady Lindy

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Posted in: Correnti Artistiche |

6 Commenti a “Dall’arte alla natura. Le trasformazioni dei Preraffaelliti”

  1. hetschaap scrive:

    Brava Lindy! Ti avevo già detto che i Preraffaelliti sono tra i miei pittori preferiti? Insieme all’italianissimo (e sottovalutato) Purismo, naturalmente. Bellissimo articolo.

    • LadyLindy scrive:

      carissima, grazie mille dei complimenti! A me il purismo non dispiace, e in effetti è raro sentirne parlare (di certo si sente meno di altre correnti artistiche)

    • Keyla scrive:

      I think that Siddal’s writing is as etearhel as she was. Her poetry reflects a strong disillusionment that I can connect to. As to her self-portrait, I couldn’t believe it was she, the first time I saw it! All her bitterness and unhappiness is so eloquently portrayed there Perhaps she was sick of having her image painted as she fills his dream and not as she is ,(cf: In An artist’s Studio by Christina Rossetti) and Lizzie was beyond doubt unhappy Today I am sharing Echo by Christina Rossetti, where the reader infers that she has lost her lover many years ago and her only way of seeing him is through her dreams. Christina dwells on death in almost all her poetry in a delicate and haunting way: O dream how sweet, too sweet, too bitter sweet,/Whose wakening should have been in Paradise,/Where souls brim-full of love abide and meet/Where thirsting longing eyes/Watch the slow door/That opening, letting in, lets out no more . Echo Come to me in the silence of the night; Come in the speaking silence of a dream; Come with soft rounded cheeks and eyes as bright As sunlight on a stream; Come back in tears, O memory, hope and love of finished years. O dream how sweet, too sweet, too bitter sweet, Whose wakening should have been in Paradise, Where souls brim-full of love abide and meet; Where thirsting longing eyes Watch the slow door That opening, letting in, lets out no more. Yet come to me in dreams, that I may live My very life again tho’ cold in death: Come back to me in dreams, that I may give Pulse for pulse, breath for breath: Speak low, lean low, As long ago, my love, how long ago. (it appeared in Goblin Market and Other Poems 1862)

    • Lady Lindy scrive:

      @ Keyla
      I think that Siddal’s poetry and self-portrait coincide in some way. There’s a strong contrast between the way Dante and the other painters see her, and how she sees herself.

  2. Alessio Costarelli scrive:

    Al solito complimenti per l’ottima presentazione, che riesce ad essere allo stesso tempo completa e sintetica, ricca ed essenziale, ma che soprattutto è stata capace di rendermi assai piacevole la lettura di un argomento a me particolarmente ostico.
    Personalmente, infatti, trovo i Preraffaelliti a dir poco abominevoli, e Rossetti più di tutti: troppo leccati, troppo allegorici, eccessivamente compiaciuti della loro cultura personale (Rossetti era un tipo alquanto difficile da trattare) che tentano in ogni modo di ostentare attraverso cavillose simbologie, divertendosi a ballare sulla soglia del doppio senso per il puro gusto di pizzicare la perbenista società borghese in cui sono immersi. Vogliono fare i simbolisti, ma si sognano le sfavillanti ma sincere costruzioni di Gustave Moreau. Basti prendere ad esempio proprio la “Beata Beatrix” e la sua meridiana, in cui oltre all’ora fatale della morte molti critici hanno visto anche non troppo velate analogie falliche: certo, la critica spesso si lascia prendere la mano dal livello iconologico di lettura di un’opera, ma c’è anche da dire che la “estasi” di Beatrice, tutt’altro che paragonabile a quella della Santa Teresa di Bernini, suggerisce facilmente il confronto. Noiose sono quelle figure impagliate e plasticate, rese con un linearismo tanto accentuato (vd. Sir Edward Burne-Jones) come nessun Giotto, nessun Simone Martini, nemmeno – decenni dopo – nessun Paolo Uccello o Botticelli avrebbe mai impiegato. Per non parlare di quelle cromie pastello, che pretendono di rendere i colori di Beato Angelico con uno sfumato veneziano/tardo tizianesco applicato al gessetto invece che all’olio, così neutri, così scialbi, così freddi, intellettuali, privi di quella passione romantica cui invece pretenderebbero di rifarsi. Insomma, sono degli spocchiosi dalla mente assai sveglia che vogliono spacciarsi per mistici, facendosi beffe della retrograda mentalità accademica, ammuffita alla Royal Academy of Art di Londra quanto al Salon di Parigi, desiderosi di infondere all’arte inglese quella scossa che solo Turner fu in grado di dare, senza però possedere un mignolo del suo talento. Le uniche due opere apprezzabili sono quella candida e timorosamente autentica “Ecce ancilla Domini” di Rossetti e, ma solo in parte, “Il risveglio della coscienza” di Hunt: tutto il resto, oltre che stucchevole, è solo stucco, pur avendo il merito di preludere parzialmente alle grandi invenzioni del Simbolismo ed alla decoratività Art Nouveau.

    • LadyLindy scrive:

      mi era giunta voce che i Preraffaeliti non erano esattamente la tua passione predominante! Però, devo darti atto che su un punto della tua critica sono assolutamente d’accordo. Pur di scioccare il pubblico erano disposti anche a giocare (fin troppo) sulle loro conoscenze. Di sicuro c’era un divertimento un po’ spocchioso in tutto questo, se pensiamo che Beata Beatrix arriva ad un numero di interpretazioni e analisi superato, forse, solo da “La tempesta” di Giorgione e “La Primavera” di Botticelli… anche il fatto che sempre Rossetti infilasse ovunque delle frasi in italiano, quando a Londra la nostra lingua non era certo conosciuta quanto il francese (nemmeno dalle classi alte), possiamo interpretarlo come una certa ostentazione. Lui, poi, era un personaggio tutto particolare.

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