Arts and Culture Magazine

Creare o subire? – Breve riflessione su moda e umanità

5 febbraio 2012 by Alessio Costarelli
Una breve riflessione sul valore ed il senso della Moda nella società e sul nostro rapportarci ad essa, alla ricerca di un equilibrio tra protagonismo e servilismo.

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Morte – Ti guardo.
Moda –  Non mi conosci? […] Io sono la Moda, tua sorella. […] L’una e l’altra tiriamo parimente a disfare e a rimutare di continuo le cose di quaggiù, […] ma tu fino da principio ti gittasti alle persone e al sangue; io mi contento per lo più delle barbe, dei capelli, degli abiti […]
1

Ed in effetti, benché l’accostamento operato dal poeta di Recanati – originale e ricco di spunti di riflessione – possa apparire a certuni quantomeno assai opinabile, è indubbio che Moda e Morte siano, relativamente all’uomo, addirittura gemelle. Ponendosi infatti come canone imitativo di aspirazione universale ed avendo l’uomo da sempre sviluppato la propria mente attraverso l’adesione ad un modello innovativo che solo in un secondo momento, grazie a personalità “illuminate”, viene dialetticamente contrastato, plasmato e quindi ricreato, la Moda è una tendenza primigenia ed a suo modo scientifica che accompagna fin dalle origini la trasformazione della società umana. La nostra evoluzione è quindi di tipo imitativo, spesso emulativo, ma in ogni caso fondata sulla ciclica estensione di un exemplum dalle caratteristiche fortemente persuasive.

E proprio questa ciclica permutabilità, questa intrinseca transitorietà è uno dei suoi aspetti fondamentali: la Moda è mutevole e camaleontica, una continua innovazione che in fondo però, proprio come la storia del pensiero e della società, si presenta quale un’eterna riflessione e reinterpretazione di sé (topico non a caso è il motivo de “la moda ritorna”). A questo punto, dunque, sorge spontaneo un primo interrogativo: alla luce di tal “eterno ritorno”, l’idea di consunzione da sempre legata alla Moda è davvero reale? Moda e Morte sono sorelle o v’è stato un errore all’anagrafe?

Per Leopardi la risposta è semplice: entrambe sono figlie di Caducità. Ed è fuor di dubbio che la sempre maggior frequenza di cambiamenti nelle proposte che la quotidianità ci offre, frequenza che cresce in modo direttamente proporzionale alla frenesia del mondo contemporaneo, suggerisce la medesima risposta; senza considerare che la Moda è pur sempre un prodotto umano ed in quanto tale, come già antiche religioni e vetuste filosofie da millenni ci rammentano, sottomessa necessariamente alla medesima ingenita corruttibilità. Eppure, nel suo perpetuo rileggere sé stesso adeguando progressivamente stilemi più o meno fissi al mutare dei tempi di cui pure è figlio, correndo parallelo alle trasformazioni culturali in corso, il principio di “moda”, aristocraticamente fedele al proprio stereotipo, più che fare una rivoluzione tende ad innovare nella tradizione, tanto lontano dal dimenticare in vetrina il proprio passato da divenire anzi, a tutt’oggi, una delle più lampanti espressioni di post-modernismo. E’ a tal punto coerente con sé stesso che in quello che dovrebbe essere il trionfo della fantasia e della imprevedibile creatività, autorevoli studiosi sono giunti perfino ad individuarne delle costanti, dei modi regolarmente oscillanti degni d’una legge fisica sul moto del pendolo; un esempio per tutti: nella moda di costume, le fogge si spingono alla loro massima espansione con aspetti talvolta paradossali per poi venire abbandonate a poco a poco, secondo un andamento da un estremo all’altro2.

A questo, pare, non è possibile sottrarsi. Tantomeno in una società come quella odierna, in cui la dilagante standardizzazione di usi e costumi richiede per sua stessa natura una produzione “industriale” di modelli, quasi idee platoniche per ogni singolo aspetto della nostra vita descriventi un universo sempre più tristemente simile al controllo universale immaginato da Orwell o dai fratelli Wachowski. La Moda – che è bene ricordare non esser solo questione di sartoria (per quanto in questa veda la propria migliore espressione), bensì qualunque «scelta compiuta in base a criteri di gusto che hanno la caratteristica di presentarsi fin dal principio come transitori»2 – altro non è, quindi, che uno “strumento di controllo”.

Moda – Generalmente parlando, io persuado e costringo tutti gli uomini gentili a sopportare mille fatiche e mille disagi, e spesso dolori e strazi, e qualcuno a morire gloriosamente, per l’amore che mi portano1.

Non a caso, è stato più volte osservato come essa si imponga quale mezzo privilegiato per il desiderio di differenziazione in senso verticale di una determinata classe sociale dalle altre e già Cesare Vecellio (1521-1601), pittore e primo storico dell’abbigliamento, osservava che le nuove tendenze prendono corpo ad opera di prìncipi.

Tuttavia, abbiamo già avuto modo di notare la corrispondenza moda-cultura e dando anche solo un rapido sguardo alla storia è facile rendersi conto che, più che creatrice, la Moda è stata via via frutto dipendente dall’evoluzione sociale e si è trasformata insieme con essa. Non è un caso che, con l’avvento della borghesia e delle rivoluzioni industriali lungo tutto il XIX sec., la moda maschile si sia scrollata di dosso ogni fronzolo e gioiello per attestarsi su un ben più sobrio (e tutt’ora sostanzialmente valido) modello di praticità che rispecchia un nuovo rapporto, più diretto, delle classi produttive col lavoro cui erano legate, al quale, in un certo senso, cominciarono a partecipare in prima persona; così come l’avvento del tailleur e dei pantaloni nella moda femminile, pur declinato secondo i canoni opportuni, è stato indicativo del nuovo ruolo della donna nella società, tanto da giungere a sviluppare, negli anni ’60, quel rivoluzionario concetto di unisex, specialmente attraverso quello che fu assunto come suo capo simbolo: i blue-jeans. In particolar modo con la seconda metà del Novecento, la Moda si è anzi dimostrata uno strumento quanto mai democraticizzante che, pur mantenendo la separazione per ceti (ora però più semiotica che “iconologica”), ha sviluppato una differenziazione della società soprattutto in senso orizzontale, tutt’al più dando ragione a Leonardo da Vinci, che nella sua mutevolezza ravvisava un indice, a quanto pare assai comune, della pazzia umana. Il principio di “sciupìo vistoso” teorizzato sul finir dell’Ottocento dal sociologo statunitense Thorstein Veblen (1857-1929) nella sua opera The theory of the Leisure Class (1899; La teoria della classe agiata, Torino, 1949), secondo cui l’ostentazione della ricchezza si fa mezzo propulsivo del prestigio individuale in una società fortemente competitiva, si applica ora non più alle sole classi benestanti, ma ad ogni strato sociale, in un decadente vortice narcisistico che non tiene nemmeno più tanto conto della ricchezza, ma unicamente dell’atto di ostentare.

Ma allora, cos’è la Moda? uno strumento di controllo od un fenomeno di massa? E’ un’espressione del sentire comune od un’imposizione sulle scelte massificate? In conclusione: noi creiamo o subiamo la Moda? Di certo è un evento esteso, un modo di confrontarsi con la società e di decidere quale ruolo vogliamo, realmente o meno, rivestire in essa, una inevitabile presa di posizione autonoma ma condivisa (se è vero che ogni anti-conformismo è, in fondo, un contro-conformismo). Forse un aiuto può venirci inaspettatamente dall’algebra: la moda statistica rientra nella definizione generale di media: per una distribuzione di tipo continuo, ogni punto di massimo relativo della funzione di densità di frequenza o di probabilità è una moda della distribuzione2. I costumi che ogni volta s’affermano sul passato, gli usi ogni giorno nuovi e sempre più diffusi, sono effettivamente “punti di massimo relativo in una densità di frequenza sulla generale distribuzione tra la popolazione”; ma tali picchi statistici implicano non un’imposizione oculata per settori predefiniti, bensì una sorta di semina continua, casuale ed abbondante nella quale, per nostra unica volontà, alcuni semi allignano fino a che le loro radici soffochino ogni ambito sociale e commerciale e debbano infine essere sradicate affinché il mercato, come in una agraria rotazione triennale, possa rigenerarsi. Questo tuttavia implica in modo necessario che la società, la quale di noi stessi si compone, sia al contempo zolla ed aratro, contemporaneamente campo coltivatore ed acquirente, senza più differenza, quanto alla possibilità di scelta e distribuzione, tra qualunque area e livello sociale: ognuna è facilmente raggiungibile e parimenti proficua, con buona pace di Johann von Thünen.

Rispondendo al bisogno istintuale dell’uomo di aggregarsi in comunità il più possibile omogenee, la Moda non è quindi di per sé né buona né nociva, né domina né serva. Ma resta pur sempre una creazione del nostro intelletto, espressione della nostra personalità, che, in quanto mezzo, può venir lucrosamente sfruttata, solo però se noi siamo tanto sciocchi da permetterlo, assuefacendoci a modelli culturali che pretendiamo di imporre agli altri o che banalmente, in una società sempre più alienata, più che esserci imposti accogliamo nostra sponte per mollezza d’animo, per non doverci guardare nella mente e nel cuore in cerca di uno tutto nostro, scegliendone e cogliendone invece a piacere come dal banco di un self-service. Sì, noi subiamo la Moda, ed al contempo la creiamo, ancora una volta volendo uniformare la straordinaria bellezza e varietà della Natura, che non abbiamo la pazienza di contemplare: la subiamo e la creiamo, quando potremmo limitarci a viverla.

di Alessio Costarelli


1 In G. Leopardi, “Operette morali”, Fabbri Editori 2004, pagg. 59-63, ne I Classici del Pensiero, Fabbri Editori

2 Da “L’Enciclopedia di Repubblica”, Gruppo editoriale L’Espresso, 2003, vol. 14, lemma: “moda

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7 Commenti a “Creare o subire? – Breve riflessione su moda e umanità”

  1. Silvana scrive:

    Questo articolo ha un ottimo “taglio”.

  2. Gisella scrive:

    Perfettamente d’accordo con lo scrittore.

  3. Alessio Costarelli scrive:

    Grazie mille ad entrambe!

  4. Giacomo Teti scrive:

    Ottima analisi, molto ben scritta. Immagino tu ti sia ricordato della “tradizione della non-tradizione” di Ortega y Gasset; tra l’altro sarebbe interessante mettere in relazione quest’idea con il principio filosofico per cui la mente umana non è in grado di creare nuove forme, ma solo di assemblare e combinare in modo diverso quelle già note. A questo punto ti domando: non potremmo (anche in relazione a quanto hai scritto a proposito dell’evoluzione della moda come riflesso dei mutamenti sociali) proporre un’interpretazione positiva di questo fenomeno, come portato dello spirito dei tempi che promana dalla collettività e si riverbera sul singolo trovando in ciascuno un’espressione peculiare? Dopotutto io credo molto all’idea di pensiero collettivo.

  5. Alessio Costarelli scrive:

    Premesso che, come ben sai, mi reputo un relativista convinto, oltretutto assai poco incline, non meno di Seneca, nella capacità di riscontrare nella massa una qualsivoglia forma di saggezza, certo, potremmo definire la “fantasia” vestiaria così facilmente osservabile intorno a noi come ultimo e miglior residuo di libertà individuale, fin’anco di Arte, nella modernità globalizzata, ove reality-shows e social networks provvedono ogni giorno ad erodere (a parte il pudore) ogni senso di intimità con sé stessi. Ma la positività termina qui. Ogni altro giudizio di valore dovrà essere, a mio avviso, subordinato alla qualità di quella stessa «espressione peculiare» del singolo che poi, proprio per il principio di Ortega y Gasset, non risulterà mai del tutto e sinceramente “peculiare”. Qualunque interpretazione di un fenomeno potrà essere elogiata perché personale, ma non solo per questo esser giudicata con favore. In conclusione, mi sento di lodare la tua fiducia nel “pensiero collettivo”, ma questo risulterà valido solo se inteso quale “principio di consultazione” e mai, come oggigiorno, quale adesione alla maggioranza cui si è abdicata la nostra intelligenza.

  6. Massimo scrive:

    Io non so nulla di Moda (il mio modello nel vestire è Willy il principe di Bel-air), ma credo che la grande colpa che le viene imputata non sia l’omogeneità, ma la vacuità. In qualunque arte, intesa come azione creativa, ci sono correnti o mode, che possono essere più o meno positive, più o meno logore e già viste. Il modo di vestire è un’arte che secondo me tende naturalmente ad essere fine a se stessa, senza significato, puramente estetica (senza voler dare qui un giudizio morale sulla cosa). La ricerca della bellezza fine a se stessa non può durare troppo senza diventare noiosa, per questo la Moda cambia in continuazione. Poi, credo si possano fare molte altre considerazioni sull’argomento, ma non lo conosco così tanto.

    • Alessio Costarelli scrive:

      Invero nemmeno io posso dire di avere grande famigliarità con l’argomento… In ogni caso, trovo la tua osservazione estremamente appropriata ed infatti ho cercato di chiarire nell’articolo che la Moda vestiaria è solo l’aspetto più vistoso e per noi tutti più famigliare di un processo mnemonico molto stratificato e comune a qualunque creazione umana. Mi pare davvero interessante – ed in un certo senso nobilitante – la tua idea della perenne mutazione della moda come eterna ricerca della bellezza e quindi in un certo senso, per dirla con Stendhal, della felicità. Grazie del commento!

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