Arts and Culture Magazine

Colorami, Gorbačëv!

18 luglio 2015 by Vittoria Barbiero
Dove sono finiti i colori degli anni ’80? Perestrojka couture: analisi (quasi) socio-politica del colore nella moda di tre decenni fa.

Quando cerchiamo “80s make up tutorial” su Youtube i risultati sono tutti identici: una sfilza di trucchi accademici, declinati nelle più svariate nuances di colori pastello. Via ai turchesi abbinati ai fucsia, via agli arancioni, ai gialli e ai verdi smeraldo sfumati audacemente sulla stessa palpebra, via al ceruleo che si accompagna immancabilmente al magenta, e una cascata di glitter senza ritegno. Su Google Immagini la ricerca non va diversamente: “80s fashion” produce una bomba di leggings e tutù di tutti i colori che la Stabilo abbia mai messo in commercio, con i sempiterni verde acido e hot pink che fanno da padroni. E i film dei nostri giorni, ambientati trent’anni fa? Nessuna differenza: sono i nostri abiti, con colori più accesi.

Quanto c’è degli anni ’80 in queste immagini? Da dove è nata questa associazione “anni ’80 = fluo”? È vero, probabilmente chiunque abbia vissuto la propria giovinezza tra questa decade e l’inizio della successiva ricorda di aver inspiegabilmente acquistato almeno un paio di scaldamuscoli pur avendo fatto una sola lezione di aerobica, ma chiedo a chiunque di voi abbia vissuto in questo periodo o abbia dei genitori che avevano vent’anni venti-trent’anni fa: qual è il capo di abbigliamento più colorato che trovate nell’armadio? Nel mio caso è facile, poiché essendo una grande (leggi: ossessiva) fan di questo magico momento storico conosco a memoria ogni capo e ho rubato tutto il rubabile dal guardaroba di mia madre e di sua cugina – non potendo utilizzare gli abiti che portavo io, che negli anni ’80 avevo dagli zero ai tre anni; l’unica cosa veramente colorata che ho trovato è uno splendido tailleur magenta. È l’abitudine di mia madre di portare solo abiti in tutte le declinazioni del beige, del nero e del grigio, o è perché, forse, gli anni ’80 non erano poi così colorati come ce li ricordiamo?

Recentemente ho ricevuto “in eredità” una pila di riviste di moda del periodo compreso tra il 1985 e il 2001, e sfogliandole non ho potuto che avere la conferma della mia idea: il colore negli anni ’80 è un falso mito.

Con questo non voglio dire che i colori sono inesistenti, anzi, ma stiamo parlando innanzitutto di moda a livello più popolare e meno couture: più sale il livello di specializzazione della rivista, meno colori troveremo. Ma anche quando ci sono, sono ben lontani dal neon; ad esclusione del color rubino, si tratta più di colori spenti, terrigni, c’è il viola malva, l’arancio terracotta, il giallo ocra, il rosso bordeaux, ogni tanto si azzarda un verde smeraldo o petrolio, comunque colori che normalmente non saremmo portati ad associare subito agli anni ’80, ma piuttosto ai ’70. Eppure, eccoli qui: i veri colori che vediamo ovunque nelle riviste – di qualsiasi livello – sono immancabilmente beige, cammello, grigio, nero, bianco, navy, kaki, verde oliva, cuoio: i colori della Perestrojka.

Christy Turlington, Estelle Lefébure e Tatiana Patitz by Herb Ritts (Vogue US Settembre 1987)

Eddy Kohli - I colori delle spezie (Marie Claire Italia Marzo 1989) 01

Jette Storm bu Hans Feurer Kaki Éxotique (Elle France 6 Aout 1984) 04

Barry McKinley - Capri, l'isola dell'amore (Amica Ottobre 1987)

Non dobbiamo dimenticare che la moda è strettamente legata al periodo al quale essa appartiene, e gli ’80 sono indubbiamente stati gli anni dell’edonismo reaganiano. Ma questo non si è obbligatoriamente tradotto nell’uso sfrenato del colore, ma piuttosto nello spettacolo del lusso; non attraverso il colore, ma attraverso l’introduzione nella moda di determinati oggetti si è stabilito uno status: il lusso si mostra con i gioielli, spesso d’oro e particolarmente massicci, dalle forme rotonde; con la ricchezza dei tessuti, sovrabbondanti, pesanti, oversize, pieni, broccanteggianti; con gli oggetti in uso a pochi (vediamo l’introduzione dei primi – giganteschi e beige – telefoni cellulari) e con la tendenza a mostrare un certo tipo di donna, nata dalla cultura degli yuppies e dall’idea di doversi mostrare al passo con gli uomini: in Italia siamo esposti ad un panorama schizofrenico segnato da un lato da grazie femminili in mostra senza apparente motivo, prodotto dei neonati programmi Mediaset, e dall’altro le nuove femministe, pioniere del power dressing, amazzoni in abito manageriale con spalline degne di un giocatore di football americano. Era la moda del capitalismo più accentuato, quella dell’esagerazione; quella in cui magari qualche colore si è visto.

Eddy Kohli - Una vacanza particolare (Marie Claire Italia Marzo 1989) 01

Laurence Vanhaeverbeke e Kara Young by Peter Lindbergh - Dress gray (Vogue US 1989)

Elaine Irwin by Sheila Metzner - Finest luxuries of high summer dressing (Vogue UK April 1991) 02

Ma oltre agli anni di Reagan sono anche stati gli anni di Černenko e di Gorbačëv, dell’ultimo comunismo, della caduta del Muro. La Cortina di Ferro si è posata pesantemente sulla moda producendo una militarizzazione dei costumi che – pare – si sia oggi voluta cancellare dalla memoria storica. Eppure, guardando le riviste di quegli anni, i colori militari appaiono in quasi ogni numero di qualsiasi rivista, spesso associati a cinturoni che stringono la vita, a cappelli strutturati con visiera, ogni tanto inframmezzati da un rosso Valentino che nel contesto sa più di socialismo che non di couture, tutti capi rivisitati in chiave glamour e presentati da nuove altissime modelle provenienti dall’Est Europa. La Guerra Fredda si è combattuta anche tra le pagine delle riviste e l’abbiamo dimenticato. Abbiamo cancellato tutto in un’unica, confusa nuvola di neon e glitter.

Christy Turlington by Arthur Elgort- Reds (Vogue US September 1990) 02

Colori - Gianni Turillazzi - Bianco abbagliante, blu navy (Gioia Febbraio 1989) 02

Christy Turlington by Arthur Elgort- Reds (Vogue US September 1990) 01

Christy Turlington by Arthur Elgort - Reds (Vogue US September 1990) 04

Alma by Herb Ritts (Vogue US Luglio 1982)

La stessa cosa riguarda il trucco; raramente ho trovato pubblicità che mostrassero abbinamenti improbabili di colori; gli unici due colori veramente massicciamente presenti, e solo su labbra e occasionalmente guance, sono il rosso e il rosa: per il resto, vedo quintali di bronzer, e sugli occhi qualsiasi nuance di marrone sia mai stata prodotta, sfumata fino alle sopracciglia, con al massimo, ogni tanto, qualche accenno di malva. Il tutto straordinariamente matte, non un glitter all’orizzonte: la pelle è opacizzata, cipriata, con poco spazio per la lucidità, e con al massimo qualche concessione al metallico.

Brooke Shields

Anche i film hanno questo colpo d’occhio. Se prendiamo anche i migliori e più classici chick flick, quelli in cui ci aspetteremmo di trovare colori à gogo, come Flashdance (1983), Un compleanno da ricordare (1985), o Schegge di follia (1989), è invece tutto nero o grigio, illuminato magicamente solo dalle scarpe rosse di Jennifer Beals, dall’abito lilla di Molly Ringwald e dal tailleur verde smeraldo di Shannen Doherty.

Viene a questo punto spontaneo chiedersi da dove sia arrivata questa idea che gli anni ’80 siano stati un boom di colore; la risposta, a mio avviso, è da cercarsi vent’anni dopo. Sappiamo che la moda si ripete ciclicamente circa ogni due decenni, reinventando modelli già visti tempo prima. Come alla fine degli anni ’90 ricordo distintamente che non mi avrebbero catturata neanche morta ad indossare un paio di pantaloni che non fossero rigorosamente a zampa d’elefante, ricordo altresì che l’inizio degli anni ’00, che comincia ad essere già sufficientemente lontano da poter distinguerne le tendenze, è stato un vero tripudio di colori pastello ripresi – a quanto si sapeva – dagli anni ’80. O meglio, da quella branca fondamentalmente divertente e pop degli anni ’80, più visibile nei video musicali (sì, sto pensando ad MC Hammer) che sulle riviste di moda. Se a questo punto anche voi vi chiedete che fine abbia fatto il fluo degli anni ’80, ecco la risposta: nelle riviste del 2000.

Allo scoccare della mezzanotte del nuovo millennio la moda è cambiata, forse per la prima volta letteralmente dal giorno alla notte: probabilmente perché influenzati dall’idea che il nuovo secolo dovesse per forza essere l’inizio dell’epoca digitale, abbiamo visto prodursi un nuovo ibrido fashion, un cyborg dall’animo metallizzato e dai colori pop di vent’anni prima. Ecco dove sono finiti i colori degli anni ’80. Rielaborati, extra-saturati, neonificati, in definitiva modernizzati dall’animo spaziale dei primi anni ’00 (che non è visibile solo nella moda, cfr. a questo mio articolo).

Chanel - P/E 2000

Chanel P/E 2000

Giorgio Armani - P/E 2000

Sergio Rossi - P/E 2000

Abbiamo preso, come sempre, solo una parte della moda di vent’anni prima e l’abbiamo riproposta: negli anni ’90 abbiamo ripreso degli anni ’70 solo la moda hippy. Negli anni ’80 abbiamo ripreso dagli anni ’60 solo le linee strutturate di abiti e scarpe. Ma solo degli anni ’80 abbiamo dimenticato tutto il resto: dei ’60 ricordiamo sì la magrezza di Twiggy, Audrey Hepburn e i mod, ma ricordiamo anche la voluttuosa figura di Brigitte Bardot e i tailleur super-classici di Jackie Kennedy. Degli anni ’70 ricordiamo i figli dei fiori, ma anche gli abiti oro della disco e i capelli di Farrah Fawcett. Gli anni ’80 sono invece stati completamente mitizzati. È perché è primo decennio che sentiamo adesso come “lontano”, vintage? Forse abbiamo solo bisogno di allontanarci ulteriormente, e ora che abbiamo cominciato a riprendere il grunge degli anni ’90, tra qualche anno saremo in grado di ricordare non solo i colori e le amazzoni degli anni ’80, ma anche la “moda della Perestrojka” e i dark.

È curiosa la nostra abilità nel prevedere il futuro piuttosto che nel rileggere il passato. Per concludere, prendo ad esempio per questo due film che non potrebbero essere più diversi: Ritorno al futuro – Parte II e 30 anni in un secondo. Il primo è un film del 1989 ambientato tra il 1985 e il 2015, mentre il secondo è un film del 2004 ambientato tra il 1987 e il 2004. In termini di moda, è meno azzeccato e più stereotipato 30 anni in un secondo, che avrebbe potuto facilmente prendere spunto dal passato e invece ha scelto ancora una volta la strada del neon, piuttosto che Ritorno al futuro – Parte II, il cui regista, Zemeckis, non aveva visto il 2015 neanche di striscio; il mio unico rammarico è che la Nike non abbia ancora prodotto per il grande pubblico le scarpe auto-allaccianti di Marty McFly. Ma, in fondo, non è ancora il 21 ottobre.

Colori - Nike

di La Ragazza con la Valigia

2

Tags: , , , , , , , , , , , , , , , ,

Posted in: Moda, Percorsi |

3 Commenti a “Colorami, Gorbačëv!”

  1. Alessio Costarelli scrive:

    Forse il tuo miglior articolo di sempre!!

    • La Ragazza con la Valigia scrive:

      Davvero? È un argomento che mi diverte molto e sul quale ci tenevo a fare un po’ di chiarezza, ma a tratti avevo temuto fosse un po’ didascalico! Sono contenta che invece ti sia piaciuto così tanto!!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Follow

Get every new post on this blog delivered to your Inbox.

Join other followers:

%d blogger cliccano Mi Piace per questo: