Arts and Culture Magazine

Clotilde Tambroni – Ideali e modernità classica nella Bologna illuminista e napoleonica

8 marzo 2012 by Alessio Costarelli
La vita e l’opera di Clotilde Tambroni, una delle migliori greciste che l’Italia abbia avuto prima dell’Unità, nonché poetessa che fece nuovamente brillare di luce propria il greco antico sullo sfondo di uno sgargiante e mutevole cielo di fine XVIII sec.

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In Italia, lo stato delle Lettere sul finire del XVIII sec. non è particolarmente rigoglioso e, per quanto riguarda gli studi di filologia, questa si è praticamente del tutto dissolta fin dai tempi di Marsilio Ficino. Il Concilio di Trento (1545-63), con le sue spinte controriformiste, aveva prodotto una fortissima recisione ai contatti culturali tra l’Italia ed il resto d’Europa, in particolare – ovviamente – col mondo germanico, che già si stava affermando come nuovo centro per l’Umanesimo europeo e per gli studi sull’antichità, che a differenza del prevalente carattere antiquario da sempre assunto nella nostra penisola, là già guardava a rigori dal profumo scientifico. L’ostilità per l’appena riscoperta cultura greca (pericolosa per i dogmi della Chiesa, allora così fragile) ed in particolare per il neoplatonismo, che molti consensi aveva radunato, unitamente all’interruzione degli scambi culturali con i paesi sassoni produsse un inevitabile sprofondamento nello studio e nella conoscenza del greco.

Con i lumi settecenteschi però, che apportarono nuove e grandi aperture intellettuali e sociali, tra cui un importantissimo primo riconoscimento di eventuali carriere femminili quantomeno in campo artistico – letterario, si posero le basi affinché la situazione potesse mutarsi radicalmente. Di strada ce ne sarebbe stata ancora tanta, soprattutto per quanto riguarda la filologia, se è vera la triste constatazione di Leopardi, che in una lettera del 1826 a C. Bunsen rilevò la generale e profonda ignoranza del greco antico che regnava in Italia, anche nel dottissimo Studium bolognese, che pure era all’avanguardia in molti campi, compresa la concessione di cattedre a donne (si ricordi, unica per tutte, la fisica Laura Bassi Veratti), nonostante il governo papalino. Ad accendere un piccolo lume in questa oscurità fu la scintillante fiammella di una delle più interessanti menti letterarie del nostro Settecento, la grecista e poetessa Clotilde Tambroni, purtroppo oggi sempre più dimenticata.

Clotilde Tambroni nacque a Bologna il 29 giugno 1758 da madre bolognese e padre parmense, cuoco presso i monaci del felsineo monastero di San Procolo. La madre da principio ostacolò il suo interesse per gli studi al fine di dedicarla come da costume a «donneschi lavori». Una tradizione aneddotica piuttosto dubbia vuole che il gesuita Manuel Rodriguez Aponte, assai nutrito di lingua greca, abbia notato le straordinarie doti linguistiche della ragazzina quando questa rispose correttamente ad un quesito da lui rivolto ad un suo fratello più grande: Renzo Tosi, nel suo I carmi greci di Clotilde Tambroni (in Eikasmos, Bologna 2011), osserva acutamente che simili aneddoti risultavano più che altro utili ai biografi del tempo «nel tentativo di fornire una spiegazione del fatto che una donna (e di famiglia non nobile) riuscì ad emergere con tanta decisione nel panorama culturale del suo tempo» (Tosi, pag. 4).

Segnalatasi ben presto per la profonda conoscenza del greco[1] e per la sua notevole vena poetica (sarebbe stata in seguito soprannominata “Saffo rediviva”), Clotilde Tambroni si inserì con straordinaria rapidità nel più dotto ambiente culturale bolognese, entrando, tra le altre, nell’Accademia degli Inestricati nel 1790 e nell’Arcadia nel 1792, fino ad esserle affidata dal Senato bolognese la cattedra di Particulae Grecae (Fondamenti di Lingua Greca, poi Lingua e Letteratura Greca) presso l’Alma Mater, prima donna in Italia ad aver mai ricoperto questo incarico.

I suoi studi, oggi del tutto perduti, furono illuminanti, ma anche la sua poesia in greco, che lei tendeva a screditare, un po’ catullianamente, relegandola al rango di “bagatelle”, fu estremamente raffinata, prettamente neoclassica ma lontana dagli stucchevoli eccessi in cui la manieristica imitazione dei classici spesso incorreva: per lei il greco antico era una lingua dotta ed elegante tutt’altro che morta, ancora capace di offrire squisite occasioni per grande poesia. Dei suoi metodi didattici sappiamo ben poco, tranne che per le frequenti lamentele in merito alla scarsità di libri di opere greche e studi grecistici nella Biblioteca universitaria, aspetto che ne complicava sensibilmente il lavoro, benché il suo insegnamento fosse principalmente indirizzato a studenti del tutto digiuni della materia. Tuttavia, dietro la notizia di sue dotte (ed apparentemente futili) dissertazioni in merito alla reale morte di Saffo od al canto dei cigni prima di morire, si potrebbero celare ben più profondi studi (di poco in anticipo sui tempi) sul realismo in poesia e sulla funzione allegorica del mito, questioni che, rapportate al presente, toccavano argomenti sensibili e molto cari alla cultura della sua epoca.

Col tempo il suo nome acquistò sempre maggior prestigio ed era tenuto in grandissimo conto Oltralpe, ove era in contatto con la feconda filologia tedesca (e con filologi del calibro di Porson e Wolf) e socia corrispondente della Accademia delle Scienze di Parigi. Nel 1803 avrebbe anche incontrato la celebre Madame De Staël di passaggio a Bologna. Si pensi che la Chiesa – cui fu sempre molto legata e che le assicurò un appoggio non marginale nel difficile cammino per l’affermazione che lei, donna e di umili origini, dovette affrontare[2] – giunse perfino a consentirle nel 1798 di leggere e possedere libri messi all’Indice.

Eppure, nonostante tutto ciò, lei guardava la sua posizione con umiltà, se non proprio talora con aperto fastidio, come ad una costrizione impostale dalla sua condizione familiare tutt’altro che agiata. Ma la sua carriera non scorse sempre del tutto priva di ostacoli. All’alba di un’epoca magmatica, piena di sommovimenti politici ed ideologici, una donna determinata e ferma nei propri principi non poteva non incorrere in alcune difficoltà: quando nel 1798 il regime napoleonico impose a tutti i docenti di giurare «odio eterno al governo dei re e degli aristocratici», Clotilde, insieme ad altri undici docenti tra cui Aponte, Giuseppe Mezzofanti e Luigi Galvani, si rifiutò con decisione, ritenendo la democrazia incompatibile con la Chiesa; ma tale opposizione è da intendersi anche contro una politica che, nell’ottica della costituzione di una nuova classe dirigente, guardava con sempre maggiore interesse alle materie scientifiche come basilari per la formazione, mettendo invece in ombra (e più pragmaticamente riducendo il corpo docente) le materie umanistiche e religiose, sminuite ad eventuale bagaglio accessorio alla cultura personale. La libertà di Clotilde non poteva dunque trascorrere indenne e per un anno fu sospesa dall’insegnamento, periodo durante il quale viaggiò in Spagna al seguito del suo mentore. Ma il coraggio di una mente libera non può in alcun modo essere spento e su questo problema Clotilde tornò poi a più riprese, in particolare nel testo dell’Orazione Inaugurale da lei pronunciata nello Studium felsineo per l’anno accademico 1806, discorso notevole per l’eleganza della prosa e la schiettezza delle idee espresse, anche se incorniciate in un’adulazione retorica che, specie nella perorazione, stupisce non poco, considerato quanto ella fosse inamovibile nei propri principi; è facile tuttavia pensare che la causa giustificasse ampiamente ai suoi occhi simile toni. Il fulcro della riflessione ruota attorno ad un motivo topico del secondo Settecento: la complementarietà di Scienze e Belle Lettere, la cui conoscenza consente ad ogni singolo di essere davvero intellettualmente “illuminato” e completo («io mi tenterò di provare che le une non sono state mai scompagnate dalle altre» [in Tosi, p.11]); per avvalorare la posizione di parità delle seconde rispetto alle prime, ella ricorse al motivo altrettanto topico della funzione eternatrice della poesia, il quale aveva già trovato massima espressione nei Sepolcri di Ugo Foscolo (cfr. vv. 288-295) e che anche nelle odi poetiche della stessa Tambroni occupa un ruolo di primaria importanza. Segue un elenco di poeti che – da Empedocle a Lucrezio, da Leibniz a Bailly – elevarono le questioni scientifiche ed i grandi ingegni che le perseguirono. Come già rilevato, il testo si conclude tra volteggi forse un po’ troppo adulatori, osservando che Napoleone non poteva certo permettere che il suo secolo non risplendesse sia per le scienze sia per le arti.

Tale lezioso ed accorato appello non sortì tuttavia l’effetto sperato: con un decreto del 15 novembre 1808 l’insegnamento del greco fu sospeso in ogni sede pubblica ed a lei fu concessa la pensione. Reintegrata ad opera di Gioacchino Murat nel 1814, Clotilde, afflitta oramai da salute assai precaria e soprattutto da una cecità sempre più incalzante, non resse di nuovo la cattedra di greco – unita fino al 1831 a quella di Lingue Orientali – pur mantenendosi in contatto con tutti i maggiori studiosi d’Europa e continuando ad essere consultata dal nuovo docente suo successore, Giuseppe Mezzofanti, per questioni di esegesi e traduzione testuale. V’è anche stato chi un po’ fantasiosamente ha ipotizzato che lei, in realtà alquanto schiva e riservata, abbia tenuto un salotto letterario in città.

Morì il 4 giugno 1817, in tempo per poter assistere al temporaneo ritorno di Bologna nell’orbita della Chiesa (1815), evento per il quale partecipò con grande entusiasmo ai festeggiamenti, si dice improvvisando versi in greco in onore di Papa Pio VII. Ella fu una delle più «eminenti figure della cultura classica di fine Settecento», portatrice di una «concezione “umanistica” per cui la buona conoscenza della lingua greca portava non tanto ad essere agguerriti filologi, quanto raffinati poeti e lo studio stesso dei classici era intimamente connesso alla produzione poetica letteraria» (Tosi, p.14). Il suo esser stata donna estremamente colta, sinceramente cristiana e di ineccepibile moralità ne fecero ben presto un modello imprescindibile cui volgersi, con grande fioritura di biografie più o meno fantasiose (in cui si arrivò persino ad affermare che lei avrebbe appreso alla perfezione il latino ed il greco semplicemente ascoltando le lezioni impartite ai fratelli mentre attendeva a lavori di cucito), la più importante delle quali è quella del 1899 ad opera di Giulia Cavallari Cantalamessa, che ne fece un’eroina coraggiosa anticipatrice degli ideali femministi. La sua fama la rese anche personaggio, protagonista di opere letterarie come Clotilde Tambroni o La più nobile missione della donna (1872) dell’abate Luigi Taccani, manuale pedagogico per l’educazione femminile costituito da ottantatre brevi dialoghi, per lo più morali, nei quali Tambroni, tra dottissime citazioni di autori greci, arrivava anche a farsi portavoce di posizioni anche anticonvenzionali, se non proprio audaci, auspicanti la partecipazione femminile alla gestione della cosa pubblica od il diritto per tutti all’istruzione, fino a violenti attacchi contro il fanatismo religioso, forse più consoni a Lucrezio.

Questa idealizzazione condotta fino alla produzione di una sorta di letteratura agiografica sulla sua persona, non fu però sufficiente a salvare dalla deriva e dal completo smarrimento il suo fondamentale corpus di studi filologici e particolarmente della sua traduzione di Pausania e di un Lessico Omerico Ragionato cui attendeva, non ci è dato sapere con quali risultati. Ebbe anche un ruolo fondamentale nella complessa opera di interpretazione delle decorazioni della celebre Camera di S. Paolo (di Correggio) a Parma in cui l’amico Ireneo Affò si cimentò intorno al 1794, interpretando una problematica iscrizione in greco ed offrendo suggerimenti per le fonti classiche da cui sarebbero state mutuate le allegorie delle lunette.

Oltre ai più noti ed importanti componimenti in greco, di Clotilde Tambroni ci è pervenuta anche una limitata produzione in italiano di non scarso valore, per la quale è bene notare che pur ponendosi sempre in coppia con la sua produzione greca, questa non è una semplice traduzione in italiano dell’altra, ma «si tratta […] di componimenti paralleli, formalmente indipendenti, solo contenutisticamente legati» (Tosi, p.24). In questa produzione, che riecheggia spesso il tema topico della poesia eternatrice e che conta odi, canzoni e diciassette sonetti, un ruolo di primo piano occupa la lunga ode In lode del Feld-maresciallo Conte di Clairfait, pubblicata a Bologna nel 1796 in seguito alle piuttosto effimere vittorie ottenute in quell’anno dal comandante austriaco di origine belga sui battaglioni francesi che avanzavano nel nord Italia. Composta di dieci unità tematiche ciascuna divisa in una coppia strofe-antistrofe (ognuna composta di cinque quinari sdruccioli ed uno tronco) più un epodo di otto decasillabi, attraverso la continua alternanza ed il sapiente confronto di visioni paesaggistiche, gesta militari e paragoni mitologici, le gesta del Feld-maresciallo sono narrate con un vigore eroico estraneo ai componimenti neoclassici e molto più vicino ai successivi ed immortali versi manzoniani de Il 5 maggio o, ancor più, Marzo 1821: si confrontino ad esempio i vv. 33-40 di Tambroni (Calca il Gallo nel bellico suolo / le Romane insepolte ossa ignote / u’ fermaro già l’aquile il volo / pianta palme, che Borea non scuote: / non arrestano il barbaro stuolo / l’onde rigonfie, che versano a ruote / quanti a Tetide apportan tributo / col gran Reno di fiumi i Signor) con i vv. 41-48 da Marzo 1821 (O stranieri, nel proprio retaggio / Torna Italia, e il suolo riprende; / O stranieri, strappate le tende / da una terra che madre non v’è. / Non vedete che tutta si scote, / dal Cenisio alla balza di Scilla? / Non sentite che infida vacilla / sotto il peso de’ barbari pie’), oppure i vv. 41-52 di Tambroni (Del suol Teutonico / pe’ campi fertili / Tartaree fiaccole / vibran le Eumenidi, / e orrende tuonano / al monte e al pian. // La veste laceri, / e in volo squallido, / di nera polvere / sparsi e di lagrime / soccorso i popoli / chieggono in van) con i vv. 1-6 dal coro dell’Atto III dell’Adelchi (Dagli atrii muscosi, dai Fori cadenti, / dai boschi, dall’arse fucine stridenti, / dai solchi bagnati di servo sudor, / un volgo disperso repente si desta; / intende l’orecchio, solleva la testa / percosso da novo crescente romor), od infine i vv. 102-107 (Non più mai rapido / per l’etra il fulmine / le nubi lacera, / e all’alta roccia / fendendo il vortice / piomba sul suol) e vv. 182-187 di Tambroni (Cristata Vergine / dal Xanto ai rivoli / vibrò sanguinea / bipenne scitica / vibrolla al Tevere / virgineo ardir) con i vv. 25-30 da Il 5 maggio (Dall’Alpi alle Piramidi, / dal Manzanarre al Reno, / di quel securo il fulmine / tenea dietro al baleno; / scoppiò da Scilla al Tanai, / dall’uno all’altro mar), solo per citarne alcuni.

I carmi greci pervenutici sono un numero ristretto di componimenti abbastanza vari per genere, anche se l’ode saffica detiene un posto di assoluto rilievo; vi si contano però tra gli altri anche un’ode pindarica, un epitalamio, un epigramma ed un’elegia. Tutti questi carmi si presentano come componimenti d’occasione e le odi in particolare riprendono stilemi encomiastici e benaugurali tipicamente settecenteschi (cfr. Monti, Al signor di Montgolfier, 1784; Foscolo, A Luigia Pallavicini caduta da cavallo, 1800 e Ode all’amica risanata, 1802). La lingua è ricca di neologismi mai troppo arditi che cerchino di soddisfare precise ed abbastanza frequenti esigenze di maggiore espressività, mentre sono assai ridotti i volgarismi, a tutto vantaggio di uno stile che si mantiene alquanto uniformemente elevato; significativa, nell’ambito di un ricorrente tema della poesia eternatrice che “illumina” l’umanità e le sue bellezze, è la nutrita presenza di termini indicanti “splendore” “luce” e “solarità” e di diversi passi incentrati su questi temi fulgenti. Alla tradizione degli epitalami e dell’epigramma erotico ellenistico vanno invece ricondotti i numerosi riferimenti a canti e corone intrecciate. Sempre però tutti questi echi non si limitano a meri mosaici di fonti e tòpoi, ma si pongono come fini allusioni sempre soggette a reinterpretazione ed attualizzazione.

Clotilde Tambroni, «colei che fu tra i pochissimi classicisti italiani del Settecento a godere di fama europea» (Tosi, p.30), è oggi sepolta nel Chiostro III della Cappella Braccio di Levante del cimitero monumentale della Certosa di Bologna; il suo monumento è opera di Adamo Tavolini, allievo di Canova, su commissione di Canova medesimo. In Palazzo Poggi, sede storica dell’Università di Bologna, un’epigrafe composta dal canonico Filippo Schiassi recita: «Clotildae Tambroniae / Adlectae inter doctores Archigymnasii / ΤΗ ΛΑΜΠΡΟΤΑΤΗ / ob eximiam Grecae linguae tradendae laudem / modestia omnique virtute cumulatam / college et auditores / A. MDCCCXVIII»[3]

di Alessio Costarelli


[1] Scrisse in una lettera del 25 aprile 1793 ad Ireneo Affò: «l’armonia e la dolcezza di quel divino linguaggio, e la grazia, la naturalezza, la semplice elevazione degli autori greci mi hanno rapita l’anima da’ primi momenti in cui sono stata capace di gustarli» (in Tosi, p.18)

[2] Scrisse in una lettera del 13 dicembre 1796 all’amica e poetessa piemontese Diodata Saluzzo: «Pretenderanno gli uomini al diritto esclusivo di poetare per eccellenza, e ardiranno condannare il nostro sesso ai lavori umilissimi d’Aracne?» (in Tosi, p.5).

[3]«A Clotilde Tambroni / Eccelsa tra i dottori dell’Archiginnasio / la più fulgida / per altissimo merito nell’insegnamento della lingua greca / ricolma di modestia e d’ogni virtù / colleghi ed allievi / a.D. 1817»

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Un Commento a “Clotilde Tambroni – Ideali e modernità classica nella Bologna illuminista e napoleonica”

  1. Gisella scrive:

    Sono orgogliosa nel leggere che i nostri giovani rivalutino le nostre glorie passate. Grazie.

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