Arts and Culture Magazine

Chi è Sixto Rodriguez?

5 aprile 2014 by Redazione
Considerazioni sul cantautore-leggenda dimenticato che, senza saperlo, con la sua storia “salva” la musica.

Lo scorso 21 marzo si è esibito al Teatro Manzoni di Bologna Sixto Rodriguez, artista sconosciuto ai più, non meno di quanto lo era per me fino all’estate scorsa. Mi apprestavo a fare un lungo, lungo viaggio per raggiungere i lidi ferraresi da Trento. Decido di prendere la macchina di mia sorella, la sua ha lo stereo. Vedo il disco di questo Rodriguez, Cold Fact, e decido di metterlo su. Confesso che la sua storia, per come l’avevo sentita, non è che mi avesse proprio entusiasmato. Un cantautore di Detroit dei primi anni 70′ che aveva realizzato solo due dischi, risultati un totale flop, tanto che la casa discografica ci aveva rinunciato, e l’aveva licenziato. Era tornato a fare l’operaio. E’ solo 20 anni più tardi che si scopre che in Sudafrica, Australia e Nuova Zelanda era una star adorata quanto Elvis lo era stato negli States. Che dire? Quella mattina, credo di aver ascoltato il disco 10 volte!

Quello che più ti colpisce, ti incanta, ti conquista, è l’ immediatezza della sua grandezza. A cui non può che seguire la domanda, quasi ovvia: perché non ha sfondato? Come ha fatto, un cantautore così capace, a non riscuotere grande successo proprio nel paese natale di Bob Dylan? Lo ascolti e non puoi fare a meno di pensare: questo è uno dei Grandi. Beatles, Dylan, Cash, Springsteen, U2: si inserisce fra loro, e non è assolutamente da meno.

Basta sentire la traccia d’apertura, Sugar man: un giro di chitarra slappata con insistenza e questa voce ispirata, sofferente, che viene da lontano e che ti sembra di conoscere da sempre. E’ una voce che marca a fondo tutti i suoi pezzi e che (soprattutto nel primo lavoro) sembra rivestita di un’aura malinconica, rassegnata, splendidamente resa da un utilizzo magnifico dei riverberi (in Jane S. Piddy e Cause forse in più di ogni altro): un’aura che si sposa perfettamente con quello di cui Rodriguez parla nei suoi testi, che vuole suggerire nei suoi dischi.

Immerso nei luoghi comuni dei cantautori di quel periodo e di quella generazione – primi fra tutti la lotta al “sistema” e ai potenti  e la critica alle generazioni dei “padri” («This system is gonna fall soon / to an angry young tune / and that’s a concrete cold fact» da The Establishment Blues; o ancora «Mama, papa, stop treasure what you got / soon you may be caught without it» da Inner City Blues) – ma anche al di là di essi, Rodriguez è un cantautore che “proviene dalla realtà” (Comin’ from Reality [1971] è, non a caso, il titolo del suo secondo album), una realtà della periferia di quella città che già in quegli anni stava divenendo la capitale della Motown, Detroit. La sua chitarra e la sua voce narrano in ultima analisi degli sconfitti, degli emarginati e dei miserabili, anche se tendenzialmente non in una dimensione politica di rivendicazione e rabbia e nemmeno in un’ottica “intellettualoide” (come avrebbe potuto fare un Dylan, per esempio), quanto piuttosto in un’ottica – per così dire – intima. È questo che lo rende diverso dagli altri, nuovo nella tradizione ma oltre la tradizione stessa: Rodriguez viveva fra loro, anzi, era uno di loro (si ascolti a questo proposito A most disgusting song, traccia di Comin’ from Reality).

Ascoltando e riascoltando Rodriguez, e in particolare il suo primo lavoro, Cold Fact (1970), a mio parere il più “immacolato” e autentico fra i due (il secondo appare già per così dire un po’ più “costruito”), mi è venuta in mente una frase di Bob Dylan sulle canzoni (più concretamente e, forse, banalmente, sul song-writing): «tutte le canzoni esistono già da sempre, da qualche parte. Vanno solo cercate, andate a prendere: sono lì che ti aspettano, aspettano di essere scritte». Forse non è un caso che l’abbia detto proprio lui, o che io abbia pensato proprio a Dylan, l’artista a cui Rodriguez senza alcun dubbio stilisticamente e musicalmente assomiglia di più. Resta il fatto che i pezzi di Sixto ti suscitano proprio questa sensazione: ti sembra di conoscerli da sempre.

Nonostante quello su cui saremmo portati a interrogarci di più sia il motivo per cui effettivamente Rodriguez non sia mai divenuto famoso (domanda a cui difficilmente si potrebbe dare risposta), ciò che conquista è senza dubbio la sua storia. Forse però sarebbe meglio dire parabola, quella di un cantante ignorato, fallito, creduto persino morto suicida sul palco, e poi risuscitato solo a più di vent’anni di distanza dal suo silenzioso esordio, riscoprendo il successo e, soprattutto, il talento. Una storia incredibile, alla cui poesia si aggiunge senz’altro il fascino della sua stessa figura, rimasta semplice “persona”, umile e incapace di tramutarsi in “leggenda”, in star quali invece inevitabilmente si trasformano gli altri grandi artisti, o quanto meno non nell’accezione cui siamo soliti ricondurre questo concetto nella nostra fantasia collettiva: perché una star lo è stata (anche se non a livello mondiale), ma non si è mai tramutato in icona, in immagine visibile, iconografia di se stesso e di un movimento/ideologia che a lui si riferisca. È la sua storia che, vista nella propria interezza, ci riesce a trasmettere qualcosa di più.

Vari sono stati infatti coloro che – cavalcando l’onda del postmodernismo – hanno sostenuto che «la musica è stata ormai già scritta tutta», che, insomma, è stata già esaurita e ogni possibile combinazione di accordi e melodie già inventata. Una lettura in termini quasi algoritmici, come mera combinazione “matematica” di note, non solo deprimente, ma a dir poco agghiacciante e, soprattutto, svilente. Sulla loro scia, altri si sono spinti scioccamente ad affermare che anche del passato, oramai, già si conosce tutto. L’esempio di Rodriguez, però, è una prova del contrario, tanto più che ad essere state riscoperte non sono delle canzoni qualunque di un autore anonimo allora come oggi, ma due album capolavoro, la cui altissima qualità, al di là dei gusti personali, è assolutamente innegabile: Cold Fact e Comin’ from Reality ci mostrano in modo lampante che è sempre possibile – nel presente e nel passato, proprio quando si è ormai convinti di aver archiviato tutto – scoprire nuove parole, nuove sentieri, anzi, autostrade mai viste prima. Soprattutto, però, la musica di Sixto ‘Jesus’ Rodriguez testimonia in che modo capolavori passati sconvolgano per la loro attualità, e proprio per questo per quale motivo il presente possa comprenderli meglio di quanto non abbiano potuto i loro contemporanei.

Sfortunatamente ho mancato il concerto di Rodriguez. Sfortunatamente, dico, perché credo che tutti i suoi fans più sinceri (fra i quali senza dubbio mi inserisco) possano ammettere che presenziare a quel concerto andava oltre il desiderio di ascoltare le canzoni eseguite dal vivo, assumendo invece un significato più preciso: quello di vederlo, in carne e ossa, di sincerarsi che esistesse davvero, di rendere omaggio a lui e alla sua storia, a una leggenda inconsapevole di esserlo.

di Pietro Graziosi

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Posted in: Musica, Recensioni Album |

2 Commenti a “Chi è Sixto Rodriguez?”

  1. Alessio Costarelli scrive:

    Questo disco è una splendida sintesi di generi ed emozioni: è folk, è rock, è blues, è cantautorale nel senso più italiano del genere. E magnificamente anni ’70!! Inoltre, “Cold Fact” ha anche un’altra caratteristica, propria solo dei grandi album: non riesci più a smettere di ascoltarlo. In un modo però che va al di là del banale scoprire nuovi dettagli ogni volta che lo riascolti: Rodriguez non allude, ti dice tutto subito; il fatto è che rapisce la tua attenzione e ti impone di riflettere (anche esteticamente) ogni volta da capo.

  2. Ale scrive:

    Io lo ascolto ad occhi chiusi. Penso che le immagini che trasmette con la sua musica siano qualcosa di spettacolare. Io l’ho scoperto grazie a un suo documentario visto per caso… E penso che fermarmi sul canale dove lo trasmettevano sia stata la cosa più sensata che avessi potuto fare! Gli effetti che usa, lo stile, la voce e altre tante qualità, per l’epoca, erano qualcosa di assolutamente rivoluzionario in campo musicale!
    Sono contenta di averlo scoperto, e ancora di più, di averlo potuto ascoltare, purtroppo non dal vivo.

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