Arts and Culture Magazine

Caos controllato, potenza surreale: Sedmikrásky ieri e oggi

4 agosto 2013 by Lady Lindy
Un viaggio filosofico, umano e sociale che parte dalla Repubblica Ceca degli anni ’60 e arriva fino ai giorni nostri. Cosa ci racconta e cosa ci lascia il capolavoro di Věra Chytilová?

Pensando al cinema degli anni ’60, viene naturale concentrarsi sui grandi registi italiani (Fellini, per citare un nome su tutti) o sulle sperimentazioni della Nouvelle Vague francese (Godard, Truffaut etc). Molto meno automatico, invece, è il collegamento con il movimento culturale – prettamente cinematografico – della Nová Vlna, ovvero la versione cecoslovacca della Nouvelle Vague, che ne riprende l’intento ribelle e sovversivo ma schierandosi politicamente contro il regime comunista al potere dal 1948.

Fra questo gruppo di intellettuali e cineasti, che rappresentano una delle poche voci dissidenti dell’epoca, troviamo ad esempio Miloš Forman – poi consacrato dal grande successo di capolavori come Amadeus o Qualcuno volò sul nido del cuculo – e la grande innovatrice Věra Chytilová. Della Chytilová è particolarmente conosciuto il bellissimo Sedmikrásky, che tradotto in italiano significa “margheritine”: il titolo è  indicativo dell’atmosfera e del modo in cui sono rappresentate le protagoniste.

Occorre fare una premessa riguardo a Margheritine. Descriverne la trama e la successione di scene non è per nulla semplice, data la struttura stessa del film, che si pone come un calderone di episodi e dialoghi al limite del surreale: ogni istanza portata sul grande schermo dai più conosciuti contemporanei francesi è sviluppata fino alle estreme conseguenze dalla regista ceca, compresa la componente politica già ben esternata dalla dedica iniziale che compare nel film (“Dedicato a coloro la cui sola fonte di indignazione è uno scherzo scombussolato“).

La Chytilová utilizza appunto una forma stilistica e di regia “scombussolata”, caotica, velocissima e avanguardista, che travolge lo spettatore, ma trasmette chiaramente un messaggio sovversivo, ribelle, oltre ad un’onnipresente ironia e satira nei confronti della società contemporanea – un messaggio, questo, che lo spettatore dell’epoca non poteva ignorare, data la potenza sia estetica sia simbolica dei molti segnali lanciati. Per comprendere oggi la portata storica del film, il quale all’epoca venne proibito dalle autorità e anticipò di due anni i movimenti culturali che portarono alla Primavera di Praga (1968), occorre quantomeno tentare un’analisi dei vari significati e temi nelle scene chiave del film.

Molto banalmente, si potrebbe riassumere la pseudo-trama come una descrizione della vita di due giovani cecoslovacche, le quali trascorrono in modo bizzarro le loro giornate, cercando di passare il tempo esplorando nuovi luoghi e conoscendo vari uomini. Quello che si prospetta dal titolo come un film leggero e divertente, rivela invece la sua serissima natura già dalle prime scene: immagini di guerra e armi – tristemente note al pubblico contemporaneo – servono sia come introduzione che come finale, contestualizzando precisamente gli avvenimenti e racchiudendoli in una struttura (anti-)narrativa circolare. In questo modo, è reso chiaro che il racconto del film sarà solo apparentemente slegato dalla realtà, ma in verità ne sarà una descrizione caricaturata e satirica.

Subito dopo sono introdotte le due protagoniste, che significativamente si chiamano entrambe Marie (Marie I e Marie II, interpretate da Jitka Cerhová e Ivana Karbanová), come a sottolineare una sostanziale uguaglianza di identità non solo fra loro, ma anche fra tutte le donne, accomunate dalla stessa condizione. Le due Marie hanno un aspetto inconsapevolmente moderno: indossano vestiti succinti (senza per questo risultare volgari), hanno occhi bistrati e capelli corti, ma qualcosa non va nel loro comportamento: i movimenti delle ragazze sono a scatti, robotici, fanno rumori meccanici, come se fossero bambole inanimate – o le stesse macchine che abbiamo visto precedentemente, ma sotto sembianze umane – oggetti privi di coscienza propria e bisognosi di qualcuno che li diriga. La critica della regista ad una società formata da automi controllabili comincia, velatamente, ad insinuarsi nelle pieghe del film.

Il punto focale, il quale darà inizio al concatenarsi degli eventi successivi, è il momento in cui le due Marie decidono che “il mondo è diventato cattivo. Dunque, faremo le cattive anche noi”. Questa sarà la ragione e la giustificazione del comportamento discutibile che le ragazze adotteranno per il resto del film – giustificazione che siamo portati a concedere, date le precedenti immagini di guerra – basato sulle conseguenze sociali del periodo storico in cui il film è stato girato, quindi un’età di conflitti che hanno reso la popolazione apatica, conformista, incapace di trovare un senso nella quotidianità della propria esistenza. Se non c’è più speranza, pensano Marie I e Marie II, perché opporsi alla generale decadenza? Tanto vale assecondare la corrente e cercare di trarre il massimo guadagno.  Se non c’è più verità, chi può dire cosa è giusto e cosa è sbagliato? Meglio agire in completa libertà e sperimentarlo in prima persona.

È così che, nell’insensatezza delle azioni umane in un’epoca di sconvolgimenti tanto più grandi di noi, le due ragazze intraprendono una serie di avventure, incuranti delle conseguenze e delle responsabilità che derivano dalle loro azioni provocatorie e distruttive. Infrangendo qualsiasi schema, norma o regola – ormai non hanno più ragione di esistere – le Marie reagiscono alla soffocante atmosfera di repressione che ormai perdura da decenni, attraverso tutta una serie di episodi allo stesso tempo divertenti e scioccanti, perdendo infine il controllo sulla situazione.

Si parte con una scena che mostra le ragazze di fronte al biblico albero della conoscenza, dal quale mangiano una mela e diventano quindi depositarie di una nuova consapevolezza sulla loro condizione esistenziale. Questo le renderà diverse rispetto alla massa, che ancora si lascia inghiottire dalle obsolete convenzioni sociali e guarderà con sospetto o indignazione le scorribande delle ragazze. L’albero è solo il primo di numerosissimi simboli, più o meno celati, che si ripresentano durante tutta la durata del film: oggetti bruciati o buttati caoticamente nella stanza, domande filosofiche, incontri con uomini ricchi finalizzati a mangiare a scrocco nei ristoranti di lusso (il cibo è un elemento simbolico molto presente in tutta la vicenda), apparizioni  – che causano un putiferio – in club frequentati da borghesi, giornali di propaganda strappati e sparsi… fino al culmine, l’episodio in cui le ragazze si presentano ad un sontuoso banchetto, presumibilmente organizzato per alti dirigenti o politici, si abbuffano all’inverosimile – come se volessero anche loro entrare a far parte di quell’élite da sempre preclusa alle donne –  per poi iniziare a lanciarsi il cibo, distruggendo in breve l’intera sala.

Da questo momento, il comportamento delle ragazze diviene volutamente contraddittorio: le stesse regole che prima loro avevano con forza rifiutato, ora le costringono a ripulire tutto il disordine creato. Questo contrasto, che divide la parte centrale del film dalla conclusione, serve a riprodurre l’inutilità del lavoro, in opposizione alla retorica tipica del regime comunista: infatti, per quanti sforzi facciano, le Marie non riescono mai a ripulire e rimediare del tutto alla confusione che hanno creato. In questo modo, inoltre, la regista lascia aperta la via della libera interpretazione: le ragazze si sono responsabilizzate? La ribellione si è infine rivelata inutile, o i fatti danno ragione a Marie I e II? Quello che è certo, però, è che il peso dello status quo sarà sempre pronto a schiacciare l’anticonformismo, così come il grosso lampadario della sala, nella scena finale, crolla inesorabilmente sulle due protagoniste, stremate dalle pulizie ma “felici”.

Cosa rimane, oggi, della furia rivoluzionaria e iconoclasta – sia nel racconto che nella tecnica – di un film come Sedmikrásky? È facile tracciare un parallelo fra il ruolo delle protagoniste e quello della regista: come le Marie scandalizzano gli altri personaggi, così la Chytilová vuole scuotere il suo pubblico e renderlo cosciente di problematiche in gran parte ancora attuali. Di certo, il fatto che le protagoniste siano donne è di primaria importanza, ed è ormai appurato che l’ideale femminista alla base del film sia precursore della futura ondata di femminismo anni ’70. L’utilizzo dell’arte come forma di dissidenza non è una novità, ma in questo caso il connubio fra elementi dadaisti (meccanizzazione degli esseri umani), surrealisti (la struttura stilistica, il nonsense apparente, la simbologia) e esistenzialisti (l’insensatezza dell’esistenza, la continua ricerca di conferme) raggiungono una potenza raramente ritrovabile in altre opere cinematografiche.

di Lady Lindy

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Posted in: Cinema e Teatro, Recensioni Film |

8 Commenti a “Caos controllato, potenza surreale: Sedmikrásky ieri e oggi”

  1. […] visto il film? Cosa ne pensate? Venite a lasciarci un commento […]

  2. La Ragazza con la Valigia scrive:

    Dunque. Ho visto il film stasera. Dal punto di vista visivo è bellissimo, è molto delicato, colorato ma tenue, ho adorato gli abiti, il trucco, le margheritine della coroncina, tutto dà l’idea di un universo assolutamente femminile (“girly”, direi proprio), che mi ricorda tantissimo la mia regista preferita, Sofia Coppola – pur con le dovute differenze, è chiaro.
    Ho trovato interessante anche la colonna sonora, e sicuramente è girato in modo molto innovativo, specialmente se consideriamo gli anni del film. La scena delle forbici a questo proposito è stata una delle mie preferite.
    Dal punto di vista narrativo è abbastanza chiaro, direi. La storia è sì “scombussolata”, nel senso che si passa da una scena all’altra senza fluidità, ma nel complesso la trama non è difficile da seguire.
    Quello che proprio non sono riuscita a digerire – ma non è colpa di questo film, è colpa del genere al quale appartiene – è che il piano allegorico (e sono sicura che c’è!) per me è totalmente oscuro, probabilmente anche perché mi mancano i riferimenti giusti per capire tutto. Detesto vedere in un film tanti evidentissimi simboli e non riuscire a collegarli per avere un quadro d’insieme del significato dell’opera. Perché un così massiccio uso delle forbici, della rottura degli oggetti e della frammentazione dei personaggi? Perché le farfalle? Il lago nel quale sono ambientati gli “intermezzi” tra una cattiva azione e l’altra cosa rappresenta? Ho notato anche io che il cibo è un elemento onnipresente, e non solo quando mangiano, ma anche quando giocano e quando si lavano: simboleggia qualcosa? La vecchia che fa loro da sarta, chi è?
    Il tuo articolo indubbiamente mi ha aiutata a fare luce su alcuni punti, ma continuo a pensare che ci sia un altro piano di lettura, e non trovo la chiave per accedervi. Aiuto?

    • LadyLindy scrive:

      A rapporto (scusa il ritardo)!
      Concordo ovviamente con te per quanto riguarda l’estetica e la colorazione, credo anche che la Coppola degli inizi si sia ispirata fortemente a certe caratteristiche dell’epoca. Certi filtri che la Chytilová ha usato credo siano addirittura sviluppati più di quanto abbia fatto Godard qualche anno prima.
      Per quanto riguarda il piano allegorico, il discorso è complesso e, dal mio punto di vista, volontariamente esagerato. Nel senso che la regista ha voluto, secondo me, usare troppe simbologie, sia per veicolare una quantità vastissima di messaggi, sia per non rendere tutto troppo chiaro e facilmente comprensibile ai censori (escamotage fallito, dato che come ho scritto il film è stato proibito dopo qualche tempo). Poi ci sarà stato anche un certo “divertimento artistico” da parte sua. Nella mia ottica collego le forbici e la rottura ad un analogo “taglio” e “rottura” con le convenzioni del passato, così come il bruciare vari oggetti ha un significato iconoclasta. Se proprio vogliamo prendere la connotazione femminista anni ’70, c’è la chiave di lettura degli oggetti di forma fallica ossessivamente amputati, come a voler mettere le donne in posizione di comando. Il lago, che ha una superficie tranquilla ma in realtà è probabilmente pieno di vita nel profondo, è spesso sfondo delle scene più “filosofiche”, quelle in cui le due si fanno domande o riflettono sugli avvenimenti: credo quindi rappresenti il pensiero. Le farfalle, che coprono anche le nudità della Marie II, sono un po’ immagine di femminilità, leggerezza e fantasia, così come le margherite che sempre Marie II ha sulla coroncina.
      Credo comunque che i piani di lettura siano infiniti, e cambiano ogni volta che si vede il film – questo è anche il bello di Margheritine come di altri simili – in modo da far sorgere nello spettatore sempre nuove domande, che poi rendono l’opera tanto attuale ancora oggi. Un’altra questione da sviscerare, ad esempio, è quella della “responsabilità” delle protagoniste: dove inizia e dove finisce? La regista non risponde, volutamente, con un finale per molta parte aperto e ambiguo.

    • dal chianti scrive:

      … ma continuo a pensare che ci sia un altro piano di lettura, e non trovo la chiave per accedervi. Aiuto?

      Hyeronimus Bosch potrebbe darti certuni punti di vista che più che chiave sono occhiali :-)(quello che c’ è vedi bene) su tempi che noi avevamo Raffaello, eravamo a Dante e si salvò dall’ inquisizione (?) :-)
      con tutto che a Madrid (Prado) ha lasciato tanto !

    • La Ragazza con la Valigia scrive:

      @Lady Lindy: Io nella frammentazione, nei tagli, e in tutti i riferimenti alla disumanità – gli ingranaggi all’inizio, i movimenti da automi della prima scena, la ripetitività delle loro uscite tutte uguali con gli uomini anziani, ci ho visto più un significato politico che femminista, più come una critica al regime, come ad indicare quanto alienante sia (tutti quei tagli non ti danno l’idea di frammentazione di personalità, quella che avviene in seguito ad alienazione dalla propria mente?).
      Sulle farfalle non sono d’accordo. Il fatto che non siano farfalle libere, ma di quelle da collezionare, inchiodate dentro dei quadretti, rimanda sempre alla posizione di schiavitù nella quale si trovano loro. Non sono libere all’inizio, quando fanno i robot, non sono libere poi, quando si mettono a disposizione di uomini più anziani (so che in teoria sono le ragazze che abbindolano loro, ma il fatto che i tizi siano di mezza età e loro così giovani mi dà l’idea di un approfittarsi di qualcuno di inesperto e naif), e non sono libere alla fine, quando ricadono nel mondo “ordinato”, schiacciate dal peso del lampadario. Come dire che per quanto tentino di librarsi nell’aria come farfalle, saranno comunque oggetti da collezione, attaccati in un quadretto da appendere.
      La responsabilità a mio avviso non c’è, e trovo che la regista in questo senso lanci un messaggio sottile: se le due ragazze sono marionette dall’inizio alla fine, non possono essere responsabili di quello che fanno, o quantomeno lo saranno solo a un livello superficiale, ad esempio nella mera scelta di cosa fare negli atti di ribellione (scroccare cene? distruggere una tavola? mangiare sul letto?).
      Sicuramente è un film che fa porre molte domande.

      @Dal Chianti: Conosco poco l’opera di Bosch, a quali punti di vista ti riferisci? Può offrirci qualche nuova idea riguardo i simboli, qualcosa che è stato utilizzato dalla regista in questo film?

    • dal chianti scrive:

      @ La Ragazza con la Valigia
      non posso dire del film, non l’ ho visto
      riferendomi ai simboli, con Bosch indicavo una mente laica che usa i simboli senza tabù, come fa Dante col Conte Ugolino simbolizzando un estremo perché del vivere
      a me capita spesso di scervellarmi quando l’ intravedo, li percepisco (i simboli), e poi volerne trovare il nesso se non l’ ho intuito ! ? :-)

  3. […] Il mio ultimo articolo per Clamm Magazine è uscito! Vi conviene correre subito QUI a […]

  4. Sara scrive:

    È possibile trovarlo anche in versione italiana? È da molto tempo che la ricerco

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