Arts and Culture Magazine

Camminerai sul leone e sull’aspide

1 febbraio 2012 by Vittoria Barbiero
The Lion and the Cobra: il sensazionale album di debutto di Sinéad O’Connor. Voce e atmosfere da brivido di una tormentata cantatrice calva irlandese.

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Sfortunatamente famosa più per una sua presa di posizione nei confronti di Papa Giovanni Paolo II e per la turbolenta e schizofrenica vita sentimentale (attualmente al suo quarto divorzio, annunciato dopo soli 17 giorni dalle nozze, conta fra le sue relazioni anche Anthony Kiedis, frontman dei Red Hot Chili Peppers, e Marco Pirroni, chitarrista dei Siouxsie and the Banshees, il suo secondo marito) Sinéad O’Connor rimane una delle migliori artiste dei nostri tempi, con una notevolissima coloritura vocale e una profondità ed espressività fuori dal comune.

Nonostante la sua canzone più celebre rimanga Nothing Compares To You, peraltro una cover di Prince, il suo primo album è a mio avviso il migliore in assoluto: The Lion and the Cobra, datato 1987; il titolo è preso dal versetto 13 del salmo biblico 91, “Tu camminerai sul leone e sull’aspide, calpesterai il leoncello e il dragone“, ed è, con le sue nove tracks,  un piccolo concentrato di potenza e rabbia. Sicuramente infatti sono queste le prime due parole con le quali viene spontaneo definire il lavoro – specie il primo – della cantautrice. Ma notare solo tali suoi atteggiamenti di superficie significherebbe sminuire tutto ciò che è contenuto all’interno di questo disco: fragilità, rassegnazione, tenerezza, orgoglio, dignità, romanticismo, sono solo alcune delle qualità che mi vengono in mente.

Innanzitutto bisogna mettere in risalto l’assoluta inintelligibilità di molti dei testi delle canzoni di Sinéad, anche in virtù del fatto che essendo un’artista musicalmente schiva e poco propensa a parlare del proprio lavoro, specie in passato, non ha mai dato grandi spiegazioni riguardo la produzione dei suoi pezzi. Sono dunque dell’idea che questi vadano interpretati e, ancora di più, sentiti, “provati” come fossero delle sensazioni; tuttalpiù si può apprezzare l’uso inusuale della lingua, un po’ alla stregua dei nonsense di Carroll. Canzoni come Jerusalem e Just Like U Said It Would B sono un esempio lampante dell’utilizzo di questo genere letterario, e sono costruite tramite l’uso di figure retoriche quali iperbati, composizioni chiastiche, anafore ed epifore, ripetizioni infinite e tautologie (interessanti a tal proposito i versi «Tell me, tell me, tell me, tell me do / Why isn’t it why why / I don’t see why I listen, why, why» da Just Like U Said It Would B e «Oh you don’t two-time / It’d be the best time / Never meaning next time / Short time» di Jerusalem). Per continuare il parallelo con la letteratura, il suo stile potrebbe anche essere visto come una sorta di stream of consciousness, con versi pensati e subito messi su carta, senza avere il tempo di organizzarli in frasi compiute; questa teoria acquista più valore se pensiamo che la tecnica del flusso di coscienza viene principalmente impiegata nei romanzi del fantastico ottocentesco per descrivere fenomeni di scrittura automatica – i fantasmi sono dei personaggi ricorrenti nei testi di Sinéad – e nei romanzi psicologici, dove si vuole dare risalto ai conflitti interiori del personaggio, intenzione che pare essere al centro della produzione della cantautrice irlandese. In quest’ottica, ecco che acquistano significato versi come «At the end of my day / Nothing would / Nothing would please me better / Than I find that you’re there when I wake» (“Alla fine della mia giornata / Nulla mi farebbe / Nulla mi farebbe più piacere / Che trovarti qui al mio risveglio“), che sembra effettivamente il pensiero di una persona che sta per addormentarsi, un po’ sulla falsa riga del celeberrimo “Soliloquio di Molly Bloom” di James Joyce.

Di facile presa sul pubblico perché dalle sonorità decisamente più pop e orecchiabili, Mandinka e I want your (hands on me) sono le due track più “allegre” e commerciali. Entrambe smaccatamente anni ’80, la prima per l’impostazione e il look della cantante nel video, la seconda per il ritmo sincopato che risente dell’influenza dell’hip hop, che proprio allora stava entrando a far parte del mainstream, non sono sicuramente canzoni da non prendere in considerazione, ma non sono emblematiche dello stile di Sinéad e dell’atmosfera che quest’artista riesce a creare; capacità, questa, riscontrabile nei suoi lavori meno “americani” e maggiormente incentrati su corde per lei più familiari: le sonorità irlandesi.

Ed è così che possiamo ascoltare canzoni del calibro di Never Get Old, ma soprattutto Drink Before The War e Jackie. Never Get Old è una delle poche canzoni per le quali Sinéad abbia mai fornito una spiegazione, che ho potuto ascoltare durante una sua esibizione a Parigi nel 2007; più che la spiegazione del significato della canzone, è stata raccontata la genesi del testo, scritto all’età di quindici anni, in un momento di sconforto relativo all’isolamento sofferto negli anni della scuola e al conseguente rifugio nella musica: il falco che il ragazzo tiene sul braccio, che è l’unica cosa che non può ferirlo («Young man in a quiet place / Got a hawk on his arm […] It’s the only thing […] Must be the only thing / That never can do no harm»), altro non è che la musica sulla quale balla la ragazza nella strofa precedente, l’unica cosa che non invecchia mai («She moves with the music / ‘Cause it never gets old»). Tutto il resto, tutti gli altri che non capiscono il ragazzo e il suo falco, la ragazza e la sua musica, vivono la vita nascosti e ciechi («They live their life under cover / Being blind»). Il pezzo è introdotto dalla cantante Enya, con una recitazione in gaelico dell’Ulster dei versi del salmo 91 che ci ipnotizza e ci accompagna nella dimensione ovattata (forse il mondo ottuso e “under cover” di cui parla nel penultimo verso?) di strofe cantate in modo quasi assonnato e stiracchiato, le quali ci cullano per venti versi, per poi essere bruscamente interrotte da un lungo gorgheggio urlato che sembra avere come scopo quello di svegliarci dal torpore; e con questo la canzone si conclude.

Drink Before The War è un duro e opprimente j’accuse da parte di chi canta nei confronti di un non specificato interlocutore, percepito come falso, senza cuore e ingiustamente critico, che però alla fine sembra rimanere invischiato in questa sua condizione meschina («And you live in a shell / You create your own hell […] And you dig your own grave» “E vivi in un guscio / Crei il tuo stesso inferno […] E scavi la tua stessa tomba“). Nella strofa successiva chi canta appare volersi convincere che non gli sarà riservata la medesima sorte («No, no, no / It won’t happen to us / We’ve lived our lives / Basically we’ve been good men» “No, no, no / Non succederà a noi / Abbiamo vissuto la nostra vita / Fondamentalmente siamo stati dei brav’uomini“). Al termine della canzone si ha l’impressione che tutto il dialogo sia stato in realtà un monologo di un alcolizzato in un pub che a tratti accusa sé stesso e in altri momenti tenta di giustificarsi e di riscattarsi ricominciando a vivere, mentre si concede un “ultimo” bicchiere, il tutto sotto lo sguardo beffardo e canzonatorio del venditore di liquori: «Oh listen to the man in the liquor store / He yelling “Anybody wanna drink before the war?“» “Oh, ascolta l’uomo nel negozio di liquori / Mentre strilla “Nessuno che voglia bere prima della guerra?”“.

Ricordata da alcuni, ahimè, grazie ad una cover fatta dai Placebo, Jackie è probabilmente la canzone più “irlandese” dell’album, e per una volta un pezzo dal significato immediatamente comprensibile. Una musica – è il caso di dirlo – ossessionante e infestante accompagna con un crescendo angoscioso il lamento funebre del fantasma di una donna morta da venti anni, che piangendo sulla riva del mare continua a cercare il suo Jackie, un marinaio perso nella tormenta dopo cento anni di navigazione. Ed è quindi il racconto in prima persona della donna, dal momento in cui il marinaio l’ha lasciata («Jackie left on a cold, dark night / Telling me he’d be home» “Jackie se n’è andato in una fredda e buia notte / Dicendomi che sarebbe tornato a casa“), al momento in cui le viene detto che il suo uomo è disperso («I remember the day the young man came / He said, “your Jackie’s gone / We got lost in the rain“» “Ricordo il giorno in cui arrivò il ragazzo / Disse, “il tuo Jackie è morto / ci siamo persi nella pioggia”“), e alla promessa di lei di continuare a infestare le spiagge per cercare il suo Jackie («I’ve been washing the sand / With my ghostly tears / Searching the shore / For these long years / And I’ll walk the seas forever more / Till I find my Jackie-oh» “Ho lavato la sabbia / Con le mie lacrime di fantasma / Cercando per tutta la costa / Durante questi lunghi anni / E camminerò per i mari da qui all’eternità / Finché non troverò il mio Jackie-oh“).  Parte affascinante della canzone è la strofa nella quale la donna risponde con orgoglio a chi le dice che Jackie è morto, affermando che ciò non è possibile, che “quell’uomo conosce quel mare come il palmo della sua mano” e che “ritornerà un giorno”; ma dopo questa invettiva, segue un verso dai toni più smorzati ed enigmatici, in cui lei promette ai marinai che il suo uomo ritornerà, ridendo di loro: l’agghiacciante suono dei fiati che accompagna il verso sembra per un momento proprio una risata e una maledizione – ma non si sa se nei confronti dei cinici marinai, o se invece nei confronti della donna, beffata da un amore insincero che le ha promesso di tornare e che invece l’ha lasciata a vagare per i mari. Questo testo è l’esempio di un gusto romantico e vagamente macabro che è tipico di molti cantanti e letterati irlandesi, un po’ come se le leggende marinaresche e il folklore di questo paese permeassero in ogni espressione artistica dei suoi abitanti. Comunque sia, questa rimane una delle più suggestive, potenti ed evocative canzoni di Sinéad, e potete ascoltarla premendo play qui sotto.

Audio clip: é necessario Adobe Flash Player (versione 9 o superiore) per riprodurre questa traccia audio. Scarica qui l'ultima versione. Devi inoltre avere attivato il JavaScript nel tuo browser.

Rimane un’ultima canzone, Troy. Per questa analisi preferirei rifarmi, più che alla versione contenuta nell’album, a un’esibizione live al Pinkpop Festival nel 1988, caratterizzata da una partecipazione emotiva particolarmente evidente e trascinante, in cui una Sinéad rasata, ventenne e – concedetemi il termine – “incazzata”, sembra, al limite delle lacrime, voler divorare il microfono. Questa versione, che potete trovare nel video a fondo pagina, più aggressiva rispetto a quella incisa in studio, trasmette in modo più veritiero e spontaneo il senso di un testo anche in questo caso singolarmente abbastanza chiaro. Con un uso virtuoso della lingua inglese, che pochi credono in grado di produrre testi complessi e carichi di significato (e invece basterebbero due versi come «Then we moved / Stolen from our very eyes» “E poi ci movemmo, rubati dai nostri stessi occhi” a far cambiare idea al riguardo), la canzone racconta di un amore finito, anche se stavolta non ci sono fantasmi coinvolti, se non quelli che continuano ad abitare la mente di chi canta sotto forma di ricordi. La canzone si apre con la descrizione di una Dublino estiva, umida e temporalesca, in cui il personaggio che dice io ambienta il ricordo dell’amato e le notti senza riposo passate insieme («I’ll remember it / And Dublin in a rainstorm / And sitting in the long grass in summer / Keeping warm / I’ll remember it / Every restless night» “Lo ricorderò / Sia Dublino in un temporale / Sia il sedersi sull’erba alta in estate / Tenendoci al caldo / Lo ricorderò / Ogni notte inquieta“), per poi informare chi l’ascolta che l’amore di cui si parla, un amore giovane, si è spento, e che nel momento in cui lui tornerà da lei, come una fenice dalle ceneri, non ci sarà un’altra possibilità: «You will rise / You’ll return / The phoenix from the flame […] Being what you are / There is no other Troy / For you to burn» (“Risorgerai / Ritornerai / La fenice dalla fiamma […] Essendo come sei / Non c’è un’altra Troia / Che tu possa bruciare“), affermazione che ripeterà anche più avanti riferita a sè stessa. Questo verso, che dà il titolo alla canzone, è ispirato alla poesia No Second Troy di W.B. Yeats, e nello specifico ai versi 11-12: «Why, what could she have done, being what she is? / Was there another Troy for her to burn?» (“Perché, cosa avrebbe potuto fare lei, essendo ciò che è? / C’era forse un’altra Troia per lei da bruciare?“). Nelle strofe successive la protagonista – forse la stessa Sinéad – chiede scusa all’amato per qualcosa che ha fatto e che l’ha allontato, spingendolo ora tra le braccia di una nuova amante; da questo momento parte una sorta di delirio masochistico che oscilla tra domande di cui sa già la risposta e delle quali allo stesso tempo non vuole avere una risposta; il delirio si intreccia alla perdita di sé nei ricordi, in un crescendo epico, tragico e trionfante di rabbia, con la ripresa di una cruda lucidità negli ultimi due versi – l’ultimo ripetuto tre volte: «Makes no difference what you say / You’re still a liar / You’re still a liar / You’re still a liar» (“Non importa ciò che dici / Sei comunque un bugiardo / Sei comunque un bugiardo / Sei comunque un bugiardo“). Trovo che questo live sia, rispetto alla più pacata ed orchestrale versione registrata, forse meno glorioso ma più genuino proprio perché furibondo: quel crescendo emozionale che nel disco viene reso dagli archi, dal vivo è trasmesso esclusivamente dalla limpida voce di Sinéad, che passa da sussurri a vibrati intensissimi, ad acuti inarrivabili, addirittura allo screaming disperato, per terminare con una colorita aggiunta al testo originale in un sospiro di sollievo, come di qualcuno che ha detto con fierezza ciò che aveva da dire e si è liberato da questo peso opprimente, in sei minuti e mezzo di puro esercizio vocale.

Troy – Versione da studio di registrazione:

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Troy – Versione live:

Sebbene Sinéad O’Connor abbia prodotto numerosi altri lavori di alta qualità (basti pensare agli album I Do Not Want What I Haven’t Got, Universal Mother e Faith and Courage, o ancora la canzone You Made Me the Thief of Your Heart, scritta da Bono Vox, la quale sia come tematica sia come atmosfera è paragonabile a Jackie, e che meriterebbe una trattazione a sè) e sebbene i suoi live siano sempre emozionanti, questo album, e nello specifico il brano Troy, rimarranno probabilmente i suoi capolavori. Quindi dimenticate tutte le polemiche successive al 1991, e lasciatevi infestare dalla voce di Sinéad.

di La Ragazza con la Valigia

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Posted in: Recensioni Album |

5 Commenti a “Camminerai sul leone e sull’aspide”

  1. LadyLindy scrive:

    ADORO! Già mi piaceva Sinéad, di cui conoscevo soprattutto I Do Not Want What I Haven’t Got, ma non l’avevo mai vista in un’ottica così profonda! Poi devo dire che amo molto la cultura irlandese, Yeats etc., e non scordiamoci che nelle vene delle sorelle Bronte, irrequiete e intenditrici di fantasmi e macabro, scorreva sangue irlandese! Sul flusso di coscienza, bè, sembra che tu mi abbia letto nel pensiero, detto da una che sta perdendo la testa su Virginia Woolf (qualche analogia fra Virgy e Sinéad? A me pare di sì.)

  2. Io ho passato il mio periodo cupo, irlandese e tempestoso qualche anno fa, e così ho avuto modo di vivere i suoi testi – spesso rapportati anche alle mie esperienze – e ragionarci bene su, sono contenta di aver finalmente potuto parlare di lei in qualche modo, e soprattutto contentissima che qualcuno mi ascolti 😀
    Non ho mai letto nulla di Virginia Woolf, in cosa trovi che ci siano delle somiglianze? Parliamone, direi che è la sede adatta!
    PS. Troveremo qualcosa nella quale non abbiamo gusti in comune? 😀

    • LadyLindy scrive:

      io direi che la somiglianza principale è nei testi “flusso di coscienza”, e nel senso di musicalità che si può trovare anche nei romanzi di Virgy (ovviamente questo elemento si coglie leggendoli nell’originale inglese, con le allitterazioni e assonanze etc.). Pensa se Sinéad mettesse in musica un testo di Virgy!!!!!! <3 <3 <3

    • Da questo posso dedurre che tu abbia letto gli originali in inglese.. Qualche testo da consigliare nello specifico?
      Se Sinéad mettesse in musica un testo della Woolf probabilmente verrebbe fuori qualcosa di molto interessante, ma temo che al momento si stia dirigendo verso altri lidi :(

  3. LadyLindy scrive:

    qui ci parte un articolo di letteratura, ho capito.

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