Arts and Culture Magazine

Apologia delle soluzioni immaginarie

13 luglio 2014 by Giacomo Teti
Una riflessione ispirata dalla lettura delle opere di Alfred Jarry, inventore della “patafisica”.

Quella che segue è una riflessione ispiratami dalla lettura di alcune opere di Alfred Jarry (1873-1907), scrittore francese, padre della disciplina chiamata patafisica. Ammetto, proemialmente, di aver durato una certa fatica a penetrare i ragionamenti di questo autore, piuttosto sottili e sempre bilicati fra la saggezza e la burla. Se sarò riuscito a restituire qualcosa del suo pensiero, questo sarà un omaggio alla sua memoria; in caso contrario, avrò fatto felice Pindaro.

Che cos’è la patafisica? Il suo teorizzatore ce ne ha lasciato varie definizioni, tutte piuttosto enigmatiche e paradossali: a volta a volta, essa ci è presentata come «la scienza delle soluzioni immaginarie»; come «la scienza di ciò che si aggiunge alla metafisica, sia in essa, sia fuori di essa»; o come «la scienza delle scienze, che tutte le altre ingloba e vanifica». Questa patafisica si propone di essere, in buona sostanza, la scienza del tutto, ma con un metodo affatto diverso da quello proprio delle scienze ordinarie, con cui anzi essa è in una relazione di antagonismo: questa particolare disciplina non studia infatti le regole, ma le eccezioni. In effetti, estremizzando, potremmo dire che essa addirittura rifiuta l’esistenza di norme, di paradigmi, di leggi generali a cui ricondurre la molteplicità del mondo, e per conseguenza riduce ogni fenomeno al rango di deroga: cosicché l’unico sistema che le si offre per rappresentare il mondo è forse quello di passare in rassegna e schedare ogni evento irregolare, fino a esaurire l’immensità del cosmo. Invece che cercare l’universale, qui si fa la somma dei singoli particolari.

Per fare un esempio, l’abnorme e ridicolo burattino Ubu, protagonista delle opere teatrali di Jarry, fu, al suo debutto, osteggiato dal pubblico, che lo accusava di dire, invece che grandi sentenze, vere idiozie; ma è questo il punto: l’idiozia stessa non ha forse, in un simile quadro, un suo potenziale gnoseologico? Che cos’è in fondo l’idiozia? L’etimologia ci viene in aiuto: l’idiozia, dal greco ἴδιος, “privato”, “particolare”, è il massimo della peculiarità, della specificità, ciò che non ha alcun significato universale, alcun referente al di fuori di se stessa, e ha valore soltanto per chi la partorisce nel momento in cui la pronuncia; ed è proprio così che procede la ricerca di Jarry, attraverso il suo emissario Ubu: per accumulazione in serie di idiozie, le quali, assemblate insieme, delineano infine una mappatura, un’immensa carta geografica del mondo (quale può dirsi, del resto, anche lo stesso Ubu, la cui “ventraglia”, l’epa smisurata che si trascina appresso, è grande talvolta quanto il mondo intero, e sferoidale, come un mappamondo).

L’unica universalità possibile è quindi la somma di tutte le diverse peculiarità, senza alcun comun denominatore fra di esse. Una citazione di Jarry, tratta dalla presentazione alle suddette opere teatrali, chiarisce molto bene in che modo questi due estremi, apparentemente antinomici, possano toccarsi: «Lo swedenborghiano dottor Misès ha paragonato in maniera eccellente le opere rudimentali alle più perfezionate e gli esseri embrionali ai più sviluppati, in quanto ai primi difettano tutti gli accidenti, protuberanze e qualità, il che conferisce loro la forma sferica o pressappoco, come è il caso dell’ovulo e del signor Ubu, e ai secondi si aggiungono tanti particolari personalizzanti ch’essi acquistano ugualmente la forma sferica, in virtù di questo assioma, che il corpo più levigato è quello che presenta il maggior numero di asperità». Siamo quindi di fronte a un’equiparazione fra l’omogeneità e la totale irregolarità, perché la presenza ovunque diffusa di asperità finisce quasi col livellare la superficie, e la compresenza di tutte le qualità, con tutte le loro reciproche opposizioni, porta quasi all’assenza di qualità, in una sorta di coincidentia oppositorum ove tutto è parificato e pacificato. Quella che così si costruisce è una sorta di anti-Weltanschauung, una rappresentazione del mondo fatta di frammenti sparsi, non sussumibile a un principio generale che getti luce su tutto e dia coerenza e coesione al sistema, rappresentazione che, anzi, sottrae ogni possibilità di spiegazione; o, per meglio dire, scredita e liquida come ingenui i tradizionali metodi di spiegazione, e invita a dotarsi di maggiore acutezza, ad andare oltre l’abitudine, a guardare con angolature sempre nuove e inusitate, ad accettare l’assurdo, i capovolgimenti paradossali, che rivelano tutti un insospettato valore veritativo, per la loro natura di soluzioni alternative (o immaginarie).

Per le ragioni dianzi esposte, il signor Ubu, pur essendo niente di più che un burattino, possiede, nella sua semplicità, il massimo della complessità, perché è come un terreno vergine edificabile a talento, suscettibile di tutte le predicazioni possibili, nonché passibile di qualunque identificazione piaccia all’autore o al lettore/spettatore: di qui la miriade di spunti satirici che costellano l’opera di Jarry, che aveva una penna tagliente e un certo gusto per il motteggio dissacrante e demenziale1. Il discorso, a questo punto, si fa quasi metaletterario, perché questo stesso principio delle infinite possibilità implicite nell’indeterminato, principio enunciato e predicato dallo scrittore, ben si presta ad essere anche da quest’ultimo manipolato, a diventare un’arma nelle sue mani: l’esistenza, allo stadio potenziale, di queste innumeri opportunità di declinazione dei corpi più semplici (come pure di quelli più complessi, risultanti dalla sommatoria o giustapposizione di innumerevoli corpi semplici, e divenuti in ciò simili a questi ultimi, come si è chiarito), oltre che come chiave di lettura della realtà (o forse come certezza dell’assenza di una chiave di lettura!), può essere sapientemente e proficuamente impiegata dallo scrittore come espediente narrativo, poiché permette una moltiplicazione dei livelli di significato che, per la satira (ma non solo), è una cuccagna. L’eredità di Jarry, in questo senso, sarà raccolta e portata all’estremo dall’OuLiPo (Ouvroir de Littérature Potentielle), movimento letterario nato nel 1960 che cercava, sfruttando vincoli e meccanismi di sapore enigmistico, di esplicare al massimo il potenziale combinatorio della lingua, per dare vita al maggior numero possibile di risultati diversi attraverso ogni sorta di procedimenti generativi, quasi una produzione in serie di creazioni parallele, miranti a esaurire l’universo delle possibilità narrative2.

Nell’opera di Jarry un’illustrazione caricaturale di questo principio, delle infinite possibilità di significazione dell’inespresso, è data in Gesta e opinioni del dottor Faustroll, patafisico dal personaggio di Bosse-de-Nage, cinocefalo babbuino, apparentemente incapace di proferire altro che un solo verso, un animalesco, irridente e quasi inarticolato “‘ha ‘ha”. Tuttavia l’autore, ogni volta che l’animale si produce nella sua laconica esclamazione, puntualmente fornisce una spiegazione alternativa, di solito ben congegnata, che potrebbe render ragione diversamente della brusca interruzione sopravvenuta dopo quelle due sillabe, infingendosi serio e convinto, al limite del candore; e, nel far ciò, egli fa le viste di voler strizzare l’occhio al lettore, di canzonare, come dicesse “eh, certo, lo sappiamo io e voi: chi adduce simili scuse, in realtà è per ignoranza che non parla!”. E così il lettore, quasi lusingato delle complicità che crede di aver scoperto coll’autore, come spesso accade non si accorge della diabolica doppiezza di Jarry, che sta giocando col suo lettore tanto quanto fa col babbuino e con gli oscuri personaggi che questo simboleggia (o può simboleggiare), intessendo un’ironia nell’ironia. Alla fine, riprendendo le fila degli accenni sparsi qua e là riguardo alla reticenza di Bosse-de-Nage, egli fa finalmente giustizia del nostro preconcetto, dichiarando infine (è qui il punto cruciale) che in realtà è del tutto accidentale il fatto che la scimmia non sappia, o non dimostri di sapere emettere altro suono che quello riportato, e che le altre spiegazioni formulate dall’autore non sono da prendersi come canzonature, ma come vere spiegazioni altrettanto valide, e forse di più, di quella banale che tutti noi, ingenui, tenevamo per ferma, convinti in ciò di avere l’autore dalla nostra parte. Egli sbugiarda le nostre false certezze, e anzi il suo gioco è proprio questo: far crollare l’edificio delle nostre convinzioni. Non contento, si dà poi ad una sperticata rassegna di tutti i significati che quelle due sillabe potrebbero avere, raccogliendoli con la cura e la precisione di un enciclopedista, relegando in fondo le accezioni che dichiara più ovvie e meno interessanti (cui riserva la funzione d’ospitare sapidi ammiccamenti satirici), dando oltretutto per scontato, coll’affermare l’ovvietà di alcune interpretazioni, che tutti dovessero averne pensata almeno qualcuna, burlandosi di noi con l’acribia e l’impegno, apparentemente spropositati, da lui profusi in un compito che il buonsenso giudicherebbe risibile3.

Altro concetto, strettamente collegato alle riflessioni suesposte, che Jarry sfrutta a piene mani, è quello di epifenomeno, definito come un fenomeno collaterale che per solito caratterizza il decorso di un evento, ed è a esso associato dall’abitudine e dal senso comune, ma non intrattiene con esso alcun rapporto di causa-effetto. Il fatto che due fenomeni siano spesso, o sistematicamente, osservati insieme, non significa nulla per l’empirista, che non ne inferisce alcuna legge generale di interdipendenza presieduta dal principio di causalità; egli sa che la concomitanza di due fenomeni, che pure sembrano collegati, può essere benissimo casuale, e che è possibile che la vera causa debba essere ricercata altrove, o che più eventi siano concause di un altro evento (cioè che un evento non abbia una sola causa univocamente definita), o ancora che la vera causa (nel senso comune del termine) non esista4.

Il concetto di epifenomeno nasce in seno al positivismo ed è usato, per esempio, da Huxley, con riferimento alla coscienza: in una prospettiva materialistica, la coscienza è considerata come un epifenomeno dell’azione, la quale ultima è ritenuta un prodotto irriflesso e macchinale delle funzioni biologiche, rispetto al quale lo stato di coscienza è una condizione del tutto accessoria e accidentale e non ha alcun potere condizionante (né, tampoco, necessitante) sull’azione stessa; ma, all’inverso, venendo a mancare ogni consequenzialità o legame causale tra pensiero e azione, quest’ultimo diventa a sua volta irriducibile a un mero prodotto dell’attività fisiologica e della stimolazione sensoriale, acquistandosi dignità e dimensione proprie (cosicché sembra escluso un troppo rigido e totalizzante determinismo). La causalità come vero motore dell’esistenza, quella che permette di sfuggire alla logica asfissiante (ma rassicurante) del meccanicismo, è peraltro un’idea che Jarry riprende dalla filosofia epicurea, in cui, come spiega il poeta Lucrezio nei suoi versi, l’abbrivio alla creazione è dato dal clinamen, l’impercettibile deviazione dalla traiettoria rettilinea degli atomi nel vuoto che porta a imprevedibili collisioni fra gli atomi stessi e alla loro aggregazione in forme macroscopiche che sono, perciò, figlie del caso, e integrano una delle infinite possibilità combinatorie date dall’imponderabilità della deflessione e dell’urto. Questa è probabilmente la ragione per cui Epicuro credeva in infiniti mondi: essi sarebbero quelle che è lecito definire declinazioni del cosmo, le infinite combinazioni, parallele l’una all’altra, che scaturiscono dal clinamen. Sono pertinenti a questo riguardo alcune riflessioni che Jarry mette in bocca a Faustroll sul significato degli eventi, sulla ricerca della vera causa:

«Non credo che un assassinio inconsapevole sia per questo senza motivo: è senza ordine dato da noi, senza legame con i precedenti fenomeni del nostro io, ma segue certamente un ordine esterno, è nell’ordine dei fenomeni esterni, e ha una causa percepibile dai sensi, la quale per conseguenza è un segno. Non ho mai avuto desiderio di uccidere se non dopo la visione della testa di un cavallo, che è diventata per me un segno, o un ordine, o più esattamente un segnale, come il pollice alzato nei circhi, che bisognava colpire».

Data l’assenza di un movente psicologico cosciente, il dottore individua per l’atto una causa esteriore, sensibile, che diviene però, nel tempo stesso, un segno di un ordine stabilito, con cui la causa accidentale è compatibile e si identifica; e una volta interpretata in questi termini, per lo studioso di patafisica la causa esterna diventa un segnale dell’azione, ubbidendo al quale egli introietta la causalità, rende l’azione di nuovo, ma diversamente, deliberata, chiudendo il cerchio: e così apprendiamo come in un atto apparentemente involontario e immotivato possano coesistere, in realtà, intenzione, causa esterna immediata e causa trascendente. Con questo macabro esempio, preludio a una successiva, grottesca strage perpetrata dal dottore, si afferma di nuovo il principio di equipollenza delle cause che è al cuore della patafisica: ecco le soluzioni immaginarie prospettateci dalla definizione, le innumerevoli cause possibili (tutte vere e tutte false a un tempo) in cui possiamo ricercare un senso a quel che accade.

Ora, tutto ciò sembra adombrare la possibilità di un ordine superiore sopra e al di là delle cose sensibili. Tale supremo ordine, seppure c’è, è da Jarry sicuramente (e irriverentemente) individuato nel caso; ma io, per me, spero di non oltraggiare troppo il suo cenere se propongo una visione un po’ più incoraggiante (d’altronde, non sarebbe forse questo lo sviluppo di un’altra potenzialità insita nell’opera?). Le maglie troppo strette della logica ci spingono, una volta identificata una causa, a non indagare oltre, paghi di questa spiegazione; ma perché tutte le cause materiali non dovrebbero trovare posto all’interno di un piano che le abbia predisposte? O perché non potrebbe, come vuole Jung, la realtà fisica esser una manifestazione della realtà psicologica, e aver nell’ordine di questa la propria causa ultima e fondante, senza per questo rinunciare alle proprie logiche causali intrinseche, di natura fisica? Insomma, perché non può esserci un senso, un disegno nel mondo, dietro le sue dinamiche materiali?

Mi piace ricordare la cosiddetta “seconda navigazione” socratico-platonica, esposta nel Fedone, in base alla quale si devono riconoscere sempre due cause: la causa efficiente, che indica il modo in cui un atto si realizza, e la causa finale, indicante il fine a cui quell’atto è rivolto: intendendo che tale genere di causa l’abbiano non solo le azioni volontarie degli uomini, ma tutti i fenomeni, dai più grandiosi ai più insignificanti, osservabili nel cosmo. Questa concezione è fatta propria dal maestro Plutarco, il quale, nella Vita di Pericle, fa una riflessione che ben sintetizza il concetto; egli racconta di un episodio singolare, il ritrovamento, nella tenuta di Pericle, di una testa d’ariete con un corno solo, fenomeno di cui si trovò bensì una spiegazione scientifica soddisfacente, ma che fu altresì interpretato come un segno della futura affermazione di Pericle, fatto questo la cui realizzazione non tardò a tener dietro alla profezia. A proposito dell’apparente contraddittorietà fra le due interpretazioni, Plutarco osserva:

«A mio parere niente impediva, però, che avessero ragione tanto lo scienziato quanto l’indovino, poiché l’uno aveva bene compreso la causa e l’altro il fine del fenomeno: allo scienziato spettava infatti esaminare per quali motivi e in qual modo esso si fosse verificato, all’indovino di dire a che scopo si fosse verificato e che significato avesse. Quanti sostengono che la scoperta della causa comporta l’eliminazione del significato non si rendono conto che in questo modo respingono, insieme con i segni divini, anche quelli escogitati dall’uomo, come il suono dei timpani e i segnali luminosi e le ombre degli orologi solari: effetti prodotti tutti da una causa e al fine di significare qualcosa».

Su questa riflessione vi lascio, invitandovi per il futuro, nel cercare di comprendere la ragione di qualcosa, a non guardarci solo dietro, ma anche di lato, sopra e sotto, e a guardarla in modi e con occhi sempre nuovi, perché qualcosa di diverso si può sempre scoprire: come insegna Jarry, non esiste una sola verità, e le cose non stanno mai in un modo soltanto.

di Giacomo Teti


1 La satira dissacrante ed il nonsense ricco di significato di cui traboccano opere e personaggi di Jarry anticipano significativamente i modi del Surrealismo (di cui André Breton scrisse il primo manifesto solo nel 1924), ai cui esponenti non poté sfuggire la conoscenza di un così brillante antesignano. Vale la pena ricordare in proposito l’eredità satirica di cui l’Ubu roi (1896) si fece portavoce presso alcuni dei più eminenti artisti di questa importante corrente novecentesca. Si pensi innanzi tutto al celebre Père Ubu (1936) di Dora Maar, fotoritratto forse d’un feto di armadillo presto divenuto icona del movimento surrealista, ispirato ad un suo insegnante dei tempi del liceo che essa era solita descrivere come un essere codardo e immorale da paragonarsi ad un pidocchio di mare: gioverà a tal proposito notare che la figura dell’accademico è uno degli idoli polemici d’elezione di Jarry, e che non a caso il primo abbozzo del suo Ubu nacque, negli anni del collegio, dalla metamorfosi di un macchietta, chiamata Padre Eb (o con altri nomi simili), creata dagli studenti come goliardica ridicolizzazione del professore di fisica Hébert; in seguito Ubu troverà la sua controparte in un’altra caricatura professorale (di stampo quasi opposto rispetto alla caratterizzazione frattanto acquisita da Ubu stesso), quella del professor Achras, mite e pavido studioso e “allevatore” di poliedri. Il personaggio di Padre Ubu fu caro anche a Max Ernst, che lo adottò nel suo Ubu roi (1923) oggi al Centre Pompidou di Parigi ed anni più tardi nel Père Ubu et son fils (1966).
Il successo del personaggio Ubu, con la sua personalità illogica e sfaccettata, era d’altronde lungi dal tramontare nell’immaginario collettivo, e destinato ad affascinare in seguito anche altri artisti in vari ambiti: si pensi al gruppo rock/new wave statunitense Pere Ubu, complesso la cui musica – proprio come l’omonimo ispiratore letterario – sfuggiva inizialmente a qualunque possibile definizione, contribuendo a fondare l’alternative/indi rock, un genere codificato poiché di fatto incodificabile, proprio come Ubu.

2 Fra i fondatori vi fu Raymond Queneau, già autore, nel 1947, dei celebri Esercizi di stile, che con questo programma si sposano perfettamente.

3 E già prima, del resto, prendendo spunto dal verso della scimmia, egli aveva accennato qualcosa sul valore, di contro ai grandi discorsi, delle risposte o affermazioni minime, delle cosiddette “parole vuote”, dell’inespresso che, in quanto tale, potenzialmente dice tutto, mentre ciò che è espresso non potrà mai evitare di essere incompleto; l’estensione, per quanto ampia, è sempre limitata; l’inesteso è ovunque. E aveva concluso insinuando, provocatoriamente, il sospetto che per lui la parte più significativa dei dialoghi platonici siano le scarne risposte degli interlocutori di Socrate, i “certo”, “come no?”, “senz’altro”, e simili.

4 Viene in mente il concetto di evento superdeterminato, cioè determinato (motivato) più di quanto sia strettamente necessario per la logica tradizionale, che altrove su questo sito ebbi a definire, senz’avvedermi dell’equivoco, “sovradeterminato”, soccombendo alla suggestione – non infelice – di una causa immediata inferiore e di una trascendente di rango superiore, che determina dall’alto.

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Posted in: Autori, Letteratura |

5 Commenti a “Apologia delle soluzioni immaginarie”

  1. Serena scrive:

    Complimenti, credo tu abbia colto lo spirito e il fulcro delle opere di Jarry e della sua spettacolare patafisica che risente dell’ atmosfera di quegli anni e di quelli a venire (bellissimo il riferimento e l’ opera di Dora Maar!)pur senza identificarsi del tutto in essi.
    Grazie per lo spunto di riflessione finale, per l’ invito a una ricerca sempre più ampia e poliedrica. La questione della causalità è affascinante… Così come l’ inespresso si rivela in un certo senso più esauriente dell’ espresso non potrebbe allora darsi che quella causa ultima inafferrabile a livello logico e forse insoddisfacente se la si riconduce al caso debba rimanere in qualche modo inespressa e da spiegarsi attraverso una continua ricerca di significati accogliendo sempre nuove possibili risposte non sempre e non del tutto rinvenibili nell’ ordine superiore? Può il fine darsi in un modo mobile e talvolta inafferrabile?

    • Giacomo Teti scrive:

      Ma infatti è proprio così, almeno nella patafisica… non c’è un significato ultimo o più vero degli altri, al contrario ci sono infinite risposte valide; o almeno, questo è quello che mi pare di aver capito. 😉
      Per il riferimento a Dora Maar, grazie ad Alessio per la segnalazione e per l’apporto nella stesura della nota!

  2. serena scrive:

    Esatto! Allora perchè non considerare anche le cause riconducibili all’ordine superiore passibili di un ulteriore passaggio senza fissarle in un disegno prestabilito? (Per lo meno non tutte…) Questo potrebbe non precluderci la possibilitá di trovare significati ultimi autorizzandoci a modificarle nel tempo (cioè potremmo considerare la pluralitá di soluzioni non in senso sincronico ma diacronico, non equiparabili simultaneamente ma mobili e passibili di un cambiamento nel tempo…) . Non lo so, cercavo di trovare una sintesi ma forse è un po’ troppo forzata…

    • Giacomo Teti scrive:

      Uhm… credo che il problema sia che la parola “superiore” ti suggerisce l’idea di un giudizio di valore; in realtà dovresti prenderla più nel senso etimologico, di qualcosa che viene (metaforicamente) dall’alto, che non è necessariamente più importante, né tantomeno un risultato ultimo oltre il quale non si può andare. Chi dice che un disegno prestabilito sia incompatibile con altre spiegazioni? Anzi, per come la vedo io, la patafisica insegna proprio il contrario 😉

  3. serena scrive:

    Si, ammetto di essere stata influenzata dall’ immagine platonica di un mondo anche fisicamente superiore e sono pienamente d’ accordo con te anche sul resto. Quello che mi fa riflettere però è l’ idea che suggerivi di un piano che abbia predisposto tutte le cause materiali che mi dá l’impressione di un’anterioritá delle spiegazioni degli eventi (inoltre da chi sarebbero predisposte?) che li fissa in modo definitivo. Una visione dinamica e rivolta ” al futuro” semplicemente mi aiutava a concepire meglio l’ idea di una ricerca di risposte plurime(anche se forse non necessariamente di pari valore come credo affermi Jarry: perchè non potrebbero avere un valore preciso in un determinato tempo e un altro in un momento successivo?:))

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