Arts and Culture Magazine

ἱερογλυφικά

24 febbraio 2015 by Vittoria Barbiero
Breve excursus sulla storia della lingua dell’Egitto Antico e sulle scoperte che hanno portato alla decifrazione dei geroglifici, dall’antichità all’era moderna.

Appena pensiamo alla scrittura egiziana, la prima cosa che salta alla mente sono i geroglifici, quei curiosi e misteriosissimi segni rappresentati all’interno delle piramidi e sui lati degli obelischi, ma la verità è che il geroglifico non è l’unico sistema di scrittura dell’egiziano antico; esistono infatti anche altri tre modi di scrivere: ieratico, demotico e copto; i primi due sono corsivi del geroglifico, delle tachigrafie, mentre la terza è la lingua egiziana che utilizza però i segni dell’onciale biblico integrati con circa sette segni del demotico, ad indicare i suoni sconosciuti al greco (ad esempio Ϫ o Ϩ, che corrispondono rispettivamente alla nostra g dolce e h).

Stele copta in calcare per la commemorazione di alcuni defunti, che comincia con l'orazione liturgica "Il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo" (VII-X sec. d.C., Convento di San Geremia di Saqqara), Museo Civico Archeologico di Bologna

Ognuna di queste quattro scritture occupa un momento e un luogo specifico nella storia egiziana: il geroglifico è quello che viene utilizzato per i cosiddetti testi sacralizzati, ossia quei testi che si trovano ad esempio su monumenti, stele, tombe e statue funerarie, su tutti quegli edifici o oggetti che contribuiscono alla formazione e al corretto andamento della Maat, l’ordine cosmico: è evidente che qualcosa come una piramide, che deve servire al defunto come dimora eterna, non può avere la stessa importanza di un documento amministrativo – che comunque rimane un testo importante e da conservare, conseguentemente il tipo di scrittura cambia, e viene utilizzato lo ieratico; il demotico serve per tutti gli altri testi non sacralizzati; tuttavia, a partire dalla fine delle dinastie faraoniche, quando l’uso della lingua cambia radicalmente, il demotico è quello che verrà utilizzato anche per monumenti e stele, contemporaneamente allo sviluppo della scrittura copta.

Papiro in ieratico databile tra le dinastie XXVI e XXX (664-342 sec. a.C., provenienza ignota), Museo Civico Archeologico di Bologna

Iscrizioni a carattere funerario in demotico su bende di mummia (I sec. a.C. - I sec. d.C., provenienza ignota), Museo Civico Archeologico di Bologna

Tuttavia, non è da molto che siamo in grado di decifrare il sistema geroglifico, e per millenni questo è stato oggetto di studi e soprattutto di speculazioni davvero fantasiose. La storia e il significato di questa scrittura è infatti assai misterioso già dall’antichità.

L’unico degli antichi che ci parla dei geroglifici è Diodoro Siculo, che visita il paese più o meno intorno al regno di Tolomeo XII, quindi durante un periodo che con l’Egitto faraonico aveva ormai ben poco a che spartire. Fino alla prima conquista persiana (che data del VI-V secolo a.C.), anche nei brevi periodi di dominazione “straniera”, i sovrani appartenevano comunque a popolazioni che facevano parte di una sfera di influenza fortemente egizianizzata, come gli Hyksos o gli Etiopi. Con la conquista persiana invece, per quanto l’impero achemenide abbia scientemente dato una continuità alle dinastie faraoniche (perché la maggior parte dei dominatori stranieri, compresi Greci e Romani, ha sempre avuto ben chiaro in mente che per governare il paese di Ra bisognava seguire la regola “vai in Egitto, fai come gli Egiziani”), il paese deve aprirsi a una cultura distante da quella vista fino a quel momento, per essere poi poco dopo inserito in quel grande, spettacolare calderone di culture che è l’Ellenismo, fino ad arrivare all’epoca tolemaica tarda che si incontra con la nuova potenza ancora più occidentale, Roma. Quando Diodoro visita l’Egitto perciò la scrittura riflette una società che si è allontanata ormai del tutto dai grandi faraoni del passato: e così lo storico siceliota interpreta i geroglifici in modo scorretto, pensando che avessero un significato allegorico e nient’affatto fonetico. In verità, gli stessi Egiziani, sei secoli dopo, nel V secolo d.C., non avevano già più idea di cosa fossero i geroglifici, come dimostra il trattato al riguardo del sacerdote Horapollo1; le cose non andranno poi tanto meglio durante il Rinascimento, sebbene l’Egitto fosse tornato in voga tra gli studiosi e gli appassionati d’arte dell’epoca dopo i secoli del Medio Evo, che aveva visto la cultura egiziana letteralmente sepolta sotto cumuli di sabbia.

La prima, vera svolta riguardo l’interpretazione della scrittura e della lingua egiziana arriva nel XVII secolo, quando cominciano a circolare in Europa i primi manoscritti copti portati dai viaggiatori che tornavano dalla Terra Santa: dal momento che, come abbiamo visto prima, il copto utilizza i ventiquattro segni della lingua greca, a quest’epoca ben conosciuti, iniziano a venir fuori le prime realistiche interpretazioni sulla lingua. Il primo che riesce a decifrare il copto, compresa buona parte di quei segni aggiunti presi dal demotico, è il gesuita tedesco Athanasius Kircher, che nel 1643 svela il mistero nel suo trattato Lingua Aegyptiaca Restituta. Tuttavia, nonostante Kircher fosse divenuto assolutamente un’autorità nell’ambito della lingua copta, la sua interpretazione dei geroglifici fu, ancora una volta, veramente sui generis; basti pensare alla sua traduzione “I benefici del divino Osiride devono essere procurati per mezzo di sacre cerimonie e della catena dei Geni, in modo tale che possano essere ottenuti i benefici del Nilo” per quello che era semplicemente il nome del faraone Apries2: tutto sommato, mi consola della mia prima versione di greco, dalla quale uscì la sibillina frase “Presso i Lacedemoni, i giovani si alzano vecchi”.

Stele di Rosetta

Ma la chiave di volta – o per meglio dire la pietra miliare – degli studi sull’Egitto arriva nel 1798, quando Napoleone Bonaparte manda una spedizione nella terra dei faraoni e gli esploratori riemergono dall’umido del Delta con una grossa stele di basalto nero, ritrovata nella città di Rosetta e che proprio da questa prende il nome, che riporta un decreto del 196 a.C. del faraone Tolomeo V, scritta in greco, demotico e geroglifico. Consci dell’importanza capitale dell’aver trovato uno stesso testo in tre lingue diverse, una delle quali ben conosciuta (esaltante e comodo quasi quanto trovare sul vocabolario l’intera frase della versione che si sta traducendo), vengono fatte delle riproduzioni della pietra che sono poi inviate a tutti i maggiori studiosi d’Europa perché cerchino di comprendere qualcosa. Sono tre gli intellettuali che riescono a fare dei passi avanti: Johan David Åkerblad, Thomas Young e Jean-François Champollion.

Il primo è un orientalista svedese, che insieme allo studioso Sylvestre de Sacy riesce a leggere tutti i nomi propri del testo in demotico e alcune parole, estrapolando anche un alfabeto di 29 segni, anche se non tutti validi. Il passo che gli manca per andare avanti nei suoi studi è comprendere che entrambi i sistemi di scrittura sono sì fonetici, ma non esclusivamente. Il secondo è uno scienziato britannico, ed è il primo che ha la geniale intuizione: il demotico deve essere collegato con il geroglifico, in qualche maniera che ancora non afferra; è inoltre il primo che nota una compresenza di caratteri ideografici e fonetici nel testo in geroglifico.

Jean-François Champollion in un dipinto di Léon Cogniet

Il terzo è un giovane francese, studioso di lingua copta, considerato oggi unanimemente il padre dell’egittologia, che capisce che il testo in demotico non è altro che una semplificazione di quello in geroglifico, del quale riesce anche a dimostrare finalmente l’aspetto misto fonetico/ideografico, grazie al ritrovamento di un obelisco bilingue di epoca tolemaica: esso porta i nomi di Tolomeo e Cleopatra; confrontando il testo di questo obelisco con quello della Stele di Rosetta riesce ad identificare alcune lettere, che gli permettono di decifrare i cartigli più “moderni”. Lo stesso anno in cui riceve la copia del testo dell’obelisco, ne riceve anche di testi di alcuni templi, con cartigli più antichi che gli pongono dunque nuove difficoltà. Riesce brillantemente a comprendere il significato del cartiglio di Ramses: intuisce infatti che il primo geroglifico deve rappresentare un sole, che traduce con RE grazie alla sua conoscenza del copto; riconosce gli ultimi due segni, che valgono S; si ritrova dunque con l’incognita RE + ? + S + S, e deduce che l’ultimo simbolo che gli rimane deve corrispondere a una M (in realtà, questo segno è un bilittero e indica MS, tuttavia non è fondamentale in questo caso e non lo intralcia nella continuazione dei suoi studi). Ma la sua intuizione non finisce qui: collega anche questo nome con il verbo copto mise, “dare alla luce”, e comprende così perfettamente anche il significato di Ramses, ossia “Ra lo ha messo al mondo”3.

Questo geniale studioso apre così le porte di un mondo e di un intero ambito di ricerca che non si basa più su interpretazioni astratte di arcani misteri, ma su studi ben più stabili; oltretutto, decifrare la lingua, in questo caso forse addirittura più che in molte altre civiltà, equivale a decifrare anche tutto il resto: poiché tutto ciò che ci è rimasto del mondo egiziano è fortemente collegato in tutte le sue manifestazioni (artistiche, politiche, letterarie, sociali) dal grosso fil rouge della teologia, leggere i testi scritti all’interno delle piramidi e degli altri monumenti significa arrivare alla comprensione della concezione religiosa di questa civiltà, che significa tutto.

Per concludere, per chi volesse approfondire la conoscenza della scrittura geroglifica, consigliamo un primo approccio con questo divertentissimo – e azzeccato – video della BBC:

 

testo di La Ragazza con la Valigia
foto scattate al Museo Civico Archeologico di Bologna di La Ragazza con la Valigia


1 Sergio Pernigotti (a cura di), L’Egitto Antico, Imola, Editrice La Mandragora, 1996, p. 67.

2 Sergio Pernigotti (a cura di), op. cit., p. 68.

3 Sergio Pernigotti (a cura di), op. cit., pp. 70-71.

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